Via da ogni banalità, lontano da ogni evidenza che ricade sotto i nostri occhi come naturale e logico inseguo il vero, è lontano e devo percorrerlo a passi lunghi, indagarlo con mani curiose e profonde, in mezzo ad ombre e appena accennati chiarori lunari, gli stessi attraverso i quali indaghiamo la nostra reale natura, non quella abbagliante del mattino, ma quella nascosta e umbratile, intima e fonda. È allora che tu scopri, se venir fuori dal nascondiglio e fuggire, o rimanere e ammuffire.
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lunedì 21 gennaio 2013
fuga
Ecco, tu sei stato così per me: quell’essere di sesso diverso, così vicino che pare abbia nelle vene lo stesso tuo sangue, che puoi guardare negli occhi senza turbamento, che non ti è né di sopra né di fronte, ma a lato, e cammina con te per la stessa pianura... e così pensi che sia, così sai. Io avrei capito. Io t'avrei frenata. T'avrei saputo consigliare pur sapendo che i consigli son poco ben accetti. Quando vuoi che gli eventi seguano te e non il contrario. Quando corri bene e non ricorderai se non la strada che scorre sotto i tuoi piedi e le distanze che riuscirai a coprire, ti guarderai indietro e non scorgerai se non la tua ombra, veloce, più veloce. Non ti annoierò coi se, coi poi, ché quelli verranno e faranno da altalena qua e là, oltre le frontiere e entro il tuo personale confine al di là del quale potrai andare se vuoi, ora, o mai più.
fonti:
poesia
domenica 22 aprile 2012
quanto?
Non so... decisa no, insicura, forse, in precario equilibrio a valutare i pro e i contro, cos'è che mi trattenga, il reale motivo per cui non riesca ormai a rimanere, radici... non ho lungaggini affondate, mai avute; affetti... anche meglio, le lunghezze stavolta si riducono tantissimo, non arrivano nemmeno a sollevar terriccio, non darei noia a una talpa, non potrei infastidire una termite. Ci sono, lo so. L'orgoglio. La caparbietà. La segreta voglia di riconoscere un giorno i segni di una ripresa, il gesto di rivincita: dito medio issato al mondo che guarda stupito, al quale, sghemba ma in piedi, urlo: ci sto! Ci vuole così poco... basta prendere le redini della propria esistenza, tirare forte o mollarle per partire al galoppo. M'accorgo che non sono assicurata, sto cavalcando a pelle, lui suda e io comincio a perdere la presa, scivolo via, s'infastidisce, si blocca e io volo via, tonfo secco, faccia in giù e dita a prelevare frammenti e polvere, ora sì che la pianto. Non era impossibile, nemmeno difficile. Ma a risalirci nemmeno a pensarci. Sarò arciere senza destriero. Farò la guerra senza armi. Darò la vita senza morire. Avrò licenza senza esser ferita. Ritornerò alle mie origini, darò vita alle mie passioni e mi farò cittadina in mezzo ai cittadini. Cos'è questo morso? Mi divora il piede, non posso poggiarlo se non avvertendo una fitta lancinante, quel bastardo al quale avevo offerto soccorso in uno slancio m'ha afferrato e non voleva più mollare. Una bella ferita che s'allarga e si arrotonda sul dorso e sgocciola e puzza. Non vi è traccia di fierezza. Impotenza, quella sì, m'ha presa, soggiogata e abbandonata. Il fuoco antico s'è spento. Disillusione, si chiama, mi chiama a dichiarar resa, mi richiama a gran voce, un'eco potente, sventura piena, colorata di tinte grevi, tristi, orribili, che disegna attorno, dentro, dentro un senso di sconfitta incondizionata. Nell'angolo al quale mi son relegata, io, soldato errante, sfodero la mia lancia e vi sfido a proferire parole, le più belle, le più vere, le più autentiche, sentite e disperanti, pungenti e delicate, quelle avranno la meglio.
Venga un'ora
di vero fuoco un'ora tra me e voi
ma scoppi infine la sacrosanta rissa,
maschere, e i vostri fini giochi,
di deturpato amore: nell'esatto
modo mio di non dovuto
amore e dissipato, gente, vi brucerò
Son ombre, le più cattive, quelle che ti seguono o ti precedono e intanto ti divorano il passo. Io già stanca parlo loro come per ammansirle, ma quelle più forti, incassano e rilanciano, sterco e melma, un guazzabuglio in cui si rotolerebbero ben felici i maiali, ma io, che per disinfezione uso altro metodo, voglio rimaner lucida coi miei pensieri, fuori dal mondo, esclusa dal successo, sola con la mia memoria, riconoscermi nella dignità e nell'esperienza, giusta sorpresa, l'appuntamento con la mia gioia... non è vero che è rara, c'è, è quella ferita, quel segno, quel discorso che ti serve a dire, a restare.
Passo tratto da 'Gli strumenti umani' Vittorio Sereni
Passo tratto da 'Gli strumenti umani' Vittorio Sereni
martedì 31 gennaio 2012
trascorsi
Se roca intridi d'estasi la voce
per ricamarmi addosso umidi baci
versami sospirose ragnatele
che brividi si saldino alle vene…
Sono un passaggio obbligato. A volte sfuocato, spesso emblema del più sguaiato pestaggio. Nero, violaceo, m'ha lasciato i segni del suo amore sfogatomi addosso insieme alle sue frustrazioni e alla sua eterna insoddisfazione. Io non appartengo a me stessa. Ma non sono nemmeno sua. Trasfigura e brucia. Sono il suo tizzone, su di me si piega, si ravviva, sputa fuori tutta la sua rabbia e mi rabbonisce in un continuo crescere di mania incendiaria e successivo pentimento, struggente e malinconico, in cerca di redenzione. Io non sono in questo corpo, ci son finita per sbaglio. E non serve inchiodarmi in croce, incoronarmi coi rovi, scorticarmi per trovare una via di scampo. È tutto inaspettato. Si deve solo aspettare di invecchiare, nudi stesi sul pavimento, con un libro in mano, leggi e volta, ricomincia daccapo, termina, finalizza. Troverò tra le righe la perfezione tanto a lungo cercata, la ricchezza intellettuale di cui ho veramente bisogno. Ragiono, penso e m'ostino; mi lacero fino a diventar nulla: un raffinatissimo pegno con il quale ripagare le sue continue rapine e i suoi abusi.
