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domenica 3 maggio 2015

Paralleli e.

Solaris. 1972. Andrej Tarkovskij.

Sono una patita di paralleli. E sono anche una partita per la tangente. Perché quando dici che vuoi il mio bene ti credo, ma se continui a misurarne l'intensità, insisti a definirlo in un determinato modo e dai in escandescenze quando scappa di chiamarlo diversamente io, semplicemente, casco, giù, senza nemmeno far finta di barcollare, anzi, volontariamente punto il vuoto e mi ci infilo. 

Can't get there from here. Clint Mansell. Moon OST.

Dream. Eduard Artemiev. Solaris OST.

Sono l'affezionata ai paralleli. Proprio di quelle situazioni che corrono a distanza sempre uguale e i cui punti estremi, origine e fine, non si incontreranno. Mai. Ci rivedo molto di me: immaginazione=realtà; studi=realizzazione personale; aspirazioni=lavoro; viaggio=c/c; amore=pubblico/privato; cassetto=tana. L'ho aperto stamattina, quello noto per essere scrigno pieno di sogni, ne è uscita una fila di formiche.

Moon. 2009. Duncan Jones.


I doppi. I paralleli.

sabato 15 dicembre 2012

equi voci



Vivo a puntate. Ognuna della durata di una decina d'anni. La mia vita è un feilleuton. Ha tutta la forma espressiva della storia proiettata su grande schermo e la ragione d'essere della telenovela in tv e perciò ammalia, divulga, fidelizza, ma allo stesso tempo muta continuamente nel tempo. Sono una volubile seriale. Le vittime: i rapporti, le convenzioni, l'abitudine. C'è un'incredibile proliferazione narrativa, la reiterazione delle soluzioni narrative; coinvolgono e travolgono… fors'anche la narratrice. Cerca di sottrarsi alle logiche del suo lavoro e a tratti vi riesce perché fondamentale caratteristica sua è l'immagine, la fantasia il suo primario elemento comunicativo. Lei in primo piano, lei in secondo e terzo: una serie di quadri in movimento, piani di sequenza mai statici, tante inquadrature differenti fanno l'opera proteiforme che racchiude e si apre ad ogni parola, ad ogni sguardo, in follia, in delirio, su passione, su ardore. Sono innamoramento a prima vista e profondità di campo; è rigore inossidabile e scioglimento costante; sei innocenza e calcolo. Chi sarebbe il regista di tale mirabile azione? Ma io medesima, chi altri potrebbe mai muovere le inquadrature così complesse, chi trasformare di continuo le identità, raccontare le storie dentro altre storie, rivelare e celare, ricostruire e collassare… Le radici erano già chiaramente vitali e si rafforzavano ad ogni deliquio, ad ogni temperatura sopra i 38 gradi. Prendevano vita tra le lenzuola umide, si nutrivano della miracolosa fluidità dei miei pensieri e tali erano i caratteri e i soggetti che si ramificavano anche a mia insaputa, le vicende si intricavano consapevoli o meno. Grandi arti feci delle mie maschere, tutte sognate, tutte ipotetiche, cadevano e cadono, rivelano le ombre e svelano le luci del mio personale teatrino. Vertigine? Può darsi. Batter di ciglia fugace che muove le marionette ignare e complici, scivolano e si dissolvono come lacrime di gioia e commozione.

