lunedì 29 ottobre 2012

chiodo fisso

Chiude fremente il libro dei re e lo scaraventa lontano… avevo dei dubbi, ma ora sono sicuro non terminerò questi maledetti studi e non farò l'esame. Ha oscillato per mesi su questa pericolosa decisione, faccio il salto finale su questo enorme buco nero, dimentico di tutte le promesse, i giuramenti; probabile che si cacci in altri guai, ma dico e faccio basta. Profeta del mio futuro. Infedele protagonista di un tempo indefinito. A volte sente d'essere solo un personaggio, gli altri gli girano intorno, deridendolo e additandolo, gli ricordano, sempre, che le sue battute sono frammentarie, poche, sussurrate, pronunciate a malapena o non ricordate per nulla. Qualche riga nelle infinite pagine bianche, pochissimi secondi per dire la mia.
Con ironia, certo, ché è brutto piangersi addosso. E già nel mio immaginario non riesco a intravedere uno spiraglio, figuriamoci l'impaccio delle lacrime, lo spreco dei singhiozzi… bisogna risparmiare su tutto, anche sulle emozioni del mondo che sta a sentire: l'unica aspirazione è sopravvivere decorosamente e togliersi uno sfizio, qualsiasi, l'importante via di fuga. E invece non c'è scampo: nessuna dignità, nessuna forza di reazione, disponibili, come si è, ad accettare qualsiasi ruolo e l'unica sacrosanta voglia di cercare svago a tempo indeterminato come per tratteggiare rabbiosi un'ipotetica, arbitraria rivalsa contro lo sfruttamento, i ricatti, la frustrazione, la necessità, le furbate criminali. Travolto dalla vertigine delle tante telefonate da fare, degli appuntamenti da prendere, delle dimostrazioni, delle convinzioni, dei giochi, dei sorrisi, delle firme, ha quasi dimenticato la sensazione di appartenenza, di aderenza a un progetto, a un sogno, a una fantasia, preso com'è dal parossismo quotidiano di una vita ammalata, inutile, persa, precaria…




… vorrebbe avere tanto un passato tragico: giustificherebbe il suo presente.
Vanni Santori



domenica 21 ottobre 2012

ossessi


Ho sempre preferito i sussurri, i non detti, gli sguardi traslucidi, le espressioni trasparenti, ma non posso esimermi dall'amare anche i rulli di batteria, le sferraglianti chitarre, le percussioni, i synth ammalianti.. i pensieri sono elettricità diffuse come un intero popolo che si muove e vaga, attraversa terre lontane da quella originaria, a bordo di carri trainati da stanche giumente, in piedi in vagoni puzzolenti, su mezzi di fortuna, in barche malandate solca mari amici e oceani crudeli: una fiumana di genti e pagine che scorrono insieme e si dividono in rivoli più piccoli: radici, sangue, capelli, dita.
Rimango qui a contemplarle o mi unisco a loro, fondendomi e rifondandomi senza filtri e approcci preconfezionati. E' un continuo scambio alla pari il mio con i viaggi nel tempo e nello spazio, in cui i voli pindarici si imbattono in flussi migratori di immagini rutilanti, e può essere un impatto violento, lisergico o un abbraccio fraterno, dolcissimo. Fa sempre l'effetto di un carosello di sensazioni mai riconducibili al raziocinio, traballanti, elastiche come quello yo-yo che sfilo sempre dalle tasche della memoria. Serviva a tenere viva la me aderente al contingente e la me grottesca. E' un cocktail a cui non so rinunciare, che voglio riversare continuamente nei rapporti instaurati e da instaurare. Gran fattona, ma la adoro.



Non è una porta normale, piuttosto direi un portone a un solo battente, e, inoltre, di normale qui non c'è proprio nulla.
Patrik Ourednik



domenica 14 ottobre 2012

a quiet place

Quante volte moriamo l'uno nell'altro,
nell'umida caverna vaginale,
di quella morte che è dolce più del sonno:
la quiete dei sensi soddisfatta.
Carlos Drummond De Andrade



Intromissione.. nessuno gli dà il permesso e quello s'è già accomodato, sprofondato nella poltrona e piedi sul tavolino. Non sono fissato coll'ordine, ma educazione vuole che mai mi sia sognato di entrare in casa altrui, piazzarmi così e nemmeno essermi presentato. Si chiama colpo di fulmine. Puoi chiamarlo come diavolo vuoi, ma già ho voglia di scaraventarlo fuori a calci in culo.
Avvicinamento: ha spostato prima un piede poi l'altro, s'è seduto composto, diciamo, e ha cominciato a parlarmi con tono suadente, con tecnica ammaliatrice. Si chiamano espedienti e io lo lascio fare. Ci sa fare, sì.
Intreccio.. di mani, gambe e gole, schizofrenie, magici momenti di estaticità, miscela sempre interessante, dal sapore familiare e allo stesso tempo esotica. Si suol definire colpire nel segno. E io spingo quel dettaglio, stando attento a rifuggire stilemi e stereotipi, muffa stantia e abuso di abitudine, lo spingo verso il salto finale da elemