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martedì 11 ottobre 2016

Nodi.

Velocità limitatissima. In direzione accondiscendente e a favor di vento. Ché la voglia d’andar contro s’è dileguata e i tempi per percorrere la distanza tra il punto f e il punto g, a caso, dal buco su a quello giù, a scelta, s’estendono e in egual modo sfumano e si velano e sfumano e si dissolvono. E ormai si parte per divincolarsi, per deregolamentarsi, per districarsi. E si ritorna assuefatti e poco inclini alla normalità. Scopo? C'è?
Ideale sarebbe salpare e non attraccare. Mai. Essere l'esploratore che non desideri girar l'angolo immaginario e incrociare lo sguardo ostile del nativo, impersonare il marinaio che non ambisca a scorrere sulla china irreale e ramponare la gobba del candido cetaceo. C'è un indirizzo scritto male, il testo non è chiaro: ci si perde. E forse l'intento, mai dichiarato, ma strettamente intrecciato, è quello.
Com'era la storia? Cominci il racconto, ma ne smarrisci il senso nel bel mezzo, hai sciolto l'ancora, lì all'ormeggio, ordinato all'equipaggio di salire su scialuppa e salvarsi, e hai smesso di emettere suono se non sbuffare e gonfiar il fazzoletto dispiegato all'addio. E sicuramente l'obiettivo è quello: non finire nella storia, uscir da un gorgo per entrare in un altro, un altro, disinteressarsi al post.
Scegliere di non pubblicarlo. O nascondersi.


Sciogliere (se mai si sia voluto annodare).


Cambiare rotta (più o meno).


Salutare.



Niente da scoprire. Navigare, basta.

sabato 28 novembre 2015

Identità.

E se tu scruterai a lungo in un abisso, anche l'abisso scruterà dentro di te.

La realtà e l’apparenza sono in continuo turbinio, interscambio e lotta. L’uomo è sovente vittima delle sue illusioni. Gli esseri umani confondono realtà e fantasia, si auto-suggestionano o subiscono il fascino dell’incantatore di serpenti. Tutti indossano un secondo volto. Senza la maschera perdono la propria funzione principale. La potenza dell’apparire spesso annulla la ragione dell’essere, si insinua lieve e ipnotizza. Poi, gradualmente, quel volto perde forza e intensità come quegli scontrini dimenticati nelle tasche. Sbiadiscono. Perdono valore. Vita. Significato.

Non sono morto. Ma ho già ricominciato a camminare.


mercoledì 13 maggio 2015

Ri-suona

{È da stamattina che mi risuona in testa}

[Ci sarà un motivo]

(Sì che c'è e so benissimo quale sia)

Come quando ti balena in testa un'idea. Come un'incursione continua. Come loop di 'Lo sapevo io'. Come pseudonimo di gruppo dietro cui ti celi te, solista. Come aria cristallina che ti chiarifica l'intento. Come colpo inferto, immaginario, ma anche più doloroso.



Come schiuma ondeggiante. Come rivolo che avanza e s'allunga. Come immagine di me riflessa su specchio. A me. E viceversa.




Ultimamente son qui più spesso che su altri social http://youramusoduro.tumblr.com


Come scia boreale all'imbrunire. Come pullulare subacqueo di there must be a way. Come impeto frenato I suppose they never will be.



Come te che giochi con i punti. Come me che cerco di seguire i tuoi. Come punto di forza in due. Come sognare ad occhi aperti 'troppo o troppo poco'. Come spirito catturato. Come totalità solo abbozzata. Come forma per niente plasmata, ma non per questo meno realistica.

(Non cito volentieri)

[Ma questa volta lo faccio]

{Ci sarà un motivo, e io so quale sia}



The Crunch by Charles Bukowski

too much too little

too fat
too thin
or nobody.

laughter or
tears

haters
lovers

strangers with faces like
the backs of
thumb tacks

armies running through
streets of blood
waving winebottles
bayoneting and ****
virgins.

an old guy in a cheap room
with a photograph of M. Monroe.

there is a loneliness in this world so great
that you can see it in the slow movement of
the hands of a clock

people so tired
mutilated
either by love or no love.

people just are not good to each other
one on one.

the rich are not good to the rich
the poor are not good to the poor.

we are afraid.

our educational system tells us
that we can all be
big-**** winners

it hasn't told us
about the gutters
or the suicides.

or the terror of one person
aching in one place
alone

untouched
unspoken to

watering a plant.

people are not good to each other.
people are not good to each other.
people are not good to each other.

I suppose they never will be.
I don't ask them to be.

but sometimes I think about
it.

the beads will swing
the clouds will cloud
and the killer will behead the child
like taking a bite out of an ice cream cone.

too much
too little

too fat
too thin
or nobody

more haters than lovers.

people are not good to each other.
perhaps if they were
our deaths would not be so sad.

meanwhile I look at young girls
stems
flowers of chance.

there must be a way.

surely there must be a way that we have not yet
though of.

who put this brain inside of me?

it cries
it demands
it says that there is a chance.

it will not say
"no."

The love is dog from hell

venerdì 28 novembre 2014

La grande voglia

Di star meglio per andare.

Di vivere meglio per non tornare.

Di capire ancor più per lasciarsi andare.

Le simmetrie le ho sempre odiate. 
Le rime, le unioni forzose, le combacianti, le indissolubili. 
Agli inizi, no. Tutto sembra talmente naturale e spontaneo che apri fiduciosa, ma poi più leggi, più assorbi, più tutto diventa inafferrabile, impalpabile, intraducibile. 'E tu non afferrare. Non stringere. Non appropriartene'. Comincio a deconcentrarmi, ma è evidente, dove prima si intuiva un'ombra appena accennata, c'è una montagna di polvere che s'agita e m'agita. La sostanza di quel che sono stata o che avrei potuto essere e non son stata, quella che allude ed elude. Annulla e s'annulla. Nega e si nega. Non dice nulla. Afferma tutto. E s'estende sul tutto, me compresa, m'avvolge, con me si fonde, ci supera, umiliandoci, sublime ed evanescente e sospende. Per sempre. Qui sì, quella continuità acquista un senso: essenza, assenza, emergo e scompaio, vertigine e profondo equilibrio. La voce svanisce e l'opera si compie. Chiudo.

Di trattare tutto col giusto tocco.

Di assottigliare il sottile confine tra due diffidenze.

Di fondere i due.

Voglia poca.





nulla che sarà e il nulla che è stato
Mark Strand

martedì 14 ottobre 2014

il mio posto

Mi sono piegata al volere del mondo in cui vivo, un mondo che si sforza di far dimenticare i ricordi di quello che sta più in basso come se fosse qualcosa di cattivo gusto.

Ero seduta in mezzo a tanta gente divertita. E io non sapevo nemmeno come ci fossi arrivata lì. Cercavo qualcuno e non lo vedevo. M'ero anche piuttosto affaticata. Stanca, e lo sono da un pezzo ormai. Del possibile. Vuoi qualcuno che ti prenda in consegna la mente e gli occhi, vuoi affidarglieli il tempo necessario a dedicarti ad altre strade trascurate per troppo tempo. E dev'essere una ricerca non molto impegnativa perché anche i piedi che le percorreranno son doloranti. Dall'impossibile. Ma quelli vanno, mentre le dita scorrono su righe fitte, e lo sguardo s'è già posato su un libercolo o almeno tale pare ché già in pochi minuti t'ha compresa tutta non appena l'hai preso tra le mani. Probabile. E questo è l'inizio della storia. E io sto così, folgorata, come si può esserlo di fronte a uno spettacolo inaspettato, un film che non conosci, il pittore di cui non hai mai sentito parlare. È lo svolgimento, il compimento della iniziale impressione. Ottima. Ancora meglio. Chi entra nella mia vita e lascia una sottolineatura nero grafite, dal 4b al 9b. Morbida. Sì, ma densa, spessa, avvolgente. Le informazioni sono essenziali, lineari, secche, concise. Parole, gesti, gusti, profumi, rilievo e incavi, segni ed esistenze. Stile piatto, ma naturalmente incisivo. Credibile. Sto seduta e so perché quel posto è occupato da me. Lo capisco nel momento in cui mi giro all'improvviso e uno mi stampa un bacio sulla bocca. Uno. Verosimile.


Flunk Change my ways


domenica 31 agosto 2014

what dreams may come

Non serve nient'altro. Hai tutto ciò che ti serve, me esclusa. In realtà vorrei che fosse così, che tu fossi l'unico sulla faccia della terra. Sulla mia. Ho letto di una nazione in cui c'è un paese tutto al femminile. E io lo immagino il minuscolo nucleo: gli uomini son partiti tutti e han lasciato sole le donne in balia degli eventi, della durezza della vita, della morbidezza dei loro fianchi, della pienezza dei loro seni. Che atrocità sarebbe? Il vuoto che si perpetua per anni, decenni. Un lutto terribile. 


What dreams may come, when we have shuffled off this mortal coil, must give us pause.

Un giorno un uomo sarebbe arrivato. Unico. E quello lo si sarebbe dovuto dividere, prendere e lasciare, conquistare e cedere. Il solo maschio in quel nucleo crea scompiglio, scioglie, cinge, stringe e accarezza. Che atroce spettacolo sarebbe? Il vuoto che si colma e risuona, il lutto che si smette e si fa rossore. Rigoglio. Seme. Vita.

Comincia il viaggio verso l'altrove e oltre. Hai bagaglio e viatico. Inclusa me.

Passo da Amleto, atto III, scena I

Music Trentemøller The last resort


domenica 4 maggio 2014

senza musica

Mettetecela voi una volta ogni tanto: la cercate, anche in mezzo al nulla - quanto ci impiegherei pur di non dire a caso - la trovate, la ascoltate e fate altro mentre la sentite. 
Da quanto riuscirete a fare, saprete quanto possa essere fonte di ispirazione quel brano, quel pezzo, quell'atto. Sono frammenti utili, non ci si stupisca quanto possa impressionare l'eccezionale amalgama di suoni e sensazioni che alcuni gruppi san produrre e riprodurre.
S'impara presto a riconoscere generi, mantenere un'identità, essere allo stesso tempo sfuggente e unico, impronta evidente e leggerezza unica e allo stesso tempo cupa, nera, buio pesto.
Si moderano i BPM, li si abbassa, li si fa scendere a livello degli inferi o simili al battito del cuore, che nel mio caso specifico quelli sono: caldo ritmo di basso e batteria, trip, viaggio e allucinazione, ritorno alle origini, vecchie tracce sparate meglio delle contemporanee, fraseggi luciferini soffici e sensuali. 

Scegliete in mezzo a tanto drum'n'bass e trip-hop.
Last but not least: Mucho Mojo, J. R. Lansdale.




… ballavo e mi son incapricciata nella tenda.

mercoledì 13 marzo 2013

sul post



Io sull'altalena ci son salita a due anni appena. La sensazione mi piacque talmente tanto che decisi: tra qualche annetto quando ne sarò capace e soprattutto quando riuscirò a non farmi scoprire, ne costruirò una io, tutta mia, tutta mia. Sapevo essere adorabile e pestifera allo stesso tempo. A quattro anni e sette mesi ho preso di nascosto martello e chiodi e ho unito due assi abbandonate accanto a un trullo in ristrutturazione. Ho recuperato una corda di quelle che usava mio papà per imbracarsi e salire sui pali della corrente elettrica, l'ho annodata forte, stretta, e l'ho fatta passare attraverso due rami, i più alti del fico altissimo accanto al pollaio. Non appena potevo sgattaiolavo via e mi ci abbarbicavo: a testa in giù, in piedi, su un piede, appesa alle sole corde, facevo per darmi una spinta forte, arrivavo su in cima, vedevo solo cielo, sentivo solo nuvole, parlavo solo al vento, credevo d'aver preso il volo e invece ritornavo sempre indietro e allora mi spingevo più forte.. e intanto ridevo, di un riso matto, dolcissimo, libero, profondamente vero, di quella gioia che insiste ogni giorno ad iniettarti pieni di fiducia giovane, immune da difetti, quasi perfetta e ti spalanca alla vita, forse troppo ingenua, ma talmente lontana dal male e compenetrata nella sua stessa freschezza che ancor oggi ne senti il suono flautato, lo scrocchiare asciutto, il passo sicuro, il gusto della scoperta. Cosa succede ad ogni ridiscesa? Cresce la sensazione del sogno irrealizzato, si realizza chiara la manifestazione dell'impegno non soddisfatto. Non ho mai visto quel gioco solo come tale. Non era ricreazione la mia, ma ricostruzione di uno spazio alternativo, di una dimensione diversa all'interno della quale esularmi e abbracciare la facoltà creativa, la capacità di toccare con mano la sostanza e la materia della passione e della fantasia. Ne accarezzavo appena la superficie liscia, scivolavo di nuovo giù, m'intestardivo e alimentavo il rischio, io funambolica e incontentabile, e ancora su, su.. e ridevo del più potente e assordante riso, quello che soffoca i demoralizzati, seppellisce gli sguardi spenti e colora di giallo fervore e rosso allarme. I miei prendisole, le mie ciabattine, le mie gote.



Ero cresciuto ascoltando predicozzi quotidiani sulla responsabilità personale. Mi avevano insegnato che il lavoro, l'onestà, la volontà, l'applicazione allo studio, erano alla base del successo nella vita, e quindi della felicità. E tutto questo, dicevano, era espressione di libertà
Giuseppe Casa


A proposito quel trullo è crollato, la mia altalena è ancora lì.

domenica 11 novembre 2012

verità per verità

Per me, preghiera, è stare in silenzio in un bosco. Stare Silenzio Bosco. Tutto ciò che serve, quel che non è vitale. Io coinvolta nella traiettoria confusa e lui ombroso e implacabile seduttore mi irretisce, mi incanta. La traccia apre il percorso, segna i nuovi confini del sentire rumori sparsi sul sottofondo, dell'esplorare spazi incontaminati che lasciano un vuoto incolmabile fatto di strazianti linee di pianoforte e tentano di riempirlo con distese di fiati respirati e soffiati nell'oscurità densa e abbondante. Sono un'infiltrata, inserita nel flusso, s'agita e m'attraversa come un brivido elettronico: sublime e brutale elemento di congiunzione, rivelazione dell'esistenza d'innesti tra pathos sanguinante e fredda determinazione al minimalismo, a tratti senza futuro. Intro, svolgimento, turbine. La giostra dai colori offuscati sfrutta la forza della danza delirante, sciamanica, scossa e quieta a intervalli irregolari guidata dalla musica degli oggetti. Calpesto, folto e pieno, e sembra che non lasci segno la mia suola. Un lampo attraversa il fitto fogliame e mi colpisce, anima il mio battito, spinge fino a sconvolgere l'intero sistema nervoso, mi lascio trasportare, dispersa, lo lascio fare, confusa, sempre più ammaliata, lo faccio insinuare violento. Sono plastica da modellare sotto il suo tocco divino. In lui cerco rifugio, a lui ribadisco le ragioni della mia inesorabile resa. Implode il moto fino a scemare in tintinnio tenue e leggera flessione, declino inesorabile. Lo sguardo rivolto all'algida miscela che paralizza parzialmente spirito e corpo e mani a stringere quel punto minuscolo, l'ordine della bellezza, i segreti dell'universo… declino, accoglie, recita piano who is Kate?

Frase iniziale Mario Rigoni Stern
Passi tratti da L'ultima amante di Hachiko - Banana Yoshimoto

domenica 21 ottobre 2012

ossessi


Ho sempre preferito i sussurri, i non detti, gli sguardi traslucidi, le espressioni trasparenti, ma non posso esimermi dall'amare anche i rulli di batteria, le sferraglianti chitarre, le percussioni, i synth ammalianti.. i pensieri sono elettricità diffuse come un intero popolo che si muove e vaga, attraversa terre lontane da quella originaria, a bordo di carri trainati da stanche giumente, in piedi in vagoni puzzolenti, su mezzi di fortuna, in barche malandate solca mari amici e oceani crudeli: una fiumana di genti e pagine che scorrono insieme e si dividono in rivoli più piccoli: radici, sangue, capelli, dita.
Rimango qui a contemplarle o mi unisco a loro, fondendomi e rifondandomi senza filtri e approcci preconfezionati. E' un continuo scambio alla pari il mio con i viaggi nel tempo e nello spazio, in cui i voli pindarici si imbattono in flussi migratori di immagini rutilanti, e può essere un impatto violento, lisergico o un abbraccio fraterno, dolcissimo. Fa sempre l'effetto di un carosello di sensazioni mai riconducibili al raziocinio, traballanti, elastiche come quello yo-yo che sfilo sempre dalle tasche della memoria. Serviva a tenere viva la me aderente al contingente e la me grottesca. E' un cocktail a cui non so rinunciare, che voglio riversare continuamente nei rapporti instaurati e da instaurare. Gran fattona, ma la adoro.



Non è una porta normale, piuttosto direi un portone a un solo battente, e, inoltre, di normale qui non c'è proprio nulla.
Patrik Ourednik



sabato 10 marzo 2012

la mia bambola parla


Ha cercato a lungo e, alla fine - ma mica poi tanto -, l'ho trovata, io: la sua voce, greve, profonda, con qualche incrinatura, due incertezze, quattro note raspose, a tratti gracchiante, ma tanto sensuale, a tal punto che ho pensato di essermene innamorata. Dopo averla riconosciuta tra tante gliel'ho consegnata: pacchetto confezionato ad arte, coloratissimo come le sue gonne, nastro scuro di velluto come il suo neo a metà strada tra l'occhio sinistro e la mascella. Aveva smesso di farlo in pubblico. Solo in occasioni particolari, quando stretta tra la necessità di spiegare e l'arroganza di chi pensava d'aver capito tutto, si rendesse obbligatorio dir qualcosa, la ritirava fuori e all'inizio rotta e insicura, prendeva forza e diventava flusso ininterrotto di confidenze e verità sostenute o camuffate da racconti. 'Sei fuori luogo, cara'. 'Cosa sei, una cornacchia?'. In mezzo a tanti che ignorano ci sono io. Io affascinata e solidale, sincera e storta, proprio come lei. Suona male per gli altri, la scarsa fantasia è la motivazione. Scandisce solo a me il sentimento della vita, sussurrato, mai urlato. Sobria, priva di inutili orpelli, musicale, soul, nera, ed è ciò che voglio sentire. Mi irritano gli acuti perfetti. Le tonalità sorde mi rappacificano con la vita. 'E' grigia a tratti'. Sì, e non si faccia nulla per nasconderlo, sia reale, la malinconia, spersonalizzata, mai appartenuta a qualcuno in particolare, la renda visibile agli occhi, appena, come fosse un velo, perché così accade, un'ora prima vorresti volare giù, un attimo dopo hai voltato le spalle per uno scatto di meraviglia. Il tragico evapora, la struttura emotiva che ne risulta è tutt'altro che labile, l'armonia che ne deriva è una rete vibratile che pesca la durezza del destino e ne fa suono ed impulso, energia.




cover e musica di un mio amico, modesto mio contributo illustrativo al suo lavoro in tondo e in piano..




In quel momento gli venne l'idea che, seguendo un percorso ad angolo in direzione sud ovest, sarebbe potuto arrivare a casa sua a nuoto.


John Cheever

martedì 4 gennaio 2011

il paradiso perduto


Non capisco la domanda. E non ho alcuna intenzione di raccogliere l'invito. Sono in piena di nero. Signora dell'oscurità. Non disponibile, non raggiungibile. Ho come l'impressione che le eccessive spiegazioni possano spalancarmi sotto i piedi una voragine enorme. Troppo larghi e lunghi per riuscire nell'equilibrio già precario. Sento già che vi precipito, forse un pochino troppo felice. Sto per andar sposa a un principe che mi riempie di regali e ho la sensazione che non mi veda. Padre, guarda e tocca le gemme che ha portato in dono, nulla hanno a che fare col colore dei miei occhi, con la sfumatura dei miei capelli, macabro rituale sulla mia pelle ebano. Rubini abbaglianti, spie luminose e intermittenti di una dissonanza che mi soffia sempre più lontano, come un vento di scirocco insopportabile a propulsione balbettante che mi modula a suo piacimento, e ripete il nostro distacco, da noi stessi, dalla verità, dal piacere di stare insieme; come una miriade di stelle e di anni luce nei quali vago incerta… e in fondo una voce che declama il primo e non unico sintomo del ritardo, del mancato appuntamento, della decadenza, della devoluzione. Non la prendo, no. L'avevo già presa tra le mani, ne avevo sentito la buccia liscia, pregustato la croccante e succosa polpa. Al diavolo. Potrei correre il rischio di scoprire che non è proibito. Ma non la coglierò. Risparmio a me e a voi la noia del rimprovero e dell'accademica cacciata. Lascio coagulare la malsana curiosità e la gratuita delusione, raccolgo il pestato e caotico finale astratto e schizoide e mi lascio fumare, dopo il lungo calvario di lamentele e lo sfacelo della lobotomizzata e rattrappita vita all'ombra del grande albero dell'esperienza altrui.

mercoledì 10 novembre 2010

umorale




Hai un segreto, dì la verità… pacifico ossimoro che potrebbe impressionare chiunque, ma non me. Nasconde un progetto, a dire il vero… ma di fronte a cotanto bendidio tu ti faresti distrarre da una volontà omertosa così evidente? Lascia correre. Le attese sono state talmente alte che ora, leggendo, attenzionando, sono arrivato alla conclusione che la tua è lucido disegno, anche se non so quale sia il personale tornaconto. Sembri così poco algida che non ti si attribuirebbe la razionalità eccezionale che questa serie di racconti sta tirando fuori da un po' di tempo a questa parte. È una continua beffa. Ci si scalda, ci si ricorda, ci si commuove, ci si arrabbia e tu? Vorrei guardarti mentre scrivi, anzi, mentre le pensi. Mi sforzo, m'impegno, ma non riesco proprio ad immaginare la tua espressione. Diciamo che a pensar male si pecchi ma spesso si indovini, ok? Io ti vedrei esattamente con quella espressione lì in alto. Non credo che ti si torcerà un capello se avessi la grazia di confessarlo. Essere malizioso che alberga in te rispondi. Hai un sacco di munizioni o tanto coraggio? Non credi che metterti così a nudo, possa esser pericoloso? Val la pena raccogliere i sassolini che lasci cadere, li rintraccerò tutti e comporrò un bel quadro surreale… A licenziarmi in quattro e quattrotto sono i suoi occhi: nuovi e lucenti lampi che seppelliscono i vecchi, disturbi e concezioni, inferni e cure, in fretta aggiunge all'elenco, con lentezza spinge via gli stati d'animo, tutti al muro, in attesa dell'esecuzione.

venerdì 5 novembre 2010

sotto e sopra


Rifugio Care Alto. Trentino.
Foto stupenda cedutami gentilmente dall'amico Ruz, cultore di stenopeica!