… arroventando pelle alla mia pelle
sfogliami comprovando i miei dinieghi
così che me ne scenda vinta infine
e vittoriosa accolga le catene
i versi sono estratti da Passo nel fuoco di Rita R. Florit
lunedì 5 dicembre 2011
via da me
Io che guardo,
son rimasta contratta,
petto in subbuglio e testa fuori.
Abbagliata da quella vista, penso:
qui voglio stare, ogni altra terra mi annoia.
Digiuna da giorni, comincia a sentire i morsi, che poi
quanta carne l'è rimasta ancora?
Viso emaciato, mani inerti,
fuori soffia un arido scirocco,
vento che acceca, pesante e infido.
Io che sento,
m'aggrappo alla spalliera, davanti a me.
Mi alzo e m'allontano piano, son passati tredici mesi.
Tagliata in due dai suoi lamenti, dico:
qui devo stare, ogni altra casa mi respinge.
in sottofondo musica intangibile, metà fisica metà aeriforme, quinta e sesta traccia, passaggio da stato liquido a gassoso, attraversa, si sofferma a incidere, scolpire; lavorio… si modella.. prende forma.
Poi parlerà anche a voi. Lui ora è qui.
Ah! a questo punto potrei fingere o tacere; ma a che cosa mi serve questo racconto se non è più veritiero?
André Gide
fonti:
poesia
lunedì 12 settembre 2011
spirito…

… mi fermo su questa parola. Sospiro. È il segnale al quale si tira giù il sipario. O forse no… Potrebbe accadere che non mi si senta. Dietro le quinte potrebbero esser distratti dalla sesta misura ben in vista. E io penso tragicamente: cosa faccio ora? Ho sempre temuto che la fine non avrebbe esaudito il mio desiderio e non sarebbe stata di mio gradimento. L'ho pensata tante volte. Chiusura senza moine, senza bis, né saluti, né sorrisi. È la mia ideale rappresentazione del destino, gratuita e senza fondo. Fatale, ora che sia obbligata a continuare. Ho riformulato gli ultimi minuti, sospesi tra il dubbio e i pentimenti. La decisione spetta a me: mantenermi in essere o levare le mani in senso di commiato e uscire senza dir nulla. Riprendo l'ultima parte, la rielaboro. Sarà un lavoro infinito e io comincio a comporlo: opera sempre in atto e in continua replica. Non potranno incenerirla. Non potranno vietarne la visione. Rimarranno brandelli disturbati, stanchi, ma mai annullati. Voglio un'incompiuta, imperfetta e inquieta che si abbandoni alla presa vigorosa o al timido sfogliare, interrotta e annullata, ripresa e ridefinita. Con lei stabilisco ben presto una grande intimità, mi libero di tutti i fardelli… chi sia a dar vita all'altra è difficile dirlo. In un potente processo di decomposizione io dono forma, lei mi restituisce forza, io mi plasmo con passione, lei ne trae valore. Io decifro una combinazione sublime di parole, m'illumino verbalmente e mi relaziono finalmente con l'altro che la leggerà e la trasmetterà. Per chi come me ha sempre risalito il corso impetuoso, controcorrente, spiccando salti inumani, penetrando il caos e opponendosi al sistema cos'altro potrebbe diventar più facile? Sto deviando e divento diversa, stavo per… si pensava che dovessi… Io ora so cosa sia essere e cosa non vorrei apparire. Che non ci si azzardi a riassumere, a comprimere… è necessario che s'imprima, che sia denso, che si intrecci e che sia evocato, senso e suono, contenuto e forma, disordine e proporzione, puro e detto al mondo come se fosse l'unico linguaggio, ideale e pensiero, fatto, vita… spirito.
dedicato a Eidolon
C'è sempre un'altra storia, c'è più di quello che si mostra all'occhio.
W.H. Auden
fonti:
letteratura,
poesia
martedì 28 giugno 2011
astro nascente
Il tempo passa, sto invecchiando. Sono obbligata a dire cose di cui non debba pentirmi. Tutti stanno sempre a ribadirmi lo stesso concetto: il peso della responsabilità. I miei 57 chili. Ne sto perdendo a vista d'occhio. Tra un po' peserò meno di quel cuscino. Calamelo, per quanto mi allunghi, non riesco a prenderlo da me. All'apparenza una donnina in salute. Dentro mi sta divorando, gradualmente, inesorabile, spodestandomi, l'equivoco più grande, più potente del tuo: ti starò vicino in salute e malattia… quali? Bé le mie e le tue. Lotta intestina. Alimentata dal tuo equilibrio e dalla mia scarsa difesa. Immunità contaminata da parole vuote brulicanti. Sono circondata dal tuo affetto, a volte eccessivo, ma vitale, e dagli aggressori virali, hanno una energia innata, una febbrile impazienza, non hanno paura del tuo strapotere censorio, issano scale, salgono, invadono… e io? Benvenuti. Prego. Ho preparato degli spuntini. Satolli e ubriachi, forse ci impiegheranno altri mesi, un anno in più, chissà. Arrivano i nostri! Li hai chiamati tu? Siamo o no una squadra? Sulla scacchiera, alla quale sono così legata, sono disposti secondo gli schieramenti, bianco-nero; eppure son sempre stata contraria ai luoghi comuni, maledizione: vita/morte. Vinca il migliore. Guarda come li ho disegnati. Non son diversi? Si muovono, galleggiano, informi e aerei. Impalpabili. Li sento vicini. Mi sostengono. E mi animano. Loro sono la mia anima. Appoggiati a me. Non ti voglio come bastone della vecchiaia. Non ho pensato a questo quando ho sfilato i vestiti, la prima volta… e l'ultima. Usciamo. Magari non vinceremo la rivoluzione, ma si va fuori.

