In questi primi giorni di freddo, nei quali la cosa migliore è scrivere o disegnare, schizzo su un foglio una folla in movimento, con cancellature e bagliori improvvisi, lingue di cammino distorte sui loro volti, calore di fiato fuso con ghiaccioli d'indifferenza. Ogni tanto mi fermo e parlo con loro. Qualcuno mi racconta la sua vita, io spiego che devo ancora terminarlo e ricomincia la corsa verso grandi magazzini, la metro e i tram, indico le fermate e i capolinea. Ce n'è uno che mi fa cenno di seguirlo. Io gli rispondo che ho capito, mi volto le spalle e prendo a camminare insieme a lui che mi ringrazia per la fiducia. Non è da tutti, dice, accogliere l'invito di un fumetto. Figurati, rispondo io, tratto a parte, mi sei venuto bene. Ci fermiamo un attimo sul marciapiede. Non passa nessun autobus, c'è un vigile, mentre continua a multare i furbastri parcheggiati sul marciapiede, con un guanto levato in alto chiama un taxi che inchioda proprio davanti ai nostri piedi. Lo prendiamo al volo. Nell'abitacolo, troppo caldo, troppo comodo, non parliamo, non ci scambiamo nemmeno uno sguardo. Comincio a sentirmi a disagio. Ma c'è la radio accesa: tanta musica, brani a ripetizione tra i quali riconosco una voce splendida di grande suggestione che ci trasporta in un'altra dimensione, ancora un'altra… disorientati, perdiamo ogni contatto con la realtà terrena. Io fluttuo fuori e dentro, in trance; lui, non distante da me, sul suo ginocchio sta continuando il mio disegno con matite colorate. Ne risulta un quadretto delizioso, metà in bianco-nero, metà a colori. E sul retro una piantina. La consegna al tassista. Vedo sfilare attraverso il finestrino del mio lato la moltitudine nelle strade. Sfumano, sfocano. Mi ritrovo tra le dita un pezzetto di foglio, del mio. M'ha lasciato una poesia. Non m'ero nemmeno accorta m'avesse sfiorata, né che mi avesse dato la mano.
E chissà, forse, era un clandestino.
Saluto
Io lascerò il mondo con furia.
Non importa quel che apparentemente succeda,
se dolcemente mi ritiro.
Di fatto in quel momento
si staranno strappando da me
radici così profonde
quanto questi cieli brasiliani.
In un frastuono di genti e venti forti
occhi che ho amato
volti amici pomeriggi ed estati vissute
staranno gridando
perché io resti.
Non piangerò.
Non c'è singhiozzo più grande che salutare la vita.
se allora si chiedesse dove la tua bellezza giace,
dove tutto il tesoro dei giorni caldi di vigore,
dire: nei tuoi propri occhi infossati profondamente,
mostrerebbe con indiscreta lode, ingiuria implacabile. Shakespeare… rivolto a me. Io non gli credo. Quanta miseria e grandezza han segnato quelle labbra? Allora quando quaranta inverni faranno assedio alla tua fronte… io aspetterò l'altro per rasserenarlo, lo legherò alla testiera del letto per fermare gli anni che scorrono, gelosa io della mia stessa gelosia, braccia e gambe strette, perché smetta di torturarsi con altri amori e di cantare altri sonetti, perciò l'amore non è infinito, né il pianto, né il riso, né la fretta, mai la tua partenza, né l'arrivo alla porta aperta. Io in agguato ad ogni rumore, tu, stanco, pretendi silenzio, lavanda in ogni cassetto e candele sulla cornice del davanzale. Senz'alcuna meraviglia, tornerai a girarti e rigirarti, sul grande materasso delle eterne necessità, le mani fredde e le tempie rosse, mi vedrai vecchia. Sì, son vecchia dopotutto. Mi guardo, sogni irrigiditi e speranze gelate. Mi sento tradita, avvolta in pesanti coperte di vetro, esposta e ignara, fragile e cupa. M'addormento di quel sonno indurito dal freddo, imboccato dal buio. Ce n'è ancora un pezzetto, finisci la torta e butta la ciliegia.
La voce è impostata. Ti esibisci in abnormi e assurde evoluzioni fatte di inganni e miserevoli equivoci. Ma questo non ti sconcerta affatto, anzi… te ne nutri, con gusto, ti compiaci, cialtrone, carogna. Hai imbandito la tavola e intanto hai intrigato una ragnatela in cui ti prepari ad avvoltolare la sventurata, ti raffini nell'arte della convinzione, lodandoti e incensandoti. Sarà un trionfo. Ti si consegnerà senza resistere, lo splendido esemplare, corpo perfetto, giovane e spigoloso come una gemma modellata di fresco, mi si permetta un unico appunto: risata acuta e petulante, fastidiosa, buffissima. Questo particolare ti bea e ti ammalia. L'esasperazione sommata al disagio altrui ti rende invincibile, diventa un vantaggio materiale che esalta e esacerba il tuo ego. S'innalzerà al di sopra di tutti i presenti, adombrandoli, e intonerà un vertiginoso inno, al quale saranno obbligati a stonare, a risarcire le vittime, a compiacere il pavone.
Implacabile e detestabile
e rinnovabile… il dolore,
ogni anno, da quando
hai scelto, gela tutto il sangue
che m'ardeva dentro.
La finestra che ho aperto sul tuo abisso l'hai richiusa più volte. Son stanca delle tue menzogne, ti dico. Mi sfidi, tronfio e ancora una volta sotto mentite spoglie, ma già sento stridere il vinile, è tracciato ormai, fragile, ossessionato dalle tue stesse ombre, ti adagi e immagini, come a me piace, la nostra terra venata di rosso e le cimette olivastre sfumate in punta a intingersi nel grigio della nube proprio sui nostri nasi. Beato.
