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lunedì 13 giugno 2022

I had this dream…


Digital Illustration. Snow C.

I dreamed her that way, dressed with light snow and freezing drizzle, silhouetted in the blue cobalt sky, while the snow falls and covers everything like a blanket during the winter months.

She had the greenest eyes I had ever seen, that particular green that I only saw two times in my life, in Scandinavia and on the mountains of the region where she lived.

I don't know her. But we talked a lot. About imagination, music, literature, poetry, fantasy, theatre, movies… and colors. We could get along. On almost everything… Or maybe not.

🎧 Bad as me. Nadia Schilling.

I'm out of sight. On almost all the social… My works


and here:

venerdì 22 aprile 2022

The woman of no return.





Thought I’d found them… But no. I'm standing. My body lie, but still I roam. And they are death. Bad deaths. Deaths not worth thinking about, and so I don't, as I wander these tunnels, lost, waiting to run out of oxygen.

The woman of no return keeps wandering.

🏔 Monti Sibillini. Meraviglia.

🎧 Migration Feathers. General Elektriks.

martedì 7 settembre 2021

The run.

 Trafelati, ansiosi, agguerriti, terrorizzati. Una folla scalmanata di richiedenti un posto, il posto. Io in mezzo. E non vorrei esserci. Dovrei sgomitare, scalciare, spingere per conquistarmene uno anch'io. Ma io non lo voglio. Non l'ho mai voluto. La normalità, quella a cui ambiscono tutti, o quasi, io non la cerco. E quando c'era io la sfuggivo. Li vedevo i limiti, li vedevo benissimo, ma sognavo di scavalcarli. E di passare oltre. E in questa eterna fuga, ogni tanto, solo ogni tanto, ti sembra di riconoscere qualcuno diverso, come te, ma poi sul serio? O è solo il desiderio di immaginarlo diverso? Si uniscono, si accoppiano, si moltiplicano. Ma sono solo sovrapposti: uno sull'altro, per scalare la cima, per arrivare più in alto, più lavoro, più denaro, più bellezza, più potere, più ricchezza, più fama, più successo. Io li guardo. Prima è un nodo. Amarezza. Delusione. Poi è nausea. Manca l'aria. Mi piego, mi abbasso. Non sgomiterò, non scalcerò, non spingerò. Rimango giù, mi faccio largo tanto quanto basta. Per venirne fuori. Non sono normale. Non ho mai voluto esserlo. Non lo sarò. Libera. Ciò che voglio essere. Se si può esserlo. Non lo so.


Breathless, eager, aggressive, scared. A lynch mob demanding somewhere, the seat. I am in the middle and hate to be there. I'd to elbow, to kick, to push, to capture one, me too. But I don't want it. I never wanted it. Normalcy is what they seek, but I don't look for it either. And when it was I run away from it. I could see this limitation, I see very well, and I dreamed of jumping over them. I dreamed of crossing over. In this eternal flight, sometimes you seem to recognize someone who's different from other people, who like you. But then is this really true? Or is it just my imagination? They come together, they mate, they breed. But it's just overlapping: living on top of each other to climb the top, to soar higher than anyone… more work, more money, more beauty, more power, more richness, more success, more fame. I look to them. At first I feel this knot: bitter, disappointment. Then they make me sick, i can't breathe, I bend over, I will not push, I will not kick, I will not elbow. I make my way just enough to get out. I'm not normal. I never wanted to be normal. I won't be. Free, that's what I want to be. If you can. I don't know.



Mixmedia Drawing, chalk and ink paints, 

You complete me. Surface and deep.


🎧 World full of nothing. Depeche Mode.

martedì 14 aprile 2020

The trees of the mind are black.



This is the light of the mind, cold and planetary.
The trees of the mind are black. The light is blue.
The grasses unload their griefs on my feet as if i were God,
Prickling my ankles and murmuring of their humility.
Fumy, spiritous mists inhabit this place
Separated from my house by a row of headstones.
I simply cannot see where there is to get to.