Quando tu sarai vecchia, tentennante
tra fuoco e veglia prendi questo libro,
leggilo senza fretta e sogna la dolcezza
dei tuoi occhi d'un tempo e le loro ombre.
Quanti hanno amato la tua dolce grazia
di allora e la bellezza di un vero o falso amore.
Ma uno solo ha amato l'anima tua pellegrina
e la tortura del tuo trascolorante volto.
Cùrvati dunque su questa tua griglia di brace
e dì a te stessa a bassa voce Amore
ecco come tu fuggi alto sulle montagne
e nascondi il tuo pianto in uno sciame di stelle.
E. Montale da W.B. Yeats
Dipinto Gianni Rodari
fonti:
poesia
lunedì 6 giugno 2011
intenzioni
Le ho maneggiate tante di quelle volte che son lucide. Me le son girate e rigirate tra le dita; milioni e milioni di volte, guardate e rimirate, studiate e criticate, sospettate e ridotte. Per una, benedetta, altre, tante, distrutte. Una scusa, una fasulla giustificazione e in malora, via tutto. Bastava non sporcarle, non sottoporle al pubblico ludibrio, chi mi disse un giorno: custodiscile, e tienile in serbo, solo per te, chi? Non ricordo, ma so che aveva ragione. Avrei dovuto proteggerle, non sottoporle agli scossoni, all'inondazione dell'ignavia, allo sputo della denigrazione, all'usura dello sdegno, e alla pigrizia del coraggio. E cosa ne avrei tratto? Dal cambio, oggi so, ho ricavato un grande valore che nulla ha da invidiare alla varietà dei suoi elenchi, o allo scherno delle loro smorfie... Qualcuno un giorno disse che non vi è nulla di peggio che non essere compresi. Chi? So bene chi, maestro di poesia ed arte, fondamentale guida, pensiero vitale, genio anche lui violentato. Non gli impedì di arrivare fino a me ed io in sua compagnia vago e scavo, trovo altri giacimenti, nuove risorse. Non già una sorpresa, credevo fosse seme iniettato, invece era lì, indugiava sornione, s'agitava e si crogiolava, attendendo, paziente, che arrivassi a coglierla, lei insieme alle sue simili, in tutta la loro bellezza, esercitando un potere di cui non conoscevo l'esistenza o la tenacia. Coinvolta, in tutto il mio essere, ne sento gli effetti, investita ed onorata di esser stata scelta: l'ho mostrata, fiera, l'ho valutata, prudente; ricchezza sonnecchiante, ma mia, la afferro forte e la cedo volentieri, condividendo con altri l'entusiasmo, lo slancio e il coraggio, l'interiore libertà e il sacrificio degli interessi particolari. Ci sono, gridano ad una ad una. Grande la gioia, aperti i sorrisi, morbide e leali le strette, accoglienti gli abbracci, veri gli auguri, resistenti gli appoggi. La poesia mi offre soccorso, aiuta a riscoprire, a risvegliare. Son tanti i passi che riesco a ricordare, a tratti mi rincuorano, suscitano gratitudine, un moto sano d'ammirazione e di rinnovata azione, avranno un significato quelle parole che scritte più di un secolo fa, fanno capolino dai miei libri impolverati e ammiccano perché siano usate e tradotte. Leggetene e fatene tesoro, distribuitene a piene mani, sbracciatevi finché non vi vedranno e sottolineatele, ripetetele. Saranno come bandiere, come striscioni perenni, scudi contro l'inerzia dell'ovvio, saporite ricette, dense creme che andranno ad emulsionare la cattiveria, ad idratare la ruvidità del quotidiano. Ma esprimetele, imprimetele bene che tutti le possano vedere, insegne luminose sulla vostra fronte, sbatacchiate e insistenti, purezza dei segni contro il buio del silenzio colpevole. La sua lirica, sostegno irrinunciabile, l'ho ripescato non richiesto, l'ho eletto mio saggio suggeritore... farò una figura grama, o, forse, sarò salva, nelle piccole e impercettibili verità polverizzate rintraccerò la modernità: quando un vecchio sa esser giovane e sa tessere con le sue parole dei ricami preziosi, assai più egregi delle sue vivaci cravatte, si fa voce sincera e mezzo di trasporto di idee e intenzioni in una corretta direzione. Attraverso stanze oscure, percorro corridoi nascosti. In fondo all'insidia un varco, m'affaccio e mi bacia, il futuro caldo e abbagliante. Una serie infinita di trappole non è bastata ad imbrattarmi l'anima, ostinata e bruciante, come quel puntino luminoso che spinge dietro la mia palpebra cieca. A me trasgredire... mio quell'ordine insorto.Proprio l'istante in cui la bellezza,
dopo essersi fatta lungamente attendere,
sorge dalle cose consuete,
attraversa il nostro campo rigoglioso,
lega tutto ciò che può essere legato,
illumina tutto ciò che deve essere illuminato
del nostro retaggio di tenebre.
René Char - 'à une sérénité crispée'
a PrimaveraLocorotondo
venerdì 3 giugno 2011
confini

La parola è una finestra aperta verso la realtà.