The stars are not wanted now: put out every one; Pack up the moon and dismantle the sun; Pour away the ocean and sweep up the wood; For nothing now can ever come to any good.
W.H. Auden
Settembre mi fa venir sete di vendetta sul sole, ed è un'attesa incerta, m'opprime e incombe sulla mia testa; una soffocante aria, gonfia e carica di minaccia cupa e oscura, pesa, interroga e diffonde quella risposta ormai pronta a schiudersi: sta per piovere. Lampi, a dieci precisi secondi, tuoni vecchi e spettrali risuonano a decretare la fine dell'equivoco. Ne ho raccolte e accumulate, mitiche e atemporali, si rincorrono e si sviluppano, sospese e gravide di eventi e conseguenze. Non distinguo più attorno a me i confini geografici e realistici della mia culla natia, mi rinchiudo, tutt'una con la corazza del destino fragile, della mia età, lontana e vicina, tragedia umana valida in ogni epoca, in ogni luogo del mondo, sono io stessa allegoria, simbolo e metafora. Il tempo non aspetta. Non posso più fuggire. I miei occhi vedono il cambiamento, sentono la nuova posizione, scelgono e risaltano il ruolo e le decisioni, sopprime l'incongruenza e il paradosso, mutando finalmente il corso degli eventi. Eccola. Arriva, dilaga e si propaga, bagna e colora, macchia e purifica, riconcilia e vivifica. Sciolta e trasfigurata. Aspersa e benedicente. Accade, ma non ancora… tutto confuso, tutto nuovo e ricreato. O Amore apre il cerchio e buca nel nero uno spiraglio di luce, si riapre la vita e s'imprime in una nuova direzione non ancora battuta.
Un albero svettante, alto, sottile, forte. Dove sei? Son qui. Lo reggo, ti sostengo. Tu mi porgi una coppa con del sangue e io ne bevo. Immobile attendo che ne prenda e partiamo con in mente la bellezza di un fermo immagine. Non è un dettaglio, è un chiaro indizio. Guarda, dici, guarda le mie lacrime, guarda a me, cuore e occhi piangono a te amaramente. Abbozzi un sorriso, ma so, quanto soffri e quanti pochi giorni hai da vivere. Due giorni fa ho saputo di te e della tua anima che sta lasciando da mesi il tuo corpo e nulla puoi… Cara, cosa posso io? Nulla, rispondi, i committenti han deciso. La tela è pronta, e passano a ritirarla! È un'offerta, lo faccio volentieri. E tu non dovrai far altro che ringraziare tutti, baciare per me quelli che voglio che vengano, e consegnar loro quello che son stata e immaginare quel che avrei potuto diventare. Sei un'opera incompiuta, un abbozzo, troppo giovane e singolare, tratteggiata ma così evidente, manifestazione e meditazione molto profonda, per nulla banale. Ti stagli in forte contrasto su un cielo grigio plumbeo, tutt'uno con l'acqua e con la curva erbosa, le radici ti inclinano, ikebana grande e meraviglioso, non hai più chioma e i rami due o tre appena, sono ritti e fiochi, ma tu riluci sulla superficie caliginosa. Tanto silenzio e aria immota mi congelano. Son seduto sull'erba, la schiena a farti da base, o io m'appoggio a te? Ehi… ohhh! Hai sete, ho dell'acqua. Son serio, non scherzare… ma tu non rispondi, te ne sei andata zitta, zitta col buio e io? Che ci faccio con questo secchio in mano? Te ne lascio un po', in dono, è pesante, ma cos'è un dono senza sacrificio?
L'espressione mia dovrebbe essere più o meno quella. Occhi sbarrati e bocca aperta in una O con durata minima di tre minuti. Vorrei vedere se vi capitasse uno così cosa fareste. A me è salito un brevissimo brivido gelido lungo tutta la schiena come solo la morte può regalare nel momento in cui decide di farvi visita. Non bussa mica, entra e nemmeno un invito a prendere un caffè potrebbe ritardare il previsto epilogo, prego si accomodi, mi farebbe piacere offrirLe qualcosa da bere, che so un digestivo. Mi aspetterei che scoppiasse a ridere, vi soffiasse in faccia una zaffata di sana e mefitica afasia, vi tranciasse di netto e… buon riposo! Ecco a voi una tragedia che si è consumata in poco più di cinque minuti.
Prima o poi.
Prendo un bel foglio di carta bianco, prendo in mano la matita, traccio in mezzo un bel cerchio, con le forbici percorro tutto il perimetro ed ecco un bel buco, lo avvicino alla faccia e guardo attraverso. Se sei attento, lo vedi… Lo vedi? Certo, lo vedo. L'ho immaginato con tale forza, e ho determinato, con precisione l'incontro con lui. Non diciamo castronerie, però. Non è che si tocchi il cielo con un dito. Non si arriva a Lui, attraverso lui. Ho fantasia, la uso e attraverso lo sguardo trasparente privo di ogni impurità lo trovo manifestato e dipinto, qui, davanti a me, riflesso della mia immagine, confuso sempre sul piano metaforico e su quello reale, rappresentazione vivente di un segno profondo, radicale, certo… fantasma e fulcro della mia ispirazione.
Filastrocca che ripeterò all'infinito… con qualche variante ma tenendola sempre a mente. Indefinita e toccante, come il tempo che trascorro in una dimensione sconosciuta. Lo sfioro, scivolo giù su questo piano che qualcuno inclina per divertimento e arrivo fino a te, mossa da chissà quale forza motrice, al di là di ogni saggezza, al di qua del pensiero razionale. Scoppio in una risata continua, quasi stolta, storta ogni ombra di tristezza, quella vana che hai cercato di spiegare e quella utile che mi ha spinta vicino. È stato quel giorno che io, nel tentativo di sfuggirle ho impattato il tuo braccio, lo avevi teso vedendomi arrivare. Il suono stridente di frenata nell'inseguimento sconnesso tra me e la nota stonata aveva attirato la tua attenzione. Chi è questa pazza? La domanda al tuo amico. Una che potrebbe salvarti! La risposta del tuo amico. Cos'è destino, l'incontro segnato e sbadato, lo scontro voluto e divino. Ancora stupore, profumo di albe al cospetto delle quali rimaner desti da sonni inquieti, sapore d'erba… regalano attimi prodigiosi, scambio di particelle infinitesimali e inesprimibili, mistica unione di un altrui inatteso in un altrove rigenerante. Ti guardo e non distraggo e non mi adagio ché le sicurezze son fatali. Seguimi, riempi le intercapedini dei miei vuoti, inserisciti in ogni mio respiro, evoca i miei sorrisi impetuosi e colora i bronci silenziosi, accompagna il moto altalenante, salta ad ondeggiare con me, incapaci ormai di strutturare i nostri tempi al di fuori di noi, vivo di te, vivi per me… every time you close your eyes.
Ho sottolineato con decisione l'ultima parola. S'è visto evidenziato di un bel rosa fluò che l'ha messa in luce e ha lasciato in ombra tutto il resto. Il tuo bacio è stato denso come la cioccolata delle sere invernali, quelle che colorano di un intenso marrone gli angoli della bocca e tu le lasci così sporche finché il cameriere, con un cenno del dito sulle sue labbra, te lo fa intendere gentilmente.
Quel dolce ricordo si frappone tra l'ispido "ci vediamo domani, forse" e il tuo languido abbandono sul sedile posteriore della mia auto. Hai già inteso benissimo che sarebbe inutile avanzare ulteriori pretese, m'avevi capita prima che io cercassi di spiegarti come volevo che dovesse andare la nostra storia. Hai accettato senza leggere le condizioni e hai firmato deciso e imperturbabile.
Non ho calcolato il tempo non ho studiato le mosse non ho considerato il futuro. Abbiamo vissuto, diviso, e giocato. Ci siamo trovati, persi e conquistati. Restiamo noi e soli, anche stanotte, l'ultima, ci siamo fatti male. Non mi guardi nemmeno, quando apri la portiera per uscire, fuori c'è un'esplosione di stelle e profumo d'erba. Inspiri quanto più puoi, ne raccogli un pò nelle mani per impregnare i capelli ora che te li riavii e te ne vai… non mi hai nemmeno guardata.
Sono soltanto un pessimo viaggiatore. Questo campanile basterà a guastarmi la giornata e, domani, che cosa mi aspetta altrove? Mi addolorano i danni che vedo compiere nei paesi dove passo. E dappertutto stanno facendo danni. Dovrei imparare la lezione di certi scrittori entusiasti che trovano tutto bello e giustificano col proseguire della vita gli orrori che si commettono in ogni città, ma non ci riesco. Sono un viaggiatore scontento.
La vedi la freccia o no? È quella la direzione, torna indietro, cretino. Sempre a lamentarti, gli scarponi, il sole, l'acqua, le sigarette. È veramente una sofferenza sopportare la tua intolleranza e la tua pigrizia intellettuale. Credevo di aver trovato la terra promessa, ma erravo, e continuo ad errare. Tutto ti duole, tutto ti infastidisce. Tutto esagerazione, tutto saccenza. Siamo erranti, erriamo e continuiamo ad errare, andare, andare e andare. Questo fa il viaggiatore. Ogni motivo è buono per partire. Rendiamo lode al mitico Odisseo, fulcro dell'umano errare, e quindi dell'essere umano, eco di un'intera polifonia, chi sarà il direttore d'orchestra che armonizzerà le note in sinfonia? Sicuramente non tu, incontentabile, non scontento. Non ti farai scrupolo di strappare il credo, arrotolarlo e fumartelo. La verità, caro amico, dal momento che me la imponi, non mi interessa. Sono certo, certissimo, anzi: probabile che la mia unica fede sia la libertà. Io me ne vado. Dal 2000 (Loco - febbraio)
Ne faccio parte, non in modo costante, ma a tranches, un giorno sì, quello dopo no, in un mese due o tre volte, insomma libertà assoluta anche per lui, che cavolo.
Di tutti i piaceri che lentamente mi abbandonano, uno dei più preziosi e più comuni al tempo stesso è il sonno.
Il lento scivolare nel sonno, semplice a dirsi, esperienza miracolosa per gli insonni. Mi sento così stupido, così impotente. Avrò più tempo degli altri per fare, progettare, lavorare… ma qualcuno l'ha chiesto? Forse avrò espresso questo malsano desiderio senza rendermene conto? Sarà ostinazione malata della mia mente a ragionare, definire, costruire? Mi rifiuto di pensare che rifiuti, per conto mio senza accordo scritto, di abdicare di fronte alla divina incoscienza degli occhi chiusi. Non sarebbe più saggio che io chiudendo gli occhi mi affidassi al flusso saggio dei sogni?
Lasciati andare… non è impossibile, abbandonati! Guarda che ti rispondo male, ho i nervi a fior di pelle, non ho affatto dormito e tu insisti, sei crudele o stronzo, no, tutti e due insieme! Come se non volessi anch'io, perché voi credete che ci si abitui, che l'organismo dopo un po' cambi i suoi ritmi. E io invece voglio abbandonarlo questo corpo, andarmene in giro a cercarne un altro, uno che non pensi, non immagini, che sia capace di D O R M I R E! Fluire, immergersi, discendere nelle acque fresche e dolci e ristoratrici… bella immagine, sì, non c'è che dire. E vedi che non smetto di farlo? Io anche quando 'riesco' ad addormentarmi rimango vigile, partecipe del tutto ciò che mi circonda, lieve mi tocca il sonno, ma talmente lieve che nemmeno lo sento e, sì, continuo ad intercettare i molteplici piani delle realtà, li percorro e li rianalizzo; non contento, ricomincio, capto tutti i messaggi interiori, uno ad uno, riaffiorano fino alla coscienza, appunto, vigile, e mi conduce all'impalpabile miracolo dell'attraversamento del tempo e delle cose. Eh? cosa? Passa più tardi, non vedi che c'è già la fila? Quelli che vogliono ritornar giovani e belli, quando cantavano sulle navi e conquistavano attrici in erba che poi hanno sposato in fondooooooooo… addirittura? Quelli che sono in lista per sostituire il sottoscritto ancora più in fondo.
BLACK is the colour. Non allineato, bizzarro e surreale. Il cartone animato gangster trasforma la sua pupa senza talento in una raffinata singer di successo: charme e fascino da vendere, grazia e formidabile vitalità ritmica. È la sigla, la trama e i titoli di coda che rappresentano tutto per lui. Non ricorda più nulla, ma se gli fai ascoltare una rullata solista, lui strabuzza gli occhi e ti guarda come per dire lanciami le mie amiche e ti faccio sentire la musica, ti fermo il tempo, ti faccio cantare quei tamburi come mai più ti capiterà di sentire. Che fai? Son qui e ti aspetto, scandisci e spingi, cosa saranno le percussioni senza te? Capitavano cose strane sulla 52ª strada quando si sentiva la batteria stravolgere e coinvolgere con leggerezza e discontinuità per uscire dall'accompagnamento e diventare voce solista. Musica beffarda, fratello, inventiamola e facciamo il verso, diciamo quanto siamo indignati e feriti. La nostra arte al servizio della nostra coscienza politica, trasfigurazione mirabile di un'istanza di libertà e giustizia, imperitura messaggera di un riscatto civile e sociale, strumento di protesta e rivendicazione dei diritti del popolo afroamericano. Non puoi tapparmi la bocca all'infinito, vuoi farlo? Devi. Ma la mia sferza sarà efficace oltre, lacererà la nebbia in cui vorresti disperdere i nostri inni di riscossa e li diffonderà come eco delle disperazioni di tutte le minoranze del mondo. È un processo inevitabile, un modo simbiotico, empatico con cui interagiamo e disperdiamo il seme sofferto e tormentato della condivisione e della convivenza e che darà vita ad una pianta feconda, emozionale e potente.
Non faticavo e non mi dispiaceva, anzi… mandare a memoria una poesia, aveva un effetto potente su di me. La leggevo, mi immedesimavo e la imparavo. E oggi quando faccio un giro nella memoria, anche un suono o un profumo scatenano una ridda di ricordi ammassati nei più remoti angoli. È come una colossale rimpatriata, da nessuno organizzata, da nessuno sperata, tutto si muove secondo uno schema apparentemente incomprensibile e casuale, un disegno circolare che si comprime e si espande e ci raccoglie, tutti. Sto correndo da circa un'ora, passo lento, per niente esasperato, ancor meno cronometrato, mi sospinge una lieve brezza, sembra quasi che io navighi sull'asfalto, la forza che mi solleva non è il tempo da rispettare, ma un odore agrodolce, prima leggero e lontano, poi sempre più prossimo e preciso che traccia dei contorni definiti e un'immagine ben strutturata, dipinta di musica, parole e mani che si calano nel pentolone fumante e rubano e s'imbrattano di appiccicoso miscuglio dolce e granuloso. Srotolo piano il rullino dell'esistenza con tocco delicato e rivivo furore ed estasi di fette dorate dal vergine succo, ginocchia sbucciate su candidi sentieri, spalle e braccia fuse dal sole, dita prensili su rami troppo alti, piedi acerbi in orticanti rovi… Il cielo si abbassa per incontrare il mio complice sonno, si fa elettrico, clamorosamente disponibile ad accogliere i miei ricordi. Il tempo sembra accelerare e una strana meraviglia mi pervade, e come sempre, mi sorprende. Stampato sulle labbra, un sorriso avvolge quel che rimane del giorno, ripone l'eco di tutte le parole pronunciate, mette in ordine i sussurri ancora aleggianti, e scende piano, ondeggiando e sgonfiandosi, come paracadute di seta sulle mie gambe stanche e nervose… non sono finite le incursioni nei territori che m'appartengono, in un continuo percorrere gli universi incantati agitano e ossessionano il promemoria delle mie attese, si accendono e si spengono, intermittenti e dispettosi punti luce e bui pesti su spighe alte e ondeggianti. Dal 1997 (Loco - Luglio)
Filosofia per immagini… Il pensiero è invisibile… ma la pittura fa intervenire una difficoltà: c'è il pensiero che vede e che può essere descritto visibilmente, Magritte ha detto. Non ci si prefigge un tema, non si stabiliscono criteri di scelta, si dipinge e misteriosamente alla fine si scopre il mistero della natura del proprio io: unico tema possibile e impossibile oggetto della propria ricerca l'enigma, il paradosso dell'esistenza umana, unico campo d'indagine la Natura. Quella natura che non è perita soffocando, che ci offre il sogno, che ci apre alla libertà, imperativo impellente dell'uomo.