The moon is no door. It is a face in its own right,
White as a knuckle and terribly upset.
It drags the sea after it like a dark crime; it is quiet
With the O-gape of complete despair. I live here.
Twice on Sunday, the bells startle the sky -
Eight great tongues affirming the Resurrection.
At the end, they soberly bong out their names.

The yew tree points up. It has a Gothic shape.
The eyes lift after it and find the moon.
The moon is my mother. She is not sweet like Mary.
Her blue garments unloose small bats and owls. - Sylvia Plath. The Disquieting Muses.


I wanted this so much, I waited for so long.
And now that I have it, it's hard to believe it actually is.
The pages of other books tell about the grace and courage with which other women live.
But it's not my life. I live on the edge.
My world is made of fog, dark figures, awful scenarios…
The pastel monotone depress me.
So I have to look off the books.
But I don't want to.
I'll stay here.

🎧 Eclipse. Wooden Shjips.

martedì 9 maggio 2017

sacrifice




Come nell'album dei Black Widow.






Che ho sempre associato ai dipinti di Hieronymus Bosch.






Nei quali avrei fatto volentieri una capatina.






Con chi?






Con nessuno. C'è già tanta gente lì. And not just…






Mi farei accompagnare dal gatto Astaroth.






Persi. Percussioni. Persistenti.






Trip.






Dal buio alla luce. Dalla luce al buio.


Come, come, come to the Sabbat.

martedì 5 luglio 2016

Begin.

The sunshine.
Estate alle porte.
Le ho chiuse tutte, ma continua a voler entrare.
I ricordi pure. E io continuo a regalarmi attimi di dimenticanza.
L'unico mezzo che non vorrei mai saper guidare è la macchina del tempo. Che mi riporti alla seconda metà degli anni duemila, con nello stereo brani crepuscolari strappa lacrime o pezzi solari da cantare a squarcia gola.

Il mio genere è già codificato e identificato, abbastanza declinato in retrospettiva, non ho sicuramente bisogno di futuristiche soluzioni o divagazioni psicotrope.
Disimpegno. Chi sappia offrirmelo s'affacci a quelle porte, e sfacciato ricorra ad ogni sorta di manipolazione, fonda melodie diverse, evochi tutti i cori divinamente armonizzati e le strumentazioni ardite pur di riuscire a replicare quel sound in un gaudioso crescendo fino all'apice digressione, perdita di memoria, annullamento.
Fuori schema.

There is nothing more to say.


From the future.
The sunshine.
Begin.

domenica 3 maggio 2015

Paralleli e.

Solaris. 1972. Andrej Tarkovskij.

Sono una patita di paralleli. E sono anche una partita per la tangente. Perché quando dici che vuoi il mio bene ti credo, ma se continui a misurarne l'intensità, insisti a definirlo in un determinato modo e dai in escandescenze quando scappa di chiamarlo diversamente io, semplicemente, casco, giù, senza nemmeno far finta di barcollare, anzi, volontariamente punto il vuoto e mi ci infilo. 

Can't get there from here. Clint Mansell. Moon OST.

Dream. Eduard Artemiev. Solaris OST.

Sono l'affezionata ai paralleli. Proprio di quelle situazioni che corrono a distanza sempre uguale e i cui punti estremi, origine e fine, non si incontreranno. Mai. Ci rivedo molto di me: immaginazione=realtà; studi=realizzazione personale; aspirazioni=lavoro; viaggio=c/c; amore=pubblico/privato; cassetto=tana. L'ho aperto stamattina, quello noto per essere scrigno pieno di sogni, ne è uscita una fila di formiche.

Moon. 2009. Duncan Jones.


I doppi. I paralleli.

venerdì 12 dicembre 2014

demòni

E lo vedete realmente? Vedete realmente una figura ben definita?

Come in una situazione di grande disagio e di estrema fretta. È tutto stabilito. E poi, in prossimità della data disdici, annulli, ti neghi. È un periodo tormentato, ti sembrano gli anni peggiori, ritmi intollerabili, umilianti difficoltà, cappio incombente dall'alto e pungolo continuo dal basso. 
Sensazione di resa e stimolo ad andare avanti. 