È stato un attimo. Una frazione di s e c o n d o ! si dice così no? Notte-giorno. Buio-luce. Basso-alto. Uomo-animale. In quel poco, insomma, ho capito, svegliandomi di soprassalto, era stato tutto un sogno. Al diavolo. Il fatto è che ero lì lì per toccarlo. Ero angosciata, madida, ma ne valeva la pena. Ora mi rimane un peso, un tormento, e sono anche peggio. Mi sono ammalata di sogni. Anche quando incombenti e tormentosi li preferisco al risveglio e al mattino con le sue regole e la luce. Ordine e pulito. Rivoglio il caos e il buio. Bramo dal desiderio di ritornare a sprofondare in quel selvaggio profumo, divincolarmi tra le lenzuola fino ad annodarmici dentro, lottare con le assi del letto, farlo cigolare forte in un convulso moto ondulatorio e sussultorio che percuote e solca e sopraffà ogni volontà crollandola e franandola in segreta remissione. Sarà che ho ricominciato a fumare… può darsi. Sbaglio sempre direzione. Il fumo in spirali mi avvolge e mi fa inconsistente ed evanescente fino a perdermi nell'aria che mi circonda, mi adatto e mi ci mescolo. Ecco lo rivedo, io docile, lui, impetuoso, mi raggiunge e mi bastona fino a gambizzarmi, ma il mio spirito indomito non rimane inerme, ragiona, si conserva e non cede. In quel tempo sospeso, non è più lui, non sono più io, seguo con le dita i contorni indefiniti e grazie ad essi, confini non delineati, linee non confinate, mi libero in fragranze avvolgenti, ammiro, indistinta e inattesa, una bellezza che non mi sbaraglia e non mi governa. La affronto tranquilla, mi prostro e mi rialzo, sfumo appagata, destandomi nel grande dormitorio del mondo, come se tutti, le piante, le bestie e anche gli esseri umani, esalassero i loro segreti e i loro sospiri.

giovedì 9 settembre 2010

linea _____ acqua

Ci sono. Sta per finire. Pochi giorni e verrò a conoscenza del risultato. È atipico, lo so, il modo in cui mi avvicino a lui. Ma son sempre stata eclettica e genero prospettive sempre nuove, figure impossibili, solidi inesistenti che ammiccano ed esordiscono solo per me. Prima sondo il terreno, faccio dei sopralluoghi, mi alieno dal resto del mondo, studio dettagli e preciso la tecnica. Chi mi capisce è bravo. Ancor di più chi mi lascia fare, senza nemmeno prendersi la briga di decifrare. Sono analisi e oggetto di ricerca; ma non rimango chiusa in gabbia con i miei simili, mi lasciano libera di vagare e di guardarmi intorno, mostro sacro e mostro il mio lavoro, riscoprendo contaminazione ed evoluzione. È un transit necessario. Varco i confini, tento rivoluzione e cerco visibilità. Prendi coscienza anche tu dell'inutilità di tutte queste barriere, eliminiamole e buttiamoci nel calderone dei rischi, qual è il maggiore? Che l'identità scompaia per creare un'univocità di intenti e l'anonimato delle generalizzazioni? Ci sto. Quanto più rumore sia! In questa non città del sogno. Il concetto si fa carne e acqua. Fluisce e consuma, amplifica e attutisce. Aperta e labirintica, sto arrivando… bagnami.


sabato 24 luglio 2010

luna bagnata

Ho scelto. Per due. Fa sempre notizia l'uscita in edicola di un nuovo numero del fumetto più famoso. Usciamo dalla nebbia, inauguriamo il ritorno dell'artista, è schivo ma sa il fatto suo, personaggio e creatore insieme, si era ritirato in isolamento quasi assoluto e ora fa il suo ingresso con archi e piano magico. Intorno e sulle sedie non riescono a star fermi, si agitano e acclamano l'atmosfera spettrale, l'enfasi della sintesi, le ancestrali percussioni. Quel tizio mi farà sempre accapponare la pelle. Tenebra, trasfigurazione, timbro di solenne cerimonia, nella quale ci sposa il reverendo, sotto fiati, archi e organo. La liturgia inizia e la luce è immensa, boe a farci da testimoni e lassù il sole notturno ci guarda benigno e sorridente. Perdura il sempre caro balbettio, onde che accompagnano e accentuano il movimento, medusa mi guardo allo specchio e m'intreccio, trasfigurami e cadenza l'incongruo baluginare di un fascio intermittente. Ora capisco è il faro, non rimane ad aspettare, si sposta con me e mi prende per mano fino a giungere alla meta. Non m'hai scalfita per nulla, ho gradito l'intensità e la modalità, coerente e intensa anche se disagevole è stato lo sforzo, morbida e fluida combinazione che lascia impronte e dona pace… affondo le mani e riporto alla libertà una valva madreperlacea, ecco, pegno e umile ricordo. Ritorna tra le pagine e stringila nel pugno, sfumalo e retinalo per me.