Mistero=sogno? Realtà=sogno! Tutti gli aspetti della realtà convivono ed esistono l'uno nell'altro, in una corrispondenza continua, in una contemporaneità di giorno e notte che sorprende e incanta. Non è irrazionalità, è semplice poesia, forza umanissima e reale in un contesto impossibile, rappresentata su tela, essenza al centro del palcoscenico illuminato dalla luce cruda del giorno.
Ironia, pane mio, onnipresente e indispensabile, scardina la realtà dal suo interno, instilla il dubbio vorace all'interno della rassicurante quotidianità, vocaboli nuovi di un particolare linguaggio che acquista dalla realtà per restituire mistero. Son giunta alla conclusione: se verità è mistero, mistero è natura, conoscenza è visione, visione cosciente, aspettami felicità, sto per risolvere l'enigma, mi sto sforzando per conoscerlo, mi esercito coerentemente con me stessa sul linguaggio che mi è più congeniale, lo indosso come si fa con un vestito, cambiandolo ogni giorno… non conciliandolo, non abbinandolo.
Questa non è una gabbia, quelli non sono uccelli, scollata arte, liberata da ogni vincolo, diversa e sempre uguale innocenza che disarma, spezza le catene che ci costringono e ci impediscono di vedere e comprendere finalmente la verità e la luce del sole, ah, occhio mio incantato guidami e disorientami mentre perseguo, inseguo e seguo la conoscenza…
La mia vita è un doppio. Sento con gli occhi, vedo con le orecchie, ho i sensi spostati. Non sono reale, scrivo d'istinto e nell'irrazionale mi confondo e mi fondo. Tutto collegato, una matassa senza fine, aggrovigliata e spersa… Con un linguaggio simbolico e imperscrutabile, mi parli, ma non ti ascolto, puoi superare ogni barriera, ti amo e in un abbraccio posso sentire ogni singola parola. Hai la chiave di lettura, non affannarti, non c'è gusto. Colma quel vuoto, lirica breve, poche righe, sensazioni possibili e paesaggi interiori, rimescolii di suono e colore, materia ed evanescente vita, tangibile sogno, ricreiamo l'unicum corrispondente, incatenati a me e al mio spazio e compiamo questo corto infinito viaggio, correndo verso quei segni scaraventatici addosso. Come puoi pretendere che io non sfrutti una risorsa così grande? Ti sento arrivare, sento le vibrazioni del tuo pensiero, disordino le mie carte, le getto in un universo parallelo e attendo che tu me le riporti… appoggiale lì su quello scaffale insieme alla crema per le mani e all'atlante dei nostri viaggi, sono parole nuove, mai pronunciate, troveranno, sole, la propria collocazione, ora rifulgono e si intrecciano, si cercano incontenibili, intraducibili, si toccano, si stringono, mani e piedi, fremiti e battiti, è un andirivieni perpetuo e mai domo, forza inesauribile che non lascia possibilità di scelta, devi seguirmi nel baratro o in cima, ovunque io conduca. La mia punta scivola leggera e decisa, unisce e separa le tappe idilliache in una coincidenza continua, misteriosa, profumata e idratata dal miele degli dei, senza l'ausilio dei cinque intermediari, ché il sesto è già nato con me. Dal 2009 (Loco - Maggio)
ora mi maledirà in eterno. Niente lo salverà dal mio odio.
Ho guarito la sua sete con il mio sangue,
ho nutrito la sua ignoranza con le mie parole.
Ma nulla posso per la sua fame di vendetta. Seguo la traccia del mio cammino, inutile.
Ignoro la sua irata voce, mi lascio alle spalle l'urlo sordo,
lo ignoro e raccolgo nella mano quel che rimane della vita. Indecisa, guardo indietro il vuoto delle mie orme,
ma mi avvio verso quel cappio penzoloni.
Reco in grembo il mio sorriso
e lo appendo, cosicché sia più vicino al cielo.
Scivola giù piano. Fino ai piedi del letto. Tira con sé coperte e lenzuola. Rivolge uno sguardo vuoto, disincarnato. È solo nella sua stanza ingiallita, vecchia. Niente più poster alle pareti. Apatia, noia. Ha da poco abbandonato la scuola e ha anche stracciato la tessera di un'associazione di sinistra. Non gli piace quella sensazione di inutilità, di mancanza di praticità. A cosa servono tutte quelle idee campate in aria? Sono bravi solo a sfasciare tutto. E a lui non sta bene la violenza gratuita. Lanciare una bottiglia infiammabile contro la vetrina di un negozio, farsi esplodere in mezzo alla folla. MAI! Ricorda ancora benissimo l'espressione di sua madre, sarcastica e superiore. 'Ma dove credi di andare? Vai, coraggio, tornerai da noi, non appena ti renderai conto di quanto sia difficile la vita fuori da questa casa'. Una risata acuta gli riempie orecchie e gola. Cattiva e impietosa, lontana dalla mano che l'ha cullato da bimbo. E suo padre? Non ha proferito parola. È rimasto seduto impotente sulla poltrona di fronte alla televisione, schiacciato contro la spalliera, le mani penzoloni, il mozzicone che ustiona la bella moquette. Tutti e due sanno che lui tornerà, prima o poi, e avranno tutto il diritto di ripetere sempre quella frase: "Lo sapevamo, te l'avevamo detto"! È talmente spento che non controlla i suoi muscoli, non ha più riflessi e non riesce ad evitare la caduta finale, ma è un tocco delicato, un tonfo nemmeno tanto rumoroso. Da lì è tutto diverso, tutto urla e geme. Un orrore velenoso e una smorfia spaventosa gli si disegna sul viso, una eloquente rivelazione della sua solitudine. Tutti lontani anche gli amici, anche dio, anche la sua ragazza. È evidente: non sono lì presenti, ma non sono assenti, il fatto è che non sono mai esistiti. Sono tutti frutto della sua immaginazione. La sua coscienza messa a nudo e, anzi, scarnificata gli si rivela chiara. Le braccia scoperte gli ricordano i suoi buchi, i suoi tentativi di trovare un'altra via alla conoscenza e alla comprensione. La follia lucida di un incipit tragediae raggelante ma allo stesso tempo confortante. Annoda quelle lenzuola uno all'altro, un ultimo sforzo: neppure di fronte alla morte la vita può avere dignità… contempla l'ultimo soffio nello specchio, si arrampica fin lassù, via l'ebete pigrizia, via la stravagante imprudenza. (dal 2003 - Loco gennaio)
And it was no kind of test we just chose the loneliness we bore the best
Quattro gli strumenti che mi emozionano e gli ingredienti che mi lasciano interdetta… chitarra, pianoforte, tromba e fisarmonica, pomodoro, peperoncino, caffè e ricotta. Volete farmi piacere? Regalatemi un cannolo siciliano, una caprese, un tiramisù, o un disco di Michael Hedges o di Jaco Pastorius, di Miles Davis, di Yann Tiersen, di Tori Amos…
Ispirazione, ecco cos'è… a me arriva da una passeggiata lungo le vie più remote di una grande città: via Manzoni, piazza Belgioioso, corso Venezia, via Sirtori, via Melpighi (oddio n.3 Casa Galimberti!), via Melzo, il Liberty mio e suo, di una città tutta da bere, da sorseggiare, da sorbire.
Ho scoperto dei luoghi segreti così, per caso, a Milano, mi basta prendere un autobus qualsiasi, saltare su un tram verso il centro e via… a piedi guardando in alto, lungo le ripide e vaste pareti di un palazzo, per fare la magica apparizione in piazza Sant'Alessandro a pochi passi da via Sciesa lungo la quale in un bel palazzone studio e dalla quale nelle ore di buca mi perdo, volontariamente, senza più ritrovarmi.
Una sosta sui gradini di granito a leggere e via per Zebedia strettissima e salva dal conflitto mondiale. E io continuo a tenere alto lo sguardo sulla maestosità della chiesa di Sant'Alessandro al cui interno buio, come piace a me, c'è una vera e propria galleria di arte lombarda '600-700… esco e delicato è l'impatto con Palazzo Trivulzio! I palazzi coi loro cortili imponenti e tutti meritevoli di visita. Chissà oggi… se come vent'anni fa sono così gentili e accoglienti da cedere il passo e permettere a una straniera milanese di entrare ad ammirare la loro personale fortuna. Condividete con me, io mi avventuro per le cinque vie: via S.Maurilio, via Bagnera e il suo mostro, attraverso via S.Maria nuovamente in via S.Maurilio, ammiro palazzo Borromeo, la chiesa del IX secolo di S.Maria Podone e m'infilo in via Borromei, via Gorani e la sua torre, via Morigi e la taverna ricca ancora dei suoi arredi e atmosfere degli anni '60/'70, meta preferita di grandi conversatori, via Brisa e il Palazzo Imperiale e arrivo in fine attraverso via S.Maria Fulcorina alla Biblioteca Ambrosiana e la chiesa Santo Sepolcro, e via Valpetrosa, vicolo strettissimo, mi riporta a scuola e Mottin, prof di illustrazione, che mi aspetta al semaforo: 'Mile, da che mondo vieni oggi?'.
In ogni città ritrovo qualcosa che mi consente di far pittura
Ci sono persone che non riescono a star ferme. Quant'è che hai fatto l'ultimo viaggio? Ci sono anime inquiete che saltano nel vuoto, che s'immergono nel buio e il viaggio è l'unica chance che rimane loro. Ma non un semplice stacco, un reale strappo, un estraniarsi da tutto e da tutti. Vogliono solo librarsi, in punta di piedi si sporgono da quel confine e guardano oltre, e poi spiccano e mollano ogni zavorra. È un bisogno, è la vita che prende il sopravvento, la vita che hanno rischiato di perdere, si impossessa della loro volontà e niente possono se non esiliare perennemente se stessi.
L'anima attraversa i secoli, non si riconosce in nessun corpo, in una esistenza. Ti trascina in una spirale di attimi che non puoi interrompere, hai l'unica possibilità di correre fuggire inseguire la fioca luce, la vedi e si fa sempre più lontana, è una condanna che sbarra il passo, è un segreto inconfessabile, se ci provassi si perderebbe in mille frammenti, come pulviscolo.
Se la tua vita è stata una continua lotta, ti volti indietro e ti accorgi che ogni conflitto ha lasciato solo un cumulo di macerie e tu non hai fondamenta su cui costruire nulla, e così parti. Tra la folla, volti che non conosco e non riconosco, mi insinuo, a passi veloci, danzo fino a raggiungere il mio nascondiglio, dove indugiare tra i miei libri, pagine da scoprire, annusare, carezzare.
Sarà un miraggio? Se tutto fosse evanescente sogno, se potessi aggrapparmi a una speranza, non combattere più, non fronteggiare ogni ragione, riuscirei a trovare un mio spazio, adatto ad accoglierne anche gli altri, dal quale non mi sentirei trascinato nel vuoto, non scatenerei intemperie, l'anima si placherebbe in un abbraccio, ci sarebbe un approdo possibile…
No, pioggia incessante che cade e ferisce, lei prescinde da ogni volontà, ti chiude gli occhi e tu sguazzi tra le pozzanghere, guizzando divertito, cercando di sfuggire ridendo a chi ti insegue, e ti mette alla prova, si infrange al suolo e si allarga, macchia trasparente, dove si riflette il cielo, prima che i passi frenetici sporchino ogni cosa.