giovedì 9 febbraio 2012

Die Sonate vom guten Menschen



Credi di decidere la tua vita?
I dettagli. Quelli almeno mi sarà concesso?
Ho oltrepassato il confine. Ho spiccato un salto al di sopra dello steccato e mi son ritrovata a trotterellare felice in un campo immenso. Verde a dismisura e azzurro così perfetto, asciutto, terso che ho paura a guardarlo per non sbiadirlo, per non vederlo sfumare via dalla pesantezza e ruvidità del mio dito. Un'unica appendice rivestita da uno zoccolo felpato dall'erba altissima. La solco come fosse un mare, libera, tendendo e rilasciando tutti i muscoli, modellati, dal vento che soffia sulle fragili parole mie, sulle intenzioni che si scontrano con la precarietà dei tempi, spazza la polvere dai progetti lasciati irrealizzati… piccoli particolari.
Ma le cose importanti vengono da sole.
Sono come il fuoco che cauterizza le ferite antiche. Tu percepisci il bruciore ancora vivo, ma cerchi pace lungo il profilo delle montagne, refrigerio nelle profondità dell'oceano, saggezza nella salita drammatica e spensieratezza sfrenata nelle discese distensive.
Mettiamo che per un tempo limitato io abolissi tutte le norme, e non alcune soltanto. Una volta raggiunto l'obiettivo, non potrei riassumerle tutte, quelle norme? Indubbiamente gli affari sono una specie di guerra. Perché dunque non fare guerra totale in vista della pace? … Risento la sensazione di ferita aperta. Mi guardo la gamba. Quella sinistra. All'altezza della tibia. Una lineetta alta non più di un centimetro e profonda non meno di due. Ho pensato che non smettesse più di venir fuori. Rosso. Denso. Insistente. Si vede ancora oggi.
Se guardi attentamente la riconosci. Brava. Calda. Impetuosa. Se stessi fermo un attimo ti ritrarrebbe in un secondo. Scosta piano quel velo opaco e tira a se in maniera chiara e precisa tutti i fugaci tratti del tuo carattere e le linee della tua vivacità. Lo stile è il suo: robusto e flessibile, ingenuo e concreto, permeato di due stillate di forza e originalità. La sua è pittura e poesia che si nutrono di fantasia e si innervano nella vita reale, tacite, armoniose.
A cosa penso? Alle tue parole, ai tuoi sorrisi di diniego, alla smorfia che fai quando non vuoi che ti fermi tra due virgolette e tre lunghissime pause. Eppure quei momenti mi riporteranno indietro e da quelli trarrò linfa vitale. Ad essi mi aggrapperò e mi farò sollevare al di sopra della viltà del deserto del cuore e dolcemente ammarerò sui due lembi mai rimarginati. Vivere vuol dire portare una cicatrice. Tutti questi pensieri eran come la banderuola in cima all'edificio del disagio e dello scontento.

I due passi sono tratti da L'inverno del nostro scontento di John Steinbeck



Let's just imitate the real, until we find a better one

mercoledì 13 luglio 2011

Il settimo passo


Son sette? Come le meraviglie? , le rispondo, e cerco di far breccia e di creare un intermezzo… è scoraggiata, ma tanto giù che riesco a intravederne le suole. È profondamente depressa, anzi per esser precisi, nel continuo oscillare pendolare tra gli eccessi di simpatia e le picchiate violente ha scavato una buca enorme e lì in mezzo ad acqua gelida e buia si opprime e perde speranza. Per prima cosa ti regalo un epilogo, un sublime approdo sul quale sciogliere in toni surreali le tristi circostanze… scegli se legare le cime o sfiorare gli abbracci rimanendo alla deriva. Ho sognato che ci fossero due soli. Uno tramontava, l'altro sorgeva in uno scambio di reciproca gentilezza. L'uno si tuffava non appena scorgeva l'altro che giungeva a toccar la sponda. Gli eterni lottatori sistemati sulla pista illuminata, i poderosi nuotatori sempre in bilico tra gli abissi e la superficie. Persevera. Inseguimi. Resisti. Che tris inossidabile: io, te, i mulini a vento. Sempre più audaci, ogni volta più tesi nell'insopprimibile volontà di perseguire l'unica ragione di vita: serra, irrora, nutrilo, suona il motivo celestiale, quartetto d'archi in lontananza, abbatte tutti i muri, potente, inscalfibile, ingovernabile. Dobbiamo esser spontanei, questa è la nostra arma, priva di disegno logico, si serve di un piano improvvisato in cinque minuti, rimango inossidabile vedetta orientata a nord, a individuare i margini, a tenerli lontani. Ostinato tempo, prendi una scorciatoia, vuoi privarci del ruolo da protagonisti, ma noi, sull'onda emotiva del respiro impresso e della lacrima mai sgorgata, tagliamo gli ormeggi e calchiamo la scena sesta quella in cui è scritto lo sberleffo al destino, ignorando tutti i canoni, invertendoli e sovvertendoli... lei ama, lui ama. Il senso di lettura, la contesa tra buio e luce, l'inizio o la fine del sentiero, le sbarre e gli squarci, il pieno svuotato, gli occhi spenti e i visi accesi. È Settima arte, palindroma come i loro nomi, quella O che ti si disegna sulle labbra, il suono della sorpresa e dell'emozione circolare. Ottima.

Volevo scriverti una storia sulla magia. Volevo conigli che spuntassero dai cappelli. Volevo palloni che ti sollevassero fino al cielo. Ma è diventato tutto nient'altro che tristezza, guerra, afflizione. Non l'hai mai visto, ma dentro di me c'è un giardino.
Io sono febbraio - Shane Jones

giovedì 24 marzo 2011

dimmi cosa bevi…



Ha sentito parlare di Jaime Saenz? No? Che peccato! Avrebbe potuto avvicinarsi a uno scrittore straordinarioNon chiederle in cosa creda. E non sorprenderti se venisse fuori il nulla. Chi ha detto o solo pensato di poter andare d'accordo con tutti è un conformista e un abitudinario. Lei? No. Che meraviglia!
S'è capovolta all'ultimo momento e hanno dovuto tirarla via con un arnese spaventoso, orribile, se sia sana è un miracolo… quale miracolo? L'ha fatto bene, è stato delicato e tenero. Era o non era un dottore? E allora? Quanto freddo è? Vuol tornare dentro. Cos'è questa luce accecante? Giù le mani porco. Lascia, faccio da me, sono una personcina pulita, che credi?
E da allora… ha capito quella non era che finzione, una messa in scena e anche buona, una serie di sipari, si va in onda, si gira, è una bella esperienza, non c'è che dire. Ma ora basta, che qui la stanchezza si fa sentire e appesantisce forte il drappo. C'è uno strappo profondo. Guarda, lì in cima, tutto sbrindellato il velluto liso in più punti tira e si annoda fino a creare una ragnatela difficile da sciogliere e nella quale sarebbe un suicidio potersi districare. Meglio un goccio. Che ambizione è?
È orribile. Inaccessibile. Non parlare di ciò che non conosci. Stappa. Puoi intendere solo trascorrendovi del tempo futuro. Lei s'è già incamminata. Le guardo le spalle, è un incedere tranquillo, il suo, per nulla scomposto, gira l'angolo e ha già annotato a chiare lettere l'alternarsi dell'inquietudine del giorno alla calma della notte. Credevo fosse pericoloso e senza ritorno. Sono il suo portavoce e mi faccio mendicante come lei, più di lei. È una intensa lacerazione e io non riesco più a colmare i paradossi né a recuperare l'abisso e forse… non vorrei. Sto bene con la notte. Non chiede nulla in cambio e nulla restituisce. Nessuna ombra a tormentarmi, nessun mosaico da completare.
In immersione blatera ed emette bolle sempre più grandi. Il più bel regalo mai ricevuto: l'idea della conoscenza, l'invenzione dell'illuminazione. Che si rivelino false che importa? Basta l'intuizione del vincolo, la visione dell'emblema, l'ultimo scoppio della rivelazione. Com'è bello strapparsi il corpo.



come è difficile che riesca facile dire il difficile
Felipe Delgado - Saenz Jaime

regalo secco a MrJamesFord

mercoledì 22 dicembre 2010

a caso


Lasciatemi! Rinchiuso, interdetto, spento. Whichever I choose, it amounts to the same. Lasciatemi… qui. Sbraita, si contorce, poi cede e si adagia. Ricorda. Prospettiva barcollante, ondeggia e stringe le mani alla sorte. Ma che fa? Possibile che sia così indifferente, così freddo, così distaccato. Quale possa essere la ragione, non sa e non la spiega. Forse non c'è. Non serve. O la rifiuta. Io grido, mi agito, percuoto e strizzo le viscere e scalcio, e soffoco, tante son le lacrime, in groppo, sulla gola, giuro vendetta, mi ostino nella ricerca di una soluzione, dell'assoluzione… lui no. Dentro e fuori. È nel mondo. Assurdo già di suo. È il suo mondo, e in quello si identifica. Ho un coltello. No, l'unica scorciatoia ammessa, veloce e indolore, tempestiva e sorprendente: pistolettata che incide e brandisce con lucidità e senza alcun rimorso, a privare quella prigione dell'unico sprazzo, a violare l'emozione, solido fino alla fine, fermo nella tempesta… lasciatemi nell'abiura. Volete assistere? Prego, fate pure. Sono estraneo, pietra o marmo scolpito, costruzione mentale potentissima, l'idea che erige un muro che non si sgretolerà sotto i vostri attacchi, che aprirò in fuga e in difesa a quel che capita, a ciò che non ha senso, la mia vita, la morte… l'ora senza nome, quando i rumori della sera salivano da tutti i piani della prigione in un corteo di silenzio.

a Robydick amante del bel cinema, a Jafar Panahi amante della libertà

mercoledì 20 ottobre 2010

la luce


Il ragazzo si china, allunga le mani che passano attraverso il soffice del cirro, preleva la bianca sfera, la solleva e me la porge. Che bella! dico io - non avevo mai visto così tanta luce, e mi rimetto in marcia. Dietro, lui si raccomanda: la perfidia potrebbe ritorcersi contro di te, abbine cura, è solo un simbolo. Ma io me ne dimentico ben presto. La infilo alla sommità del bastone ricurvo e la mostro, come se fosse lo scettro. Ho un gran sonno, mi corico alla base delle rocce e m'addormento. Al risveglio non ho più la vista. Allungo la mano e lo tocco. È lì, ma io non posso più vederlo. Avrei solo voluto che tutti beneficiassero di tutto quello splendore, urlo a me stessa. E invece mi ha accecata per sempre.
"La vita e la morte sono come due scaglie della stessa corazza, l'una vicino all'altra". Questo è un paradiso sulla terra, non avrei mai voluto lasciarlo, perché andar via? Perché quel tempo non c'è più. Perché la nostalgia per un tempo che non c'è più è troppo grande e impossibile da sopportare. Nulla è più così bello e incontaminato. Dune, calde nuvole che avvolgono e seppelliscono. Energia e magia ormai perduta, panorama che sarebbe stato meglio che non fosse mai intaccato da quei maledetti enormi pneumatici, vita morte, distruzione e rinascita. Incanto grande, antico e favoloso, profetico e giallo. Quel bastone mi serve per il sacrificio, domani mi servirà per avanzare a fatica, non più snello, non più veloce. Favola e realtà. Mi purifico e torno al primo stadio della conoscenza. Acqua e fuoco…