dentro canta un mare di carta

venerdì 16 luglio 2010

amnesia

Ne soffro. Briciole sparse qua e là sulla tovaglia e ai miei piedi. Succede quando si divora alla propria tavola un buon pane appena sfornato di quello che presenta su un lato l'evidente traccia di cenere scura, una crosta croccante e soda, una mollica bianca, compatta… si taglia una fetta e quello divide in tante piccole particelle bianche e si replicano e si moltiplicano mentre formichine pronte s'inerpicano e portano via il bagaglio succulento. Sotto la superficiale sottile crosta una sostanza che puoi succhiare e ridurre in bolo in pochi istanti… un ammasso per accumulazione disossato che butti giù, ma quello si ferma a metà, e ti lascia senza fiato, imprevedibile, totalmente assente dalle tue aspettative. Esperienza nuova. Una bomba inghiottita che rimane implosa e che apre foce spontanea lacrimale e suscettibili venuzze viola sulla fronte e sulla gola, a sospingere in sù o a spinger giù. Mi sto allenando ad andare. Mi dici di non scherzare. Non si fa. Io, sì. Due anni fa ho cominciato, non l'ho sentita arrivare, ma avevo lasciato la porta aperta, niente tappeto rosso, ma uno zerbino malconcio che non è servito, ha lasciato impronte dappertutto, ha fatto un giro dentro me ed è andata via. Inquietante e inedita, aveva deciso di farmi visita, che c'è di male? È stato il mio primo spartiacque. Da una parte chiasso assordante, dall'altra silenzio di tomba e in mezzo io, distorsione in bella evidenza, innesto geniale e apocalittico, o distonia disarmonica e apnea indotta, dipende dai punti di vista… Ho girato per mesi con in testa una boccia d'acquario con risata optional che sfumava in frenetica e sprezzante manina che faceva ciao-ciao a tutti, altro che burla venuta male. Nessuno con me su quella barchetta a remi che mi facesse coraggio, perché niente di cui aver paura, nemmeno un dubbio… tutti notavano l'andatura zoppicante e tutti credevano fosse dolore per abbandono. Può un cane randagio ubriacarsi di libertà e di vita, dopo aver conosciuto il nodo stretto e il giro corto e ossessivo, prima di conoscere la ruota pesante di un pilota malato di onnipotenza? Sì, io sì. E lo racconto pure, lo strano errore. Entra in controtempo, mollemente, polemizza in misura adeguata, sfoga la sua malvagità sul mio organo a canne, spicca il volo e finisce planando, insinuandosi sottile e commuovendosi ella stessa… ma guarda cosa sei riuscita a fare, l'hai demolita, le hai spezzato la lama, cannibale della tua stessa fine! Niente che non possa esser spazzato via con una bella scopa, un panno attira polvere o una scopa elettrica… Le briciole invece rimangono lì a nutrire la colonia di formichine. Colpo di scena mica tanto sensazionale; sediamoci piuttosto, e parliamo un poco, non di lei però, ché poi con lei sola potrò. Tu pensa ai bei tempi e prendi la chiave per il passaggio tra passato e futuro, non ricordo mai, ma son già stata a New Orleans?

giovedì 1 luglio 2010

un buon inizio

Ci andrò…

un giorno sarò ghiaccio e fuoco, brucerò e scioglierò
la fragilità del tuo tormento, suggestione e
rifugio del mio occhio vuoto.

Ho già guardato fuori, è una bella giornata, l'ideale per decollare dalle tue ginocchia sorvolare le tue anche e atterrare sui tuoi zigomi, non prima d'aver lanciato qualche bel missile terra-aria coordinate indefinite, a circumnavigare il tuo ombelico. Bel tempo per bombardamenti aerei.
Io sensibilità tormentata con gusti tipicamente nordici, tu fortemente caratterizzata in senso istintivo, fragile ed emozionalmente calda. Aliena, catalizzi sulla tua bocca tutta la mia attenzione, nuvolette dall'aura mitologica ammantano la tua fronte, stille di impetuoso impatto confondono e penetrano l'algida muraglia. Non comprendo appieno ciò che mi sussurri all'orecchio, è lingua totalmente inventata, caldo fonema liquido, coinvolge tutto il mio essere e vago, vagheggio e vogo ora repentino, ancora acerbo, poi fluttuante e sconfinato.
Con un'ultima presa l'afferro, la tua bellezza, m'appartiene, pur inquietante, m'affaccio timido, mentre tu esplicita riecheggi ancora piacevolmente in un inno all'amore trascinante e fisico, sfoci e t'avvolgi in rilucenti spirali, sei un mantra ritmico e sicuro. Siamo miscelati perfettamente in una forma unica, soffice, dolce, dilatata prima, ristretta dopo, quando all'improvviso come un raggio di sole attraverso le nubi, in un caleidoscopio di emozioni, sospesa in una morbida tensione, tu mi guardi, prima vera volta, sognante, misteriosa e spicchi per il definitivo decollo, casuale ed emblematica manovra, ma nel contempo precisa, decisa, ariosa.
Torniamo? vuoi? Suonata al contrario sarà ancor più irruente, in perenne equilibrio tra levità e cupezza, in afflato vibrante, quasi disorientante per me, che ti osservo, eterea, ma acuta, in torsione incredibilmente armoniosa, permeabile al tuo pathos, sarò sempre cielo buio, sfondo compassato in cui costellerai e cesellerai, infinite stelle a tinte violente e io ti cullerò, senza farti addormentare, con brevi agganci, diluiti nel tempo senz'ore, soffuso e indolente, inesorabile… magia irripetibile, ma ripetuta, interpretata con sempre maggiore entusiasmo, insisti e rompi il classico e consueto rituale, mirabile impennata, ti svincoli e torni di proposito a provocarmi… palindroma elegia, cerimonia solenne stretta su un toccante crescendo priva di finale.

sabato 26 giugno 2010

autobahn

Seme seminato e semi-universale. Sono "in marcia" con i kraut-rocker più popolari, più intrepidi e sperimentatori. Hanno amalgamato il battito caldo e primitivo della black music con le più algide atmosfere della white music. Musica in movimento, A V A N G U A R D I A! Alla guida io, ascoltatrice di gusti difficili, alla mia destra snob, ma pedalatore infaticabile alla ricerca di sempre nuove alchimie sonore, metà uomo metà macchina, Moog che equilibra rumore e melodia, tecnologia e arte. Dietro Kling e Klang che fondono i ritmi e i suoni che producono le fabbriche, i treni e le automobili, operai della musica, otto dieci ore di lavoro quotidiano per realizzare questa sorta di relazione semi-erotica, dal quale nasce il suono del futuro, un futuro cibernetico in cui affiorano tracce di minimalismo tutto omogeneo e compatto, suoni secchi e asettici, o morbidi e suadenti, un nuovo linguaggio, una koinè del villaggio globale. Sarà un lungo viaggio, ragazzi, mettetevi comodi. Scorro arteria pulsante, scintillo e batto, incessante; pompo ritmo e zig-zago, rilassante ed ipnotica, senza strappi, uniforme viaggio, viaggio. Moog mi guarda sardonico e beffardo: davanti a noi si distende una vallata larga, il sole brilla con raggi sfavillanti... la strada è un nastro grigio con strisce bianche e bordo verde, ora accendiamo la radio, dall'altoparlante escono i suoni… Lancio un'occhiata nello specchietto retrovisore, i due sono in bilico tra divagazioni e conversazioni intime e intense, più lento e atmosferico l'uno, più veloce e allegro l'altro e si susseguono echi, bleep, cigolii, non è una semplice passeggiata, è un tuffo a capofitto nella scarica di una cascata, tenetevi forte che si vola! Siamo dei veri alternativi alla deriva, siamo lo spartiacque ideale, un altro balzo in avanti e saremo definitivamente fuori. Intuisco e li anticipo… tienimi il volante, con una acrobazia sono sul portabagagli, slaccio, apro e tiro fuori: camicia rossa, cravatta e pantaloni neri, ci si veste così, ahhh ahhh avant-garde.

IO sto avanti, non mi raggiungerete mai!

domenica 20 giugno 2010

air française

Algido e spinoso, quasi siderale. Ti ci vuole un french touch, una spinta morbida e una caduta sul fianco poco spigoloso… curva a destra e rettilineo breve: una scena gloriosa. È un'onda teutonica anomala e improvvisa, la tua difesa ormai si accartoccia in risacca. Non puoi resistere, e il tuo profilo si abbandona sul mio omero, mi porgi le labbra e io ci plasmo un bacio articolato e melodioso.
Sono ambiziosa e non ammetto sconfitte. Sono ossigeno d'oltralpe, rìfolo a donare nuova vita in maestosa grandeur, mi farò comprensibile alla massa ma non mi svuoterò delle suggestioni eteree e metafisiche. Vuoi solo flirtare? È un'idea. Semplice e geniale. Incidiamo in sala da pranzo, convertiamo in bagno, riproduciamo in camera da letto… riascoltiamo in terrazza, pubblichiamo in giardino. Sepolto tra tasti, cavi, ti ci sei avvolto completamente. Non puoi far tutto da solo, è un azzardo. Lascia che ti aiuti, sinuosa evergreen, voglio diventare un tormentone, melodia immediata e ipnotica, spacchi il tuo involucro di ghiaccio e racchiusa, io tra raffiche di vento spettrale, giochi d'acqua, vertigini cosmiche e brividi polari, vagito funereo del theremin e beat accattivante, esplodo, miscelata e fortemente alcolica.
oh, oh… atmosfera spaziale, laser assordante, eco intergalattico, pioggia di meteoriti, sepolta da una cadenza ossessiva e scricchiolo e sfuggo, aliena tra gli androidi, m'investe una tempesta di sabbia stellare; in mezzo a uno tsunami in un oceano artificiale, fischi striduli dell'aks e al cupo rimbombo del synth, odo sirene malinconiche e sempre distanti, mai raggiungibili… io galoppo frenetica, mi apro la strada, scalpitando e sbuffando e sfumo in una spiaggia deserta e sconfinata, lì strido spossata lisciandomi le piume.
Spericolata cavalcata e impressionistica apoteosi, un lungo tappeto giallo alla fine del quale puntella uno svolazzare di tende, la mia oasi personale è quella che forgio ogni qualvolta io, smarrita e disperante, senta il bisogno di oxygene.