Tutte le stradine sono mie, le percorro e le ripercorro al contrario, perché mi rimangano più impresse, giro in tondo, per notare i raggi del sole che colpiscono il selciato ora da una parte ora dall'altra e la città si scioglie al loro contatto. Non c'è nulla di artefatto, nessun set programmato, nessuna regia rigida, nessuna nube scura all'orizzonte…
Adoro non far niente, voglio assaporare tutto il profumo della noia, e immaginare quello della curiosità che mi porterà come un qualsiasi turista, come se mai l'avessi vista, e nemmeno sentita parlare. Sarà una coincidenza ma ogni volta che passo all'ombra degli ippocastani, in auteuil, davanti alla minuscola patisserie sento la fragranza e la bontà del croissant ed è sempre come la prima volta.
Sfuggente, sognante e amara allo stesso tempo è la mia città; mi aggiro senza meta trainato dai miei pensieri, dai miei suoni intimi ai quali si aggiungono le note lontane di sleeping song, naturali e spontanee; è la mia storia che mi conduce nella Parigi delle periferie, dei luoghi meno frequentati e mai pubblicizzati. Apro la gabbietta e mi libero in un deserto acciottolato e spontaneo, uccellino senza passato o con una storia lasciata a metà, protagonista di sogni e irrequietezze.
È così bella, così buia e segreta, così fascinosa e nuova, così ambigua e indistinta, abitata da una folla che si muove libera e senza pensieri, quasi invisibile, e così io mi muovo libero e senza pensieri, in mezzo ad essa e lontano da essa, quasi non toccando terra, non sento rumori di fondo, non sento lo spazio intorno, mi volto e ci sei tu, circostanza fortunata. Per caso ci incontriamo, per caso proseguiamo insieme. (dal 1991 - Milano maggio)
Come un puzzle, come fotogrammi distinti di una sequenza girata! Già visti, già pensati o sognati? Pezzi di una persona già divisa, già segnata o disegnata? Un pezzo qui, uno là, uno da buttare più lontano. Non riesco più a trovare le istruzioni e rimango così balbettante, incapace di seguire un filo logico. Mi aggrappo a qualsiasi cosa, esco e nn so in quale direzione, vago e mi svago! Macchè… carne da macello, folla al banco. Chi offre di più? Intanto imbusto poi decidiamo. F r a m m e n t i di me, di corpo e anima: occhi, bocca, orecchio, collo, gambe, mani, capelli… tutti, sapevo dove montarli insieme, ma ho perso quel maledetto foglio, chissà, forse è meglio rimanere così. Che il cuore nn sappia cosa stiano facendo le mie mani… e che lo stomaco nn senta cosa stia facendo la mia bocca! (dal 2009 - Loco febbraio)
Perché c’è un rapporto tra i corpi nudi, la luna e la terra?
È sempre la stessa storia… che legga pagine che sento mie in quel momento, che ascolti un brano che mi entra prepotente dentro e fa di me quello che vuole, che veda un dipinto che mi lascia a bocca aperta e mi attraversa come una medievale lancia da parte a parte, e me ne vado in giro così, persa e ritrovata, vuota e colma, inutile e necessaria.
È una collina, quella su cui sono ritornata da due anni, ancora selvaggia come quella di Oreste e Pierotto e Cesare, in mezzo a tanti, in compagnia di nessuno, oltre c'è la città e la razionalità… qui c'è passionalità e carnalità e pulsione animale. Io chi sono dei due? Mi ha riportata qui un senso di appartenenza alla terra, un affetto parentale, un amore? No, ero solo stanca e disperata e torbida e vengo a infestare, a sfiorare con tocco forte questi muri, a insudiciare queste pareti troppo bianche, a imbrattare queste stradine troppo pulite, a metter fuoco alle polveri per far esplodere i sensi addormentati, tanto che non ci si ricorda più… passione carnale e tentazione ecco cosa mi lega a questi luoghi.
Sarete leggermente disorientati, lo so, ma sarà graduale, non ve ne accorgerete nemmeno, non sarà un salto improvviso e strappante. Thanatos ha scommesso con Eros, eros sognante e fantastico, in attesa di un evento straordinario che metta fine alla placida noia di giornate sempre uguali lo ha invocato, e thanatos in agguato ha subito risposto. La posta in gioco è il vostro campanile, il simbolo della vittoria di Giorgio sul drago; la tela sarà bruciata su pubblica piazza e il rogo sarà preceduto da dono a me, circe affamata e incantatrice mai esausta, di tutti gli scritti e i risvegli, i versi e le illusioni, le voci e le albe, in cambio: orrore e meraviglia.
Come a little closer, come closer. So I can see you.
Illustrator not illustrious
gypsy illustrator on instagram 😈 all my trips, all my journeys
musatemi
illustratrice ero(t)ica on pinterest 🌶
a musoduro
Di segni e di sogni.
Diecimila Me.
Tutti i mostri che ho in testa.
AMICI MIEI ATTO IV
AMICI MIEI ATTO III
DieciMille
aMusoDuro una su tante
amici miei atto II
TUTTO
fuorché ogni cosa
DISLUCCHETTATEVI
13febbraio2013
amici miei - atto I
MAV c/o SPINOZA.it
sfottetevene su fu Muso
dissipatio humani generis
doll
PARALLELAmente
verrà svelata, a poco a poco, l’essenza particolare che può crearsi tra te e me, ma mai tra altre due persone - David Grossman
SCRASCIA (spinazza)
Ilva: tromba d'aria. Cos'è una definizione di Vendola?