martedì 5 ottobre 2010

materiale


È già cominciata? Non ci facevo caso. Ha fatto l'ingresso più fastoso che si potesse immaginare. È una vera maestra in questo. Tacco quindici, abito lungo con spacco inguinale, capello raccolto a mostrare il collo elegante e flessuoso. Un serpente. Spire in moto e lingua controllata con dimestichezza, ma pronta a scattare. Ti stritolerebbe solo con una stretta. Tu lo sai e ti mantieni a distanza. Ma ti eccita. Siete animali, vi capite. Ad ogni fotogramma miagoli e le fai le fusa, ti strusci addosso alla poltrona su cui si è lanciata accavallando le gambe e ti stendi ai suoi piedi, lasciando che allunghi le gambe sulla tua schiena. Morbido, duro, arrendevole, indifferente, ostile. Se credi di averla conquistata ti sbagli. È troppo studiata nei dettagli, troppo rigida e meccanica, malata della sua stessa patologia. Ha bisogno che qualcuno la suoni di traverso, tirandola fuori dalla fissità impagliata. Devi assecondarla, viverne la fiducia, renderla consapevole del suo corpo e mettere a fuoco il tuo senza lesinare, senza risparmiarti. Avvolgila e riavvolgila. Lascia libera quella protuberanza, rotante e impeto. Morbido, accondiscendente, duro, impietoso… carne e metallo.

venerdì 24 settembre 2010

nec sine te nec tecum vivere possum

Amour fou. Targhetta in ottone. Accanto a me, vicina e inconcludente. Picchi sul legno per farti aprire e chiedere un sorriso e un abbraccio. Chi sei? Sei un fantasma che riemerge, devastante, impressioni la pellicola, la svolgi e ne sei preso in mezzo. Apro quella porta a pochi passi e introduco la mia ospite. Si sente subito a suo agio, si aggira padrona di casa, nel tranquillo caos della tua vita. Non puoi sfuggire al suo sguardo, curiosa in ogni anfratto, indiscreta e menzognera, porterà distruzione esplodendo come una malattia a cui non c'è cura. È parola camuffata, violenza gratuita e incontenibile, non chiamarlo amore, non può esserlo, possono rappresentare amore frasi spezzate e parole scostanti, gli urti giustificati, le fermate richieste e improvvise, le corse senza destinazione, i viaggi clandestini con passeggero esigente e possessivo? No, ho un'idea diversa di cosa sia per me amore. Tu mi guardi in tralice. Che c'è? Delusa? Mare inquinato non getterò le reti per pescare uno scarpone. Crudo orgoglio non cercherò una via di fuga per una fredda alternativa. Non c'è più luce in questa casa, apro le finestre ma ci trovo mattoni, l'ombra funesta carpisce ogni istante della giornata e interviene sui miei sensi di colpa. Non c'è recupero. Sono smarrito e invertito. Non posso sopportare oltre il tuo cinismo e le tue persecuzioni. Mi serpeggia dentro una sola scelta. Morsa e rimorsa devo porre fine… suggerimento di epitaffio e conclusione racconto muta: le mie parole non verrebbero mai ascoltate.


tu mi allontani per sempre dall'enigma, poiché tu esisti, come tu sola sai esistere…

martedì 14 settembre 2010

gentile ma anarchico


È leggenda, forse, o è anche la realtà recuperata da un personaggio e da una memoria viva che conferisce all'essere spettatore una nuova abilità: trasmettere un messaggio ed ereditare l'occasione unica di scegliere e condividere le sorti di un uomo, di una donna, di un gruppo. Dov'è e cos'è il migliore dei mondi possibili? Riesco a staccarli quei fili e a lasciare che raggiunga qualche altro ribelle, affacciato su quell'orizzonte? Posso ancora stupirmi e ricordare i canti e gli inni, posso ancora esser orgoglioso dei miei ragazzi, posso aiutarli a slegarsi dai fazzoletti che stringono e imbrigliano, a scavalcare le trincee e improvvisare, restituir loro il sapore della testimonianza, fingere e realizzare il contagio della rivoluzione… oh, ma io non so parlare, non ho ancora imparato il linguaggio dei morti. Dammi una traccia, passami quella lettera vedrò di tradurla, cancellerò le menzogne tramandate e precipiterò il silenzio e l'oblio… stupisciti e non accontentarti.

… se avessimo vinto, come avremmo potuto, avremmo cambiato il mondo. Ma non importa. Il nostro giorno verrà.

martedì 7 settembre 2010

locus amenus

è allo stesso tempo il mito greco dell’Odissea e la leggenda celtica di Lancillotto, uno dei più belli tra i poemi di avventura e passione, uno dei canti più fervidi che mai siano stati composti a onore della rinuncia e della fedeltà, un inno all’Unità e contemporaneamente alla diversità delle apparenze (Eric Rohmer). Gioco di ombre, puro e fantastico; rincorsa delle nebbie sul lago, reale e tangibile. Celebrate insieme a me questo disegno luminoso nel quale si materializzano erotici fantasmi avviluppati nelle vesti sontuose, anche quando poverissime, a fondersi con gli umani personaggi. Non è intrusione soprannaturale, è presenza impattante e teatrale. È danza tradizionale senza trucco e senza inganno, è tensione erotica e carnale consumata, ma non spiata, è percezione dello spazio e del tempo spostata e riportata su altri piani. Che impeto, che passione! Ci sentiamo immersi nel caldo vortice dell'universo dei due amanti, siamo quasi annullati nell'estasi mistica del sentimento più puro e incondizionato. Dov'è la luna? La luna è lì, la tocchi e la vedi, metaforica bellezza, intensità della luce in mezzo alle tenebre… Sogno, incoscienza, cinema, infinito!

sabato 28 agosto 2010

babylon (6)


… tutti i progetti che poi finisco per realizzare esistono non soltanto da prima, ma da sempre… È una sensazione, o qualcosa di più, quella che provo e intanto osservo, li guardo mentre sono occupati a far coincidere la propria idea con quello che il cittadino pensa e vorrebbe, compiono tutta una serie di operazioni atte a sviluppare, predisporre tutto in maniera precisa, i tasselli devono essere ordinati e riposti in una bella scatola colorata, un contenitore che aggreghi, stabilisca, confini. Viene poi richiusa e sigillata in un posto sicuro per poi essere riaperto in occasione dell'inizio del grande gioco. Intanto io sogno, sono i sogni che vengono a me, e io li accolgo, li riconosco uno per uno, son piccoli nuclei autofabbricatisi, si affiancano a me nel lungo percorso intrapreso, sparsi un po' di qua, un po' di là, raccolgono intorno a me tante facce, tanti personaggi, danno contorno e si riempiono di contenuto. Siamo spiati, mi dice Linda. Sì sento, rispondo io. Produttori di incubi che s'inquietano e si muovono rancorosi, cercano di evitare le scale, e se passa un gatto nero, cambiano strada o si toccano. Attributi inesistenti. Per ora è un film muto, tonalità pastello, virato seppia, girato interamente con una vecchia cinepresa. Non abbiamo abbastanza fondi, ma faremo tutto con le nostre forze. Sequenza dopo sequenza, ci prepariamo come si fa come per un lungo viaggio… Rino che fai, sali anche tu? Sì ho un buon latte, servirà. Ma voi, non v'imbarcate? No, si aspetta. Quaggiù c'è da fare! Deh non m'abbandonar. Ma no, la forza del destino ci condurrà fuori dalle logiche opportunistiche. Prenderemo posizione, ci mescoleremo, avremo freddo e caldo. È agosto, ma sembra che sia già marzo. Sù il cappello, annoda la sciarpa, indossa il cappotto, amarcord e futuro, quotidiano sottobraccio e tatuaggio in bella vista, morbido e minaccioso, rigido ed elastico, diverso e uguale, attento a cogliere resistenze ed errori, vigile e irresponsabile. Rino m'aspetta, ripescalo, è tornato a galla, l'hanno sbalzato fuori bordo alla prima occasione. E la nave va…

o nelcuoredellanotteinunacasabuiadaqualchepartedelmondo

martedì 20 luglio 2010

NOI a


Non ho abbastanza colore per il mio quadro. Quasi trasparente, lo guardo con distacco, per niente ammaliato. Pensieri confusi, precipitati su una tela perduta, priva di luce e percezione. Osservo e distruggo l'espressione, i contorni e lo sfondo. Non è composto. Non mi appartiene. È solo un insieme di decorazioni silenziose ed estranee. Solo, innervato dentro un corpo. Il tuo ora sorride al mio. Irrompe come un ciclone, rompendo equilibri e staticità. Porta il caos il tuo oceano trasparente e burrascoso, nel quale io sguazzavo, senza coinvolgermi, ora passo interminabili giornate ad aspettare che arrivi la mareggiata, morbosa ed egoista. E il quadro? Strategico e sottile il tuo gioco, nascondi tutte le tempere e distruggi in mille pezzi la mia tavolozza… “Niente merita di essere dipinto in questo mondo. La tela vuota che tu vedi dice tutto quello che c’è da dire ed è la sola che possa firmare onestamente”.