L'ultima volta che l'ho abbracciata è stato un Natale. Si precipitò giù per le scale, e sul primo pianerottolo forte, commovente, strettissimo: ah, sei qui, e, come se la conversazione non fosse mai stata interrotta, giù nel giardino, eravamo due fiumi in piena, aggiornamenti arginati solo da lacrime e sorrisi e nella corrispondenza costante dei racconti, saltavamo tra episodi, storie, disordinate, stagioni, pensieri. Tutto grigio, qualche macchia verde e noi all'ombra, ancor più scure, sotto un albero maestoso di frutti sgocciolanti succo dolcissimo. Un'infinità di colore, noi due e quella massa carica di profumo, una macchia rosseggiante che mi sorprende ancor oggi nel ricordo di quel giorno. Un quadro che si agita nella finestra aperta ora all'interno della immaginazione e mi piego per raccogliere a piene mani lo squillo e il contrasto e il tesoro inestimabile. A malincuore affermo oggi: quell'albero è stato tagliato. Estirpato con i nostri affetti. Son stata forse troppo fredda, capace poco di aderire alle tue idee e confermare i nostri ci piace. Le nostre convinzioni si sono sbriciolate, le parole già precarie, al primo ostacolo, sono inciampate e son rovinate come quelle facciate vecchie e scalcinate. Mi ci son affacciata un giorno e da un angolo mi son fatta beffe delle promesse e dei giuramenti di bimbe. Non son fatta per i legami stretti. Cazzo significa? Non lo so. Ma mi sento nuda dopo un po' e me ne vergogno. L'imbarazzo non era un'invenzione che avessi in mente. Tu non sai amare! Ahia, quell'esserino ha parlato e decretato la fine dell'io, di quell'io che si faceva un sacco di domande, e che avrebbe atteso una vita prima di trovare le risposte. Ho ancora un punto interrogativo, la domanda… e il silenzio sbuca fuori e rode le convinzioni radicate, in tanta coscienza non assoluta, su vaste superfici, tra conflittualità e libertà di pensiero, al di fuori della logica comune, senza indirizzo, poca polvere sugli scaffali e tanti alberi di cachi.
… finché non ho compreso che non esiste parola che faccia male come te.
Pavle Stanišić
i versi iniziali sono di Herbert Zbignjew
fonti:
poesia
sabato 5 marzo 2011
in breve
Ritorna a galla, si ripresenta, decennale, critica, rinnovata, vecchia e sempre nuova, certezza e dubbio, caratteristica e unico inafferrabile concetto in continua evoluzione, Uno, Molteplice, Caos e Ordine, Storia e Futuro, illimitato privo di punto di partenza, eterno lancio in vista di un lontanissimo atterraggio. Potenziale e attuale, divisibile per tanto, per molti, estensione comprensibile in una totalità, oh! mia musa tu sì che sai cosa possa significare, ti sviluppi in misura e armonia, ti intrecci con il mio pensiero, batti e misuri, ti fai strumento privilegiato per afferrare il tumulto; cosa sei se non filosofia e matematica, geometria senza sforzo, illusione sisifica, affollata coralità, ambiziosa idea: quella che ti affianca al mio desiderio più represso, ma ora sempre meno, sempre meno… dimostriamo che i nostri destini sono coinvolti e coinvolgenti. Voglio che sia vaga, non codificabile, in tensione emblematica, che fluisca armoniosamente verso il nulla, né rotture, e differenze di peso specifico, magari una sola frase a fondamento che collimi con congetture mai digerite, semplice intuizione, buco o fessura che sia, prim'ordine e formula che non sia guida e fedele compagna, conosciuta e contesa siepe, che sia a caso modellata a mio piacimento di là da quella, il mio sconosciuto e irrazionale Apeiron.
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poesia
giovedì 2 dicembre 2010
con dedica

Lo apro, e la consulto, come fosse bussola, come fosse vento. Ed è direzione, nella quale m'inoltro, e raccolgo e li percorro, tutti questi codici. Ne estraggo tanti. Eppure tale percorso dovrebbe essere inquadrato. E invece non incontro ostacoli, non m'imbatto in fil spinato. Il mio sentiero è lungo e si fa sconfinato. La mia poesia può essere considerata femmina, è naturale, sono una donna. Eppure il mio percorso di crescita comporta il raggiungimento di una fase più matura dell'impegno poetico, e compagno di viaggio è la mia metà-maschia, cammina insieme, e io accanto, di pari passo con il disimpegno di genere. E continuo a leggere. Transito lento lungo spazi illimitati, manifesti agi negati a me e ai miei talloni. In tutti i luoghi in cui andrò ci saranno un letto e una sedia e un tavolo. Leggere e amare e scrivere. Amare e leggere e scrivere. Prendi il primo, avvolgilo intorno al secondo, gira il terzo sul secondo. Non è forse un bell'intreccio? Ossessione e giustificazione. Il mio punto fermo. La mia fortezza inespugnabile. Un diario fedele. Apro le virgolette e riassumo in poche parole la mia vita prolissa, note che si fanno vicende, periodi che sono quotidianità; chiudi, ruota il paravento dei miei sentimenti, sintesi dei viaggi attraverso la passione e i suoi interpreti, personaggi e i miti della mia storia, immagine riflessa e modello che aumenta, allarga, arricchisce la nostra vita verso tutte le altezze e tutte le profondità… son distaccata, sola, in polemica e con una parte e con l'opposta, critica e aspra, sfogo la mia irritazione contro coloro che non riescono e non vogliono superare le barriere di classe, saltare le posizioni ideologiche, le confusioni e le matrici integraliste e intellettuali. Scavalco e mi fermo lassù a contemplare l'unità. L'amalgama delle differenze e non son più tali. E tutti di qua son nani. Quanti storpi, quanti decimati delle proprie facoltà. Guarda e io le vado incontro, si apre da sé. Io mi siedo là: guardo, canto, grido, piango. Mi confondo con l'immagine degli alberi e sono consapevole che qualcuno mi ascolta, qualcuno che esisterà tra duecento anni o che esisteva già trecento anni fa. Parla a me. Solo a me. Non l'ho cercata. L'ho trovata. È così che posso, quasi per caso, trovarvi quanto vi è di nuovo in me. Tonfo secco. Morirò in inverno. Son nata in inverno.
crediamo pure all'inizio della stagione fredda
crediamo pure alla rovina dei giardini del sogno
alle falci riverse ed intonse,
e ai grani imprigionati.
E guarda adesso, come nevica…
a M. e G.