Quando parli di diverso ordine di esistenza, di sospetto, di realtà altra e non ti si comprende, e ti si deride ché i modi son veementi e febbrili, enorme è la malattia, troppo invadente, assai melliflua e insidiosa, t'ha resa cinica e lasciata inerme. Ti sembra di reagire, ma rimani lì, ferma e delusa.

Poche frasi stavolta, ma sufficienti ad appiccare, ardere e consumare le poche certezze. Ambigue come posson essere due lingue biforcute, ma lunghe e contorte, congiungono opposte rive, il tempo breve di un'illusione passeggera, di un tentativo di redenzione fallito, ed è impossibile stabilire un segno armonico e un disegno preciso. Stento.


Sì lo vedo, lo vedo così, come vedo ora voi... e talvolta lo vedo e non sono persuaso di vederlo, benché lo veda... talvolta non so chi dei due realmente esista: io o lui…


F. M. Dostoevski, I Demòni

venerdì 28 novembre 2014

La grande voglia

Di star meglio per andare.

Di vivere meglio per non tornare.

Di capire ancor più per lasciarsi andare.

Le simmetrie le ho sempre odiate. 
Le rime, le unioni forzose, le combacianti, le indissolubili. 
Agli inizi, no. Tutto sembra talmente naturale e spontaneo che apri fiduciosa, ma poi più leggi, più assorbi, più tutto diventa inafferrabile, impalpabile, intraducibile. 'E tu non afferrare. Non stringere. Non appropriartene'. Comincio a deconcentrarmi, ma è evidente, dove prima si intuiva un'ombra appena accennata, c'è una montagna di polvere che s'agita e m'agita. La sostanza di quel che sono stata o che avrei potuto essere e non son stata, quella che allude ed elude. Annulla e s'annulla. Nega e si nega. Non dice nulla. Afferma tutto. E s'estende sul tutto, me compresa, m'avvolge, con me si fonde, ci supera, umiliandoci, sublime ed evanescente e sospende. Per sempre. Qui sì, quella continuità acquista un senso: essenza, assenza, emergo e scompaio, vertigine e profondo equilibrio. La voce svanisce e l'opera si compie. Chiudo.

Di trattare tutto col giusto tocco.

Di assottigliare il sottile confine tra due diffidenze.

Di fondere i due.

Voglia poca.





nulla che sarà e il nulla che è stato
Mark Strand

giovedì 24 aprile 2014

questioni. capitali.



Sto vivendo un'avventura al di fuori di me. L'atmosfera è quella ideale, particolare e comune. L'affinità muta. 'Non parlare'. ''Non rivestirti''. Così dirimo i conflitti. Quelli tragici. Quelli leggeri. Sempre di contrasto tra persuasione e retorica si tratta. Spesso solo confronto tra teoria e pratica, essere e divenire. Io la so fare la verità, basta che cambi pelle, basta che mi faccia fuori da sola. La frattura interiore è inevitabile. Il flusso continuo.

Parto. Durante il viaggio rammento vita, precedente. Sgomento. Scruto, scivolo attraverso le fessure del generale stato di decadenza, mi avvito su me stessa o, più facile, rimango inerme, parte di un insieme, un tutto di autosufficienza. Qualcosa mi divide da me e dalla me passata. Qualcuno, meglio. Mi scatena, opera cesura. Abisso sotto. Sopra essere ammalato. S'illumina, improvvisa al contatto con l'altro. E lì si realizza dicotomia: realtà, possibile. Prima, dopo. Si ripete, sempre: ieri dall'altro ieri. Oggi da ieri. Domani da oggi.

'Le attuazioni mi attraggono sempre molto meno che le cose inattuate, e con ciò non intendo soltanto quelle del futuro ma altresì quelle passate, mancate'. Robert Musil

sabato 11 gennaio 2014

mea culpa




Ho fatto visita a una terra popolata di satiri ed eunuchi. Fluttuano tutto il tempo tra sbornie psichedeliche e torbidi sentori di cupe liti, umori inquieti e austere pretese di incensamenti continui. Fascino esauritosi ormai. Come in passati traslochi ammasso, impacchetto il suggestivo, lascio l'utile, butto ciò che conta, quello che potrebbe restituirmi il tempo perso e rendermi la beata sensazione di corrispondenza e certezza. Non sarei io. La me persa e sedotta, stordita e cosciente, trascinata e con fatica assemblata in un quadretto a spigoli vivi, sospesa, non si sa come, perché chiodi non se ne ravvedono, fili nemmeno. Ho aperto forme e sostanza alle esperienze più diverse, spezzettate, mescolate tra le temperature d'altoforno, insaporite e mai filtrate. Un enorme calderone nel quale i pezzi piccoli o grandi fanno storia a sé o si annullano nei fumi e nel blend mistico. Riemergono, ma li spingo giù. Dopo tanto stordimento i corpi son tornati estranei, intrappolati in allucinazioni ed esperienze oniriche che non seducono più, anzi sporcano e freddano. Ce l'ho il coperchio stavolta.


C'è ancora qualche motivo di odio che mi manca. Sono sicuro che esiste.
Louis-Ferdinand Céline

bentornati Haxan Cloak

martedì 8 ottobre 2013

ordine inverso



sfondata ogni porta,
abbattute le mura,
è il cosiddetto Infinito
la nostra vera clausura?

l'humus naturale, l'infinito capolavoro, il classico e tradizionale flusso energetico dal quale si esplicano le potenzialità di una persona, quello che lo fa diventare eccentrica e singolare… come un magma ribollente che appare solidificarsi, incastonarla e fissarla, e poi esplode in multicolori sfumature, mescolandone incubi e vuoto, rumori lontani e respiri soffusi

su tutto si erge, solenne, materiale la vetta, leggerezza di mente e cuore, un'apparizione che concilia e compensa due universi paralleli, i due opposti, riflessioni e deliri, il tutto e il nulla, soglia sul baratro… infine la fuga miracolosa fino a spingersi ai bordi di quel buco nero che tutto contiene; oso, mi lancio come un'astronave alla velocità della luce, nell'epicità della mia personale unica leggenda


buttate pure via
ogni opera in versi o in prosa.
Nessuno è mai riuscito a dire
cos'è, nella sua essenza, una rosa.

Passi Res amissa 
Giorgio Caproni




sì, lo so, è un cyclamen europeum

domenica 6 gennaio 2013

tira e s'estende

Stava per l'appunto sciogliendosi il fazzoletto dal collo, e aprendosi il giustacuore, quando, a uno sguardo fuggevole sul cerchio formato dal popolo, scorse, a breve distanza da sé, fra due cavalieri che lo coprivano a metà coi loro corpi, l'uomo ben noto dalle piume bianche e azzurre. Con uno scarto improvviso, che sorprese la scorta che lo circondava, Kohlhaas gli andò proprio davanti, si sciolse dal petto la capsula, ne trasse il foglio, ruppe il sigillo e lo scorse: e, con gli occhi fissi sull'uomo dalle piume bianche e azzurre, che già cominciava a dar corso a dolci speranze, lo mise in bocca e lo inghiottì.




Il buco si allarga. Ora è largo quanto il palmo di una mano. Potrei infilarci la destra, girare l'indice intorno a qualche vena, tirando e mollando, e solleticare appena l'aorta così tanto per stimolare il flusso di vita e rendermi conto se pulsi ancora o si sia fermato. Potrei anche stringerlo nel pugno, farne una fascina, estrarla e dar fuoco, così arderebbe ancora un po' prima di spegnersi del tutto. Potresti prestarmi la tua e tutt'e due tirerebbero, slabbrerebbero, spalancherebbero cosicché chiunque, volendo, potrebbe farmi visita di quando in quando, ospite per poco, giusto il tempo di farsi spazio, dar l'acqua e arieggiare. E' inutile, vero?, che io ti fornisca le coordinate, sai già dove rintracciare l'ultimo lampo di genio, quanto forte devi contenerlo e in che misura rilasciarne profumo e macchia d'olio. Si disperderà, non avrà più storia. Intanto l'avrà condita quel che basta a render non vano il tentativo di coordinare passo ed espressione. Diventa un sensuale tango quel seguire la traccia sgorgata dal cuore degli avvenimenti; chissà il finale potrebbe essere un casquet rovinoso o una presa memorabile, figurativamente mobile su un tappeto a tratti ispido e infido. L'inciampo, sicuro, inevitabile, è uno screzio che induce la mente in un labirinto prepotente nel quale non c'è limite al peggio, ogni svolta improvvisa riserva una sgradita sorpresa, una fitta più acuta, sfrigola, si dimena, fuma, esplode... non mi salverà, ma trascinerò a fondo il senso dell'infinito e dell'incompleto. Lo scopo si fa vortice e viaggia verso di noi e da noi si distanzia, si fa sacrificio, ci da vittoria fugace: il fine.

l'uomo, che si assume il compito di individuare nell'arazzo il filo che tutto ordisce, si fa carico del mondo
Cormach McCarthy

passo iniziale tratto da Michael Kohlhass di Heinrich Von Kleist, vista a teatro, interpretata da Marco Baliani

venerdì 30 novembre 2012

tempo al tempo

Siamo solo segni o sindromi di un qualche grande collasso, e le nostre morti non avranno più senso di quelle di una mosca estiva in una stanza vuota.



Li vedo mentre camminano l'uno al fianco dell'altra. Sono due personaggini, eclettici e spietati s'abbeverano l'un all'altra, affamati di sé e del mondo e discutono delle loro visioni e della realtà che li circonda e che non li rappresenta, tutti presi da un'ansia che brucia e li divora, lontani anni luce dal materiale e vicini nell'ideale, nella dimensione immaginaria. 'Son solo parole, è ora di trovar lavoro'. Sì come no, mangiare, tasse, dormire, far l'amore, bere, sopravvivere. No, grazie. E giù ancora parole dilaganti, tormentati dialoghi, dilanianti chiacchiere, insulti e riflessioni, scherzi e discussioni appassionate su film, dischi e libri. Ironia e sete di conoscenza. Passi insicuri al limite di un baratro, perditempo incalliti loro due, lo sfiorano, lo rubano e lo stroncano, ci sprofondano e risalgono e s'offrono come bocche vuote e fameliche. 'Secondo me siamo morti e non lo sappiamo'. No, siamo vivi, noi.

lunedì 19 novembre 2012

nessuna tregua


Durante i raid israeliani sono rimasti uccisi più di dieci bambini. Che almeno si sono risparmiati un'infanzia atroce.




Le sirene hanno suonato in tutta Tel Aviv. Oddio, speriamo non abbiano svegliato nessuno!

Due esplosioni si sono udite a Tel Aviv. Netanyahu: "Scusate, è la mia suoneria".

Le forze israeliane hanno colpito 120 obiettivi all'interno della Striscia. Che è diventata una Linea Tratteggiata.

Come fanno due, diversissimi, complicati, orgogliosi a trovarsi e rimanere amici nonostante la profondità della voragine che li separa? Necessaria l'esperienza, fondamentale la spontaneità. Uno intrattiene, l'altro trattiene. Colonna sonora condivisione, trama battere e levare. Sulla linea d'onda le loro parole si inseriscono e suonano alla perfezione sulle cinque righe dello spartito e creano la comune armonia. C'è chi la esegue in maniera rigorosa, chi ne fa uno spettacolo divertente. La musica li guida, li unisce e li contrappone lasciando sempre lo spazio e l'accordo ideali, quelli in cui ci si muove liberamente e rispettosi, consapevoli e attenti, mandano in scena ogni giorno una sinfonia mirabile. Accelerano, si rilassano, arpeggiano su quelle corde, disegnano un vuoto in cui si perde volentieri, gli scenari avvolgono e ipnotizzano, amplificano il dolore e la felicità fino ad apici impensabili. C'è un'invenzione che mantenga quella visione mistica? C'è il momento dell'arcano risalire, dello slancio e quello della distorsione, del truce avvitamento, del ricadere. Ritmo che sostiene collassa e precipita. Non penso che riuscirei a perdonarmi una simile debolezza, l'assillo della conclusione e l'insorgenza dell'ombra quotidiana mi inducono al paradosso e all'ambiguo, tutta protesa alla vitale danza orgiastica, congiunta e sposata da una cifra romantica, non da un cerchio dorato. Il nostro è un modulare opposti e paradigmi, nei quali mi istruisco e mi educo proprio perché vorrei che la pausa, quella che rimane lassù, schietta frattura e coloritura intensa, abbagliante, non definisca, non racchiuda. Non son fatta per la pace.