sabato 10 luglio 2010

paranoiac

A paranoiac, like a poet, is born, not made. Grazie Luis. Domande moleste a parte, perché, come, dove e cosa, dovrei far leva su questo e forse sarei sulla buona strada per essere felice. Innocente, coraggiosa, misteriosa porta da aprire al destino. Anzi, no meglio una finestra, con un bel balconcino su cui saltare a godersi una notte piena di stelle e di vento. L'ho sempre detto io, avete una marcia in più, voi. Tu e gli altri. Una maggior possibilità di vedere, l'oltre e il di là, quel leggero margine che noi non riusciamo a calcolare, a prevedere, smarriti e sempre ritrovati. Un film, quella scena in cui viene sezionato un occhio e un universo che mi si apre davanti. Riesco a immaginarlo ora, mentre fumo e celebro il momento importante, quello in cui penso d'aver capito, due dita di whiskey per brindare a me, a quanto sia brava a nascondermi. Tu mi invoglieresti a parlare, mi diresti che non c'è occasione migliore per riconoscere di aver sbagliato tutto sempre. Non ho voglia di ammetterlo, tutto qui. Ho solo voglia di farmene un'altra. Che non l'ho goduta appieno. Son una che parla poco, non s'era capito? Con tutte 'ste domande m'avete privato del piacere di assaporarla, sensazione immensa e breve, il coperchietto s'alza, l'argento si scosta a mostrarmela, le dita la sollevano, lo stacco della scintilla, la punta si lacera e la bocca la stringe, la lingua la titilla, lasciate stare, non praticanti, non capirete mai. Alcool e tabacco marito e moglie, inseparabili. È una seduzione di cui non ho prove, è quello spazio dell'informe e nel non conforme di cui parli tu, Luis. Quella spalla nuda su cui consumare l'uovo fritto come faceva il tuo amico, dopo aver mangiato, arrivederci e grazie, quella è la porta! È paranoia fittissima, un potere nuovo e vecchissimo, esercitato da quando, piccola, ho inventato la prima storiella, una responsabilità grandissima, un limite o un confine vastissimo, entro il quale avrei potuto cambiare il mondo o incelofanarlo così com'era. Via i grandi della terra, abbasso i soliti noti, i saggi al governo. Non superate quel filo, è la mia parete salva-tutti. Piccola differenza. Sarete tutti d'accordo con me quando penso, quella differenza sia importantissima.

If someone were to tell me I had twenty years left, and ask me how I'd like to spend them, I'd reply 'Give me two hours a day of activity, and I'll take the other twenty-two in dreams'.




F.F. il sublime dell'Horror sarebbe d'accordo…

If the devil were to offer me a resurgence of what is commonly called virility, I'd decline. So I can go on drinking and smoking!

domenica 27 giugno 2010

un sentiero lunghissimo


Ci camminano al fianco, somigliano a vortici in continuo moto, unica pausa breve, e poi si rituffano nel gorgo, travolgono tutto senza accorgersene, mutilando e sconvolgendo. Cos'è un ingranaggio? A che servono i procedimenti? E i manuali? Ma perché, esistono le regole? Non conoscono routine, non sanno nulla della frivola occupazione della chiacchiera, né importa loro di far trascorrere le ore in maniera più veloce, anzi… non c'è forse un metodo per arrestarlo? Esattamente nel preciso momento in cui hanno più amato hanno più intensamente vissuto. Altrimenti che senso avrebbe farlo trascorrere, percorrere, rincorrere? E questo dev'essere, pieno di significato, effettivo e sicuro ormeggio. Chi è per sventura distratto supera se stesso lungo il corteo, guardandosi indietro, calcola la distanza minima e non tiene il passo con la folla che ora lo precede, e se reputasse più opportuno tornare indietro? Forza per ricostruirne la struttura, fantasia per alterarne la cadenza, coraggio per ridargli quella dignità persa per strada. Si ricomincia. Chi dal fondo ne sappia pescare una, chi riesce a risalirla quella corrente e ha ancora vita per farlo, vada. Gli altri rimangono spauriti e sospesi sulla furia dei venti, cavalcano i mulinelli sollevati, saltano sui pensieri privi di sostegno sicuro. Ci si può adeguare? La fantasia non aiuta, l'inventiva non ricrea la visione, l'insicurezza aggiunge un nuovo anello alla catena di incomprensione. Chi è per natura fallito demolisce l'armonia interiore, fa fatica ad espandersi, dimentica il ritmo e non conosce la trama delle corrispondenze, ignora i richiami della bellezza del creato, gravato da pesante e ingombrante fardello, precipita e vorrebbe non esser solo. Ci si può far perdonare? Chi distrugge l'equilibrio è condannato senza indugio mentre intorno esseri petalo si lasciano trasportare, colorando e profumando i sentieri della conoscenza.
Tu costringi molti a cambiare opinione al tuo riguardo; essi te ne fanno una grave colpa. Giungesti vicino a loro ma passasti oltre: non te lo perdoneranno mai.