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poesia
lunedì 4 ottobre 2010
alza il volume
A testa bassa non so stare. Ho bisogno di guardarvi dritto negli occhi. Mentre leggo, vi sento. Vento guastatore che incontri e scherzi con le pagine del mio libro girami la prossima, son troppo immerso. Non ho resistito all'invito. Proseguo nel singolare percorso della comprensione del testo e dell'acconciatura delle immagini. Trucco e parrucco alle mie parole non servono a scoprirsi, significati che continuano a nascondersi; qualcuno le sorprende dietro un angolo, tenta l'approccio, ma quelle veloci si sottraggono e fuggono via, ridendo e facendo il verso di lontano… non mi prendi! C'è un filo? Di che colore? Quanto lungo? Le domande nascono e muoiono sanguinando copiosamente su quei maledetti puntini di sospensione. Ferite non mortali, giudicate guaribili in vent'anni, saranno dimesse e circoleranno ancora più forti di prima a riempire le mie giornate e a vuotare la mia sicurezza. Intanto aggiungo musica, noto con piacere quanto possano esser gradite le colonne sonore, sottolineano e arricchiscono, danno luce a particolari rimasti nell'ombra. Ora però il fascio di luce dello spot colpisce duramente e infastidisce, ti dò un cenno di smorzare, tu capisci male e accentui il ghigno stampato su un bianco troppo intenso. Qualcuno ride, sinceramente divertito. Non era il momento. Si è materializzata una vecchia paura: non sono capace, perdo voce, avvampo, in sordina, continuo, ma ho solo voglia di finire. Sono in trappola e la biondina in prima fila non deve aver capito l'ultimo passaggio perché mi squadra mentre continua a far scricchiolare la sedia, sembra che abbia il pungiglione piazzato male. La fulmino. È l'ultimo scoppiettio, ta-ra-tta-ta, dopo una bella gara di fuochi pirotecnici, batteria in disuso che vuol farsi sentire, può ancora dare… e molto. Inciso deciso e conciso: mai più, mi faccio sempre conquistare dalla boccuccia gentile e melliflua, dagli occhietti dolci e ingannatori, dal culetto giovane e sodo. Sì girati, ho in serbo l'ultimo colpo, bella bionda non puoi nulla contro il mio loquace amichetto, ti manca cara, non puoi crederlo vero? Sei troppo sicura di te, è questo che ti frega. Ti sottopongo all'ultimo esame e il mio voto dipenderà da quanto tu sia pronto e attento, son stanco delle teorie, il teorema è chiaro, algebra pura, x e x, meno la y, bella relazione, tanta quantità, tu, io, meno la biondina, tratto lungo dai miei occhi alla tua bocca e la tua lingua è la risposta, lo sapevo, lo volevo: fatti sentire! t'ho letto sulle labbra, lo sentivo, lo scrivevo, effetto sorpresa quello che precede il gran finale.
al mio amico Terry
fonti:
poesia
giovedì 23 settembre 2010
sindaco a sud

Le mie memorie saranno conservate e chiuse in questo scatolone. Non verranno mai traslocate lontano. L'ho sempre saputo. Lo scatolone verrà sepolto con me. Nella terra dietro il secondo cono, tra l'alloro e il rosmarino, affianco al pozzo. È stato così duro rinvangare, ma l'impasto è venuto bene, e saprà abbracciarmi bene, mentre sopra continuerò a scontrarmi, cuore dolente, mai domo con la mente interessata e testarda. È innegabile, non credo riuscirò a riconquistarti, ma saprò raccontarmi in pagine alitate dal maestrale più fresco, si andranno ad aggiungere alle tue e faranno tante piccole bibbie capaci di riproporre una storia infinita, ma talmente chiara e limpida da evitar la fatica di interpretarla. Custodisci questa nidiata di modeste abitazioni, non tradire la ragione, ma non rinnegare la tua fede; devi fermarti prima di esser sazio, preservare l'oasi in cui rifugiarti, quando privo di energie e rattristato, sosterai all'ombra dell'aulente sempreverde e verrai a pungerti con le pale fitte, nel tentativo di cogliere il frutto spinoso. Scrosta sotto lo strato superficiale e scopri il vero colore della tua speranza. Devi essere inflessibile e incorruttibile nella laica processione, recitare le litanie del mecenate generoso, sgranare il rosario dei sentimenti buoni, ricostruire la dimora dei signori della buona amministrazione… la poesia non è cosa da poco. Ti aiuterà e servirà da antidoto alla costante minaccia di chi sceglie di agire in maniera privilegiata e contraria al bene comune. Lo so, soffrirai, ti dispererai ma il tuo dolore sarà mezzo e via, malinconia e speranza, volume e perimetro, soddisfazione e ipotesi attraverso il quale, in maniera brutale, a volte dolce, leggere, tradurre, analizzare e svolgere il tuo compito profondo e bello. Guida piano, vai lontano, travolgi e sorprendi, desidera e ama la tua terra, sarà una bellissima forma di risarcimento dell'anima. Rivendica il tuo diritto a godere della bellezza, difendi il paesaggio interiore, è un mito, ed è anche realtà, chiamato a misurarsi con gli enigmi di una società burbera, superba e priva di verità. Non è solo teoria, è anche pratica, passione civile fervida e fervente, son parole che il vento dello zakhor restituisce al mondo soffiando e distribuendo giustizia e consapevolezza. Nella quieta foschia dell'albeggiare quella che sembra bieca rassegnazione viene spazzata in un attimo da scattanti e rabbiose ventate di rifiuto e protesta, gli sbuffi sono frustate al volto ma qui mi rintano. Non cerco altre terre… Scorgo un imperativo preciso: ché inutile sarebbe cercare altre vie di fuga, è qui che bisogna trovare, la voce è qui che deve farsi sentire, è qui che deve avvenire la ricerca dell'unica possibile origine dei mali e misurare la certezza del bene, alle nostre radici! Basta a questi quattro messeri… profeti giornalieri del nulla… Nullità pance piene, otri gonfi di boria… Non aspettate il futuro ché potrebbe deludervi e disperdere i vostri crediti, il tempo non è poi così galantuomo come immaginiamo che sia. La storia si scrive nel presente e ci descriverà nel lascito di ognuno di noi, nel buio delle gallerie scavate da noi vecchie talpe, senza tregua, tesi e intensi, giungiamo attraverso lo stretto passaggio all'aria accecante e liberatoria.