Un cameraman palestinese ha perso una gamba. Venendo promosso a "Telecamera".

Trovo allucinante che si parli tanto dello scontro fra israeliani e palestinesi, e non dell'accorpamento delle province di Pisa e Livorno.

Ban-Ki-Moon lancia un appello contro le violenze a Gaza. 3 Morti.



Non so se ho più cicatrici sul corpo o nello spirito.

Frasi pronunciate da un tizio con cui vado molto d'accordo, e ancora non ci siam visti chissà poi..., scrive su Spinoza e sul suo spinoso (e per questo motivo) adorabile blog, Dan, per gli amici 11, anche su Twitter.

domenica 16 settembre 2012

interplay



Ben poca cosa, ben poca cosa. Rare occasioni di conoscenza son riuscite a creare uno stretto legame di appartenenza affettiva e profonda identificazione empatica come l'ultima capitatami: una di quelle esperienze che hai fatto tanto per evitare e poi, quasi per caso, sicuramente per volontà altrui, ti sciolgono un nodo che sapevi di portare legato tra gola e nuca, ma che non avresti mai osato sperare che lo straniero sapesse cercare, trovare e districare. Il silenzio soffocato si sposta come un grumo indigeribile, si nutre e si incarna e poi esplode in un urlo amplificato e gracchio come solo attraverso un megafono potrebbe essere. Quel tramite è una sorpresa, un mezzo scovato, un sussurro agro, un consiglio dimenticato, sepolto sotto i cartoni dell'anima che l'anima non sposta non ordina perché non diventi chiaro e preciso il confine mai superato, da sempre evitato, accuratamente nascosto. Ma la linea del fuorigioco è ricomparsa, appena tratteggiata, ma è lì, e ci son finita di faccia, in bocca gesso, terra e sintetico, sputare fuori e rimettersi in gioco. Problema: dove attingere e quanto preservare. Due dubbi cristallizzati nella realtà in cui vivo e in essa talmente stratificati che non riuscirei a separarli nemmeno a picconate. Soluzione. Svestire i panni consueti e indossare la verità esistenziale libera dalle folle di maschere mistificanti e traditrici e dai conformismi facili e menzogneri. Non faccio altro che rivolgere fatwe deliranti ed elargire stoccate mordaci. Sembrano sortire nessun risultato, inconsistenti e deboli come la mia voglia di rintracciare l'ineluttabile ideale tragico e di ricucirlo in ennesima retorica illusione. Perenne insofferente che inchioda e schiaccia al muro le promesse non mantenute destinata a una esistenza scissa e incoerente, ma ribelle e combattuta, eternamente fuori luogo, vibrante ed estatica imperfezione, due entità che proseguono urtandosi, incrociandosi, scontrandosi, come uno sbuffo continuo e rumoroso, una danza impazzita improvvisata in mezzo alla moltitudine annoiata anonima fredda, impigliata nelle pieghe dell'indifferenza e chiusa nella pesante collezione dei simili, dei modelli. La strada è libera, han fatto effetto le partenze intelligenti e io mi incammino, o almeno così ricordo. Rimarrai sola. Lo sono già.

Non siamo che poveri peccatori, credo, e tutto ciò che abbiamo e tutto ciò che conosciamo e amiamo e ricordiamo è esposto alla polvere e alla ruggine.

J. Cheever 


foto Mira - Romeo and Juliet, William Shakespeare, By any other name theatre, University of East Anglia - Aia di Carlo Formigoni, settembre 2012