sabato 12 giugno 2010

in circolo



Menzogne, frottole, bugie… come volete che le chiami? Tutti le raccontano, mediocri, patetiche, inconsce, o geniali, spettacolari, sono sempre frutto di autolesionismo e provocano fraintendimenti, equivoci, coincidenze, a catena, fino a determinare la collisione violenta e insostenibile. È per questo che amo le canzoni, quelle grandi che parlano di cose fondamentali. Le canzoni dicono la verità. Anche se sono sceme, dicono la verità.
E mi sembra di sentire le note di L'hymne à l'amour o Ne me quitte pas… Canzoni con spirito di esemplificazione, di ellisse. Gli uomini invece… sono complicati, amano le complicazioni e diventano complici delle loro storie chiuse, ermetiche.
Quello che rimane? Smarrimento, vuoto, personalità spente e ingrigite, macchiette incapaci di sapere cosa siano e cosa vogliano. Tutto condito da confusione e indecisione, retrogusto amaro del rapporto tra uomini, donne, uomo e donna persi in un completo smarrimento comunicativo. Non è casuale, è lucida analisi critica degli avvenimenti girati nelle rigide coordinate dei luoghi e dei tempi in cui sono incapsulati piccoli minuscoli personaggi destinati al crollo.
Grazie a Brel, a Truffault e a Rohmer…

domenica 23 maggio 2010

indelebile


Ho lottato da sola con violenza,
ogni giorno contro l’orrore di non poter
più comprendere il perché di questo ricordo…

1945 il tempo si avvinghia al mio corpo
le mie mani abbracciano le pareti
e la mia bocca ne sorbisce il sangue

1959 la luce radente sulla pelle
un'ondata faticosa scorre a tratti
l'apocalisse si mescola con la nostalgia
un lampo squarcia la memoria
sospesa nell'oblio, allontani la sofferenza
non-ricordo e credo di sapere

1945 il tempo è l'accecante sole sulla terra
una visione di piccola devastazione
e grande certezza della pelle sfaldata

1959 la luce bianca abbaglia spazi geometrici
galleggio in un universo imploso
la mia città rifiorisce stentata ma si solleva
dalla cenere, reperto inutile
al dolore del mio popolo custodito in
una memoria di ombra e di pietra


2010 immagini inesistenti
non testimoniano il dramma
condanna eterna e presente in ognuno di noi,

rammenda e va avanti: Tu mi uccidi, tu mi fai del bene

venerdì 14 maggio 2010

salesabbia


Incendiario, distruttivo, esplosivo. Eros e thanatos nelle saline si impadroniscono dell'uomo povero e lo fanno ricco, di un bene supremo che nulla ha a che fare con l'ordine alienante della civiltà dei consumi. L'uomo-macchina è ora uomo-dio, fuso nell'armonia della natura alle cui leggi e ai cui ritmi ancestrali, e solo a questo egli deve attenersi, aspettare e segnare l'oscillazione lenta, erosiva, solenne cadenza, ticchettio, musica magistrale con il quale ci si culla, beatamente primitivi e sentimentali.
Figlia dei fiori immortalata in una sequenza dalla bellezza mesmerizzante, onirica, trasfiguratrice, una donna dal viso incorniciato da lunghi capelli in un'aura di sogno simbolica si unisce a un uomo, tutte le donne e tutti gli uomini si uniscono nella cristallizzata sensualità del sigillo del bacio, salati, sapidi, consapevoli protagonisti del gioco e della realtà della primordiale materia insufflata di vita, si mimetizzano nei frenetici corteggiamenti, si fondono con la sabbia che li ricopre, li vince, li sostituisce.
Il tentativo è riuscito. La dimensione olistica e adamitica, laddove il sistema capitalistico ha ridotto l'uomo, creatura a sangue caldo palpitante, a umanoide, inorganico automa privato di soffio vitale, è recuperata, è vittoria dell'amore che schiude le sue delizie nell'edenica valle. Non è un cimitero, c'è più vita nel deserto che non nel turbinio delle metropoli popolate da morti viventi.
Ora la donna, creatrice creatura creata per plasmare le vite, esercita il suo potere salvifico, rivolge l'occhiata profetica a me e soffia l'alito distruttore verso la sgraziata costruzione artificiale che, come un bubbone sul corpo della dea, infierisce e ferisce l'organismo maestoso della natura antica. Via il male, nuova vita, nuova speranza…