Siamo truppe all'esercizio
di guerra
veterani di tante trincee
mercenari distorti
plotoni di riserva e pacifisti.
La vera fabbrica della storia
che stordisce l'uguaglianze
nella miseria è provvista d'arsenale.
Noi, gente terragna
per pratica di natura,
cocciuti scaviamo gallerie
per arrivare ciechi
alla luce del sole.
Così violiamo le tane di volpi
che hanno scaltrezza di fiuto
e scannano nidiate di pollai
perché le nostre piazze
sono aie di confusione
e nascondono uova e letame
tra guaste geometrie, mosaici di porfido.
Nell'aria aquile e sparvieri
ostentano volteggi d'aria
miracoli alla vista
per chi teme -finanche - la sua ombra.
Le tenebre hanno pazienza
di prostitute e complicità di ladri
e radunano un mondo di mezzani
che rivoltano uomini e cose
sacche strappate all'usura del tempo.
Così dura la lunga notte
allacciata nei brividi calorici
negli ossimori dell'attesa
morta all'esempio viva al castigo…
Siamo varietà di figure
e di retorica.
Ci conosciamo come passeri
di alterne covate
spigolatori per natura.
Fa differenza la velocità di volo
ma solitari o a frotte
ci ritroviamo sui fili
a far mostra di piume
e a disperdere guano.
Uccelli pigoliamo solitudine
e cinguettiamo cori
in vicoli e slarghi
tra sfere di sole
e folate gelide
come qui natura
capricciosa comanda.
Siamo fili d'erba
cresciuti nella stessa terra
ma spesso spinti - basta un niente-
a radicarci dal Sud altrove
e qui morire. Noi metafore
di un destino
uomini qui e altrove.
Giuseppe Iuliano Verso la cruna
Conto i versi, ci gioco, lancio in aria e li riprendo. Potere e voler tornare a dare un prezzo a quel che resta, quel ch'è passato e si riscopre nel quotidiano. Ricostruisco il periodo, breve ritratto, introspettivo ed esaltante, fatto di alti e bassi, intrecciati e abbracciati in sentimenti diversi e raccolti nel breviario aperto a tutti… voli e nuvoli, stupore e delusione, coinvolgimento ed indifferenza, soddisfazione e sogni, tutto in una poetica dedica a me, te, gli altri…
fonti:
poesia
martedì 21 settembre 2010
declaration of war
All'imbrunire ho avvertito forte il colpo, pesante come un presagio. Una puntura, veloce e spietata. Nessun insetto o alcun uccello ho mai visto così fulminei… crudele e inaspettata è stata la stilettata. Era partita come un'improvvisata intuizione, quella che può tirarti in salvo, all'ultimo momento, vedi un ramo al quale ti abbranchi, rimani sospesa come il dubbio prima di precipitare. A notte inoltrata, quando ormai sei sicura che tutto sia inutile, irrimediabile, vorresti tornare a sottolineare un tramonto, a tenere in mano quella sensazione di levità serotina… nulla, buio, nero pesto. Il dilemma è più scuro della certezza d'esser persi. La congettura del se avessi e se fossi stato ti conduce alla follia ed è inutile fatica. Resto a disposizione per qualsiasi lamentela, un assicuratore che calcola il margine di rischio anche per gli incidenti inevitabili; mi riconoscerai, avrò un numerino ben impresso sulla fronte, il mio bizzarro modo per attendere, alla riconsegna del bagaglio, che tu "svolti" decisa e ti diriga verso me a braccia aperte raccogliendo quanta più aria possibile, quella che ci servirà quando non avremo null'altro che le bocche unite nella apnea interminabile di giorni mesi anni. È inutile anche che tu ritiri i tuoi eserciti, non lasciare che il disonore colpisca i tuoi soldati, non c'è rimedio all'offesa, nessun accordo al fraintendimento. Non c'è scambio di prigionieri che aggiusti, il tardo e tacito consenso alla resa non è che un sogno irrealizzabile… per sempre. Ci son decisioni che ci portano lontano e dalle quali non si può tornare indietro, un tempo che ci sbeffeggia affacciandosi all'angolare e spigolosa scelta, la nebbia avvolge il bivio e rende illeggibile la direzione e quando, diradatasi, saremo illuminati, la consapevolezza del già ci condannerà alla delusione… per sempre. Io non tendo oltre, lì in fondo la risposta è svelata: l'improbabile non è ciò che non si raggiungerà mai, ma quel qualcosa che afferrato non avrà importanza di lì in poi… per sempre.
… avrebbe avuto tutto il tempo per riflettere, ma avviene molto spesso che l'intera esistenza di un uomo muti radicalmente per effetto di un istante di esitazione. E quell'istante è simile alla piega che pratichiamo al centro di un foglio di carta: la faccia inferiore si tramuta in quella superiore, e ciò che era visibile scompare alla vista per sempre.
fonti:
poesia
martedì 31 agosto 2010
donna

Ricordo come sorridevi,
come benedicevi quelli che avevi attorno,
me, il cielo verdastro,
la città, i passanti…Quando faccio per rialzarmi, un altro masso, più pesante del primo, mi inchioda e spinge, deciso, contro l'angolo… penso tra me a quanto sia inutile tutto ciò, avreste potuto stringermi una corda al collo o spararmi alla nuca. Questa è la fine che merita una meretrice, e devi guardare le pietre che arrivano, devo sentirle tutte, come frecce scagliate con odio, su pelle, occhi e bocca. Non crediate che si possa strappare così una confessione, o un rimpianto, non crediate di aver vinto, solo perché un tale, insieme ad altri, seppellirà col fracasso di un colpo il sangue dell'innocente. Ah, un giorno, ho pregato che fossi felice, prima che quello sguardo si facesse pianto, ho alzato gli occhi e ho chiesto che gli uomini insegnassero al dio a bagnarsi sotto la pioggia, a camminare in mezzo al vento, a precipitarsi insieme alle stelle, qui sulla terra con noi mortali, a baciarci, a ricever e ricambiar carezze, ma la pagina sacra mi ha restituito uno schiaffo e un pugno, ha rifiutato il gentile invito, mi ha negato il piacere di servire un té nel mio miglior servizio e m'ha relegato in uno stanzino buio… arriva la voce dentro l'orecchio e una minaccia che m'ordina di guardare, ma io son rivolta al cielo a chieder i perché di un no…
Mes yeux regardent
un autre ciel
qui n'est pas d'ici
de là-bas…
… celui qui plevait
pour mon arbre
et qui me promettait
des ailes
pour ne pas m'apprendre
à voler.
lunedì 23 agosto 2010
gransasso

L'ho visto. Nero, nudo, macabro, bollato, cresta e tatuaggi. Un istrione scatenato e disperato. Magnetico e colossale attore, non si può che restare attoniti davanti alla sua testarda potenza, drammatica e comica allo stesso tempo. Rimane immobile appoggiato all'asta e si pensa, sgomenti, che sia imbalsamato, si viene assaliti dal dubbio, improvviso, che sia abbandonato nella sua eco. Lo prendo al volo, m'accorgo che ho solo quello di andata… sola andata. Mi sento spinta fuori, respinta e sospinta, istintivamente mi aggrappo più forte, non riuscirai a rubarmi il posto, me lo son meritato, astemio ripugnante, guida estraniante, l'unica che non vorrebbe condividere conoscenza e bellezza, ma io son ormai intrappolata, catturata e in prima fila, traghettata verso l'omaggio sudato e faticosamente guadagnato, distaccata da tutti, cruda e pazza, pericolosamente in bilico sul cambio, ruotata a trecentosessantagradi, trascinata nel gorgo di disperazione distruttivo, senza difesa, ché non la vorrei… son curve smussate quelle che ci conducono in cima, ci rallenta il pesante vento, linee bianche nello scuro presagio, emergono e si stagliano, sprofondano e spariscono. Terribile, lento, estremo, vertigine senza sosta, nevrotica entro, cupo, desolata, macabra… mi duole la carica di fastidiose e ruvide punture, di interventi angoscianti, brulicano intorno a me, invadenti e distruttori di equilibrio. Gocce incessanti che intaccano, corrodono, fiaccano, si rincorrono, si sovrappongono, accrescono, implacabili, distruggono… vibro, tremo, scivolo, distorta e fustigata dai fastidiosi bianchi e appuntiti acuti, tappeto insostenibile che sussulta al mio passaggio e scuote la coscienza, lasciando piaghe aperte… per sempre.
fonti:
poesia
lunedì 2 agosto 2010
il pesce salvo

Non che me ne importi tanto, ma proverò a spiegare cosa c'è che non va nel pesce d'allevamento. Non ho dubbi che questo sia probabilmente l'unico modo che avrei per mangiarne in periodi dell'anno proibitivi per esempio. Una volta ho comprato al porto di un paesino a 25 km da casa mia. Nel cartoccio il buon Tuccio mi ha messo un cefalotto, tre triglie e un dentice che ancora mi strizzava l'occhietto vivo mentre lo squamavo e lo pulivo delle interiora. In poco tempo, tra schizzi e piaghe alle mani, si è riempito il cucinotto di fatica, di sudore e di esclamazioni in dialetto, improperi al ragazzino che non tira sù, soddisfazione per il pescato… non vi dico il profumo, ché dovreste provare ad immaginare, mescolate in pochi secondi al pomodoro, prezzemolo e aglio le tre triglie eleganti signorine a spasso, cotto al forno con due fettine di limone, rosmarino, sale e pepe, il cefalo mi saluta contento… e il dentice con olive, aglio, olio e aceto? Una delizia. Toh, ho dimenticato le spiegazioni sul perché preferisca il mare (o il fiume, o il lago) all'acqua degli allevamenti. Non sono io che devo… chiedete a lui.
Ho tirato su piano e alla fine, estenuato dalla sua stessa resistenza, il pesce si è lasciato andare alla fatalità. È solo questa la ragione per cui si muore. "Stia attento, quando lo tira fuori, ha una dentatura da luccio..."
Ma non ero in grado di tirarlo fuori. "Dia qua."
Due secondi dopo il lucioperca aveva abbandonato il suo elemento naturale. Rabdomant l'ha staccato con un sorriso da buongustaio.
"Carino il ragazzo, eh?".
E l'ha ributtato in acqua.
Il lucioperca, che tra le sue dita era come morto, è esploso di vita a contatto della Senna.
"Solo per fargli sapere che Dio esiste," ha spiegato Rabdomant, "e che non bisogna abboccare al suo amo."
Ho indicato le lasche, i ghiozzi, i pagelli, tutti i bianchetti del nostro cesto, i due persici e il pesce gatto e ho domandato:
"Perché lui sì e loro no?"
"È proprio il genere di interrogativo che Dio non si pone."
giovedì 29 luglio 2010
ossi di sempre (3)
Forse un mattino andando in un'aria di vetro,
arida, rivolgendomi vedrò compirsi il miracolo:
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro
di me, con un terrore di ubriaco.
arida, rivolgendomi vedrò compirsi il miracolo:
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro
di me, con un terrore di ubriaco.
Poi come s'uno schermo, s'accamperanno di gitto
alberi case colli per l'inganno consueto.
Ma sará troppo tardi; ed io me n'andró zitto
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.
alberi case colli per l'inganno consueto.
Ma sará troppo tardi; ed io me n'andró zitto
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.
Cinque terre, quattro intorno, io, al centro, mezzogiorno silente e luminoso, terra arida e rossa e friabile, zolla che sollevi e dai alla luce e condensi un cranio. Hai inglobato e protetto un'esistenza, ora enunci un messaggio metafisico. Nemmeno la più fervida immaginazione avrebbe potuto scoprire un tal segreto, con esclusione di ogni retorica sentimentalista, l'essenziale esprime il senso tragico della vita. Un corpo viene seppellito, un altro viene disseppellito. Lungo un sentiero lungo di cose spente, estinte, come le pietre bianche calcaree levigate dal sole e dal vento e dal mare, emergono altri detriti, simboli di una vita, li cogliamo e li spazzoliamo, li mettiamo in fila, l'uno accanto all'altro, composti e in bell'ordine ci accorgiamo ben presto che è disegno esistenziale, simbolo di una vita seppur umile e antica, non più marginale e meno importante della nostra. Ora di fronte a te teschio, non mi imbarcherò in un trito e ritrito e banale 'essere non essere' ma ti sottoporrò a un monologo, per altri indecifrabile, per me rivelatore di verità e conforto. Non voglio altro che uno spunto di riflessione sulla nostra situazione profondamente tragica che gravita nelle tue orbite vuote, ne fuoriesce e s'imbatte nella condizione dolorosa universale e locale di desolazione assoluta e individuale. È contagiosa e malsana. Il singolo si aggira nel paludoso labirinto del mal di vivere, confuso e perso in una sequenza di avvenimenti di cui non conosce il senso, obbligato alla ricerca instancabile di un anello che non tiene o di una minima verità, è un'occasione questa che suggerisce di sottrarsi al giogo delle necessità, di assaporare l'acido, ma salutare succo dei gialli soli. Saran capaci di sciogliere il gelo del cuore, donandoci la gioia del contenuto delle buone intenzioni e della buona pioggia che cancelli lo squallore e l'attesa.
Si dice che il poeta debba andare
a caccia dei suoi contenuti.
E si afferma altresì che le sue prede
debbono corrispondere a ciò che avviene nel mondo,
anzi a quel che sarebbe un mondo che fosse migliore.
Ma nel mondo peggiore si può impallinare
qualche altro cacciatore oppure un pollo
di batteria fuggito dalla gabbia.
Quanto al migliore non ci sarà bisogno
di poeti. Ruspanti saremo tutti.
È come una vertigine, perdersi nel terso più limpido e secco e prendersi tutto il calore dal carattere irreale delle esperienze straordinarie. Questa sarà la mia avventura, la mia storia, scritta e letta. Ho attinto dal nulla, dal vuoto e dall'assurdo. Il futuro, ipotetico, potrebbe presentarmi un bel miracolo che infrange le leggi della convenienza e dell'indifferenza, abbatte le consuetudini dell'inganno e acquisisce verità e bellezza. Traccio punti, punti di riferimento, li terrò bene a mente, perché possano tornare a profilarsi alberi case colli, voltatevi a guardare e salutare il passato, andreste via zitti con in serbo il gran segreto se tutti fossero indifferenti a dubbi e problemi. Ma così non è. Nessuno di certo è depositario di verità assolute e definitive. Nessuno può considerarsi possessore di fittizia verità. Tutti possono svolgere il proprio compito nel migliore dei modi ed essere ciò che sarebbe giusto essere e non quello che gli altri si aspettano che si possa essere! Verità di vita e senso dell'esistere. La vedo quella muraglia alta con cocci aguzzi di bottiglia, prendo coscienza di quest'effimera fiducia, di quest'universo di illusioni, di questa divina indifferenza, effetto di una stoica demotivazione… cosa spero? Che si rompa col passato. Cosa mi auguro? Che qualche eletto si salvi e ci salvi. Cosa farò? Camminerò. Amo le strade e i sentieri antichi, quelli percorrendo i quali sbuchi in erbosi fossi che immettono negli orti, tra gli alberi dei limoni e pendici di basse vigne, seguo un filo da dipanare su rive che si sfaldano vicino al mare, meccanica e poetica energia positiva del quotidiano, maestro di purezza e di rettitudine.
Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l'animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato.
l'animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato.
Ah, l'uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l'ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!
agli altri ed a se stesso amico,
e l'ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!
Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.
… la luce si fa avara - avara l'anima. Quando un giorno da un malchiuso portone tra gli alberi di una corte ci si mostrano i gialli dei limoni; e il gelo del cuore si sfa, e in petto si scrosciano le loro canzoni le trombe d'oro della solarità. EUGENIO MONTALEo Paula…
indietro: apocalipse now (1) e con l'arca o senza (2)
fonti:
poesia,
raccontami,
vita loca
giovedì 8 luglio 2010
ubi sunt
Questo silenzio fermo nelle strade,
questo vento indolente che ora scivola
basso tra le foglie morte o risale
ai colori delle insegne straniere…
forse l’ansia di dirti una parola
prima che si richiuda ancora il cielo
sopra un altro giorno, forse l’inerzia,
il nostro male più vile… La vita
non è in questo tremendo, cupo, battere
del cuore, non è pietà, non è più
che un gioco del sangue, dove la morte
è in fiore. O mia dolce gazzella,
io ti ricordo quel geranio acceso
su un muro crivellato di mitraglia.
O neppure la morte ora consola
più i vivi, la morte per amore?
fonti:
poesia
venerdì 2 luglio 2010
la torre di babele

Ti amo e ti odio.
Dividi il mio spazio interiore
amplifichi quello esteriore.
Ci separano case, strade, piazze,
ci combinano innumerevoli corridoi.
Scavano a fondo ambigui,
risollevano irreali, distorti, ridisegnati
dalle intime geografie del cuore.
Un campanile conflittuale e aspro, rigonfia
al suo fianco, memoria incancellabile, emblema
insignificante, segna i cittadini,
freddi e distanti evocati in una cartolina
in cui la città ha sempre fatto da sfondo.
Bianco profilo, quasi intangibile,
frammento in lontananza esasperato e stanco.
Ricchezza inquietante ed orgogliosamente intatta.
Arrivo di lontano e la vedo. È lei?
No, mai, eppur sempre.
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