PRIMOgiornodiSCUOLA
Perché vuoi sempre spiegare? Perché vuoi sempre scoprire che cosa c'è dietro? E più dietro ancora, sempre e solo dietro? Come sarebbe una vita limitata alla superficie? 'La rapidità dello spirito', Elias Canetti
prendi la mia mano e balliamo questo valzer, tra le volte della cattedrale, avvolgendoci come la bobina di un film straniero… - Fionn Regan
fuori dalle quinte…
cambio d'abito
azzurro finale sublime.. mio
Un'acqua corse, una speranza / da berne tutto il verde / sotto la signoria dell'estate - Vittorio Sereni
angel dust
FU muso
la mia sala da tè
collettivo-grazia-a-delinquere
dio non ha bisogno dell'arte
farmer in the city…
GAIA ONORARIA
Quasi tutti avevano in sè qualche stortura. In me, viceversa, c'era qualcosa che preferiva 'la luce' alla 'tenebra N.B.
Chi, vagabondando per i viali della città, non ha sognato un mondo che invece di cominciare con la parola esordisca con le intenzioni
e quello per cui mi riapro stelo di pallide certezze
Questo diario è il mio kief, il mio hashish, la mia pipa d’oppio. E’ la mia droga e il mio vizio. Invece di scrivere un romanzo, mi sdraio con questo libro e una penna, e indulgo in rifrazioni e diffrazioni
BadTrip
cit. Emma Peel
fase REM
No pasarán!
Meglio morire in piedi, che vivere in ginocchio.
solo un essere libero proiettandosi oltre la durata, può avere la meglio su ogni rovina
ritorno al mondo nuovo Aldous Huxley
La notte era notte e solo notte
Ma dipingere e scrivere per me sono in fondo la stessa cosa.
sono stupito dall'immenso sperpero di energie che ho dedicato a speranze del tutto vuote. Se avessi riversato altrettanta energia nel disperare, avrei forse ottenuto qualcosa
immersione
LA DONNA ALATA
perché ora conosceva il significato della paura, e per giunta nella sua forma più violenta: la paura della morte dell'essere amato, della perdita dell'essere amato, della perdita dell'amore
les herbes folles
quell'al di là di tutto
il mio nome è rosso
La fantasia fa parte di noi come la ragione… Gianni Rodari
ACCESSO NEGATO
PRENOTAZIONE EFFETTUATA
'quanto più crudelmente m'arse…'
l'oppositore
EVACUAZIONE
giornaLETTI
e non solo
mecanica de amor
letti e riletti
de profundis
il principe felice e altri racconti
il ritratto di dorian gray
Il principe Serebrjanyj
il salvacondotto
le tue lettere hanno occhi
il dottor zivago
a piena voce
la cimice
lo stormo bianco
io sono la vostra voce
Le rose di modigliani
il processo
il castello
un medico condotto
la metamorfosi
la signorina giulia
the moon is down
furore
to a god unknown
il derviscio e la morte
lettera di una sconosciuta
l'esclusa
uno nessuno e centomila
il fu mattia pascal
il diavolo sulle colline
la luna e i falò
le ragazze di s.frediano
metello
una vita violenta
ragazzi di vita
il sogno di una cosa
PETROLIO
la donna di sabbia
il libro dell'inquietudine
la strada di swann
confessioni di una maschera
lo specchio degli inganni
neve di primavera
la voce delle onde
paula
naked lunch
sulla strada
howl
Il resto di niente
Il maestro e margherita
favola inquieta
E' la ragazza con le mani più fredde e le labbra più calde che io abbia mai conosciuto
lì in fondo sembra che ci sia qualcuno ad aspettarci
semivuoto
dal nero al verde
psytrance
NIDOaCAPO
la finestra di fronte
è voce e silenzio
Provochi il mio malumore, mi conduci nel gioco cattivo del sogno e mi spingi dentro l'umido rifugio appena svoltato l'angolo. Scegliamo con cura i momenti e i luoghi, il vino e il pane, il bicchiere e le carni, apparecchiata siedi a consumare ogni istante del nostro tempo. Un giorno di festa è per noi il nostro incontro, ci fa unici e indivisi, io timido e brusco, attendo; tu ardita e morbida, mi versi generoso il succo dell'oblio. Ti scopro e ti prendo quando si fa sera, nel nero mi tendo e ti afferro, nudità aperta alla mia mano calda, irriverente e regale tu siedi sul mio trono, tutta la notte. Al mattino ci empiamo di significato, ci sveliamo verità e ci congiunge il fresco drappo. Acqua e latte ti fanno dolce, fresca, sole e cielo si aprono al nostro passaggio. Risaliamo colline, e discorriamo di noi. Tu hai cambiato il significato umano del termine vita, me ne hai reso una fetta, ora ti guardo e dietro le spalle, prego, e scaccio via l'ombra malvagia che vuol divorarti il passo.
il nero che conta
la vera prigione
Non è il tetto che perde Non sono nemmeno le zanzare che ronzano Nella umida, misera cella. Non è il rumore metallico della chiave Mentre il secondino ti chiude dentro. Non sono le meschine razioni Insufficienti per uomo o bestia Neanche il nulla del giorno Che sprofonda nel vuoto della notte Non è Non è Non è. Sono le bugie che ti hanno martellato Le orecchie per un'intera generazione È il poliziotto che corre all'impazzata in un raptus omicida Mentre esegue a sangue freddo ordini sanguinari In cambio di un misero pasto al giorno. Il magistrato che scrive sul suo libro La punizione, lei lo sa, è ingiusta La decrepitezza morale L'inettitudine mentale Che concede alla dittatura una falsa legittimazione La vigliaccheria travestita da obbedienza In agguato nelle nostre anime denigrate È la paura di calzoni inumiditi Non osiamo eliminare la nostra urina È questo È questo È questo Amico mio, è questo che trasforma il nostro mondo libero In una cupa prigione.