secondo me ci sta benissimo… classic blues

giovedì 6 maggio 2010

grandi maestri se ci siete battete un colpo

Scalee immense.
Fuoco per la mia sigaretta, ne aspiro,
la sua voce è silenzio.


Sono scivolata indietro oggi, sono andata a ripescare una cartella piena zeppa di carte archiviate nel lontano 1995. No, non si tratta di una cartella files no, è proprio una cartella di cartone, una di quelle, per intenderci che si chiude con un elastico e contiene fogli, fotografie, disegni e c'era anche un pastello caran d'ache, mon amour and my blood. In fondo c'erano i miei haiku, avevo in mente un progetto e lo rivelai a due miei amici e al prof. di copy che lo riferì a quello di illustrazione. Ne venne fuori una collaborazione insegnante/allievi che partorì una sequenza per una casa editrice milanese. Ognuno di noi illustrò i versi e così ci dissolvemmo in essi ed essi si fusero con noi in una profondità priva di altezze, perimetri e misure.

I dream of an ancient oak tree,
his roots under my feet.
In the mirror my dirty face.

Ne composi trentadue, il trentaduesimo è il giorno del mese inesistente, quello che ho cercato e che non ho mai trovato, il giorno perfetto, quello felice afferrato e fermato che piomba dall'eternità. Irripetibile e stupendo. Sono rimasta a guardarlo, senza agitazione e senza inquietudine, ne ho ricercato l'infinito, l'ho osservato tanto a lungo che l'ho reso unico, vicino all'immagine che Michele poi tratteggiò con sicurezza e leggerezza.

Una sedia sfatta, sfilacciata di paglia.
L'ombra del fico tralice,
piedi in terra e terra nei piedi.

In un tempo in cui ho paura di perdere la fede nell'uomo e in quello che è in potere di fare, la dolcezza di quei ricordi mi riscopre sognante e desiderosa, mi sorregge dalla deriva e ristabiliamo insieme un significato all'universo. C'è anche una mia personale visione del cinema tarkovskijano… quel pozzo nei pressi del quale lo Stalker risale alla Zona con una preghiera. Forza e debolezza si scontrano e si incontrano, e io ritorno bimba, duttile ed elastica, apro e mi spalanco, chiudendo allo stesso tempo l'eccesso di potenza e controllo, ponendo loro un limite. C'è un fil rouge in quella cartella rosso fuoco: la forza e la potenza nascondono aridità, mentre dalla debolezza fresca e giovane spunta il germe di una nuova forza.

Ha spiovuto da poco,
entri in casa e non ti vedo in viso.
Il sole è già scomparso.

Quale antenato parla in me?
Io non posso vivere contemporaneamente nella mia testa e nel mio corpo.
Per questo non riesco ad essere una sola persona.
Sono capace di sentirmi un'infinità di cose contemporaneamente.
Il male vero del nostro tempo è che non ci sono più i grandi maestri.
La strada del nostro cuore è coperta d'ombra;
bisogna ascoltare le voci che sembrano inutili;
bisogna che dai cervelli occupati dalle lunghe tubature delle fogne e dai muri delle scuole, dagli asfalti e dalle pratiche assistenziali, entri il ronzio degli insetti.
Bisogna riempire gli orecchi e gli occhi di tutti noi, di cose che siano all'inizio di un grande sogno.
Qualcuno deve gridare che costruiremo le piramidi.
Non importa se poi non le costruiremo.
Bisogna alimentare il desiderio.
Dobbiamo tirare l'anima da tutte le parti come se fosse un lenzuolo dilatabile all'infinito.
Se volete che il mondo vada avanti dobbiamo tenerci per mano.
Ci dobbiamo mescolare i cosiddetti sani e i cosiddetti ammalati.
Ehi, voi sani, che cosa significa la vostra salute?
Tutti gli occhi dell'umanità stanno guardando il burrone dove stiamo tutti precipitando.
La libertà non ci serve se voi non avete il coraggio di guardarci in faccia, di mangiare con noi, di bere con noi, di dormire con noi.
Sono proprio i cosiddetti sani che hanno portato il mondo sull'orlo della catastrofe...

Sferraglio di tram.
Sul traliccio si riposano due corvi.
Ha stanato il ragno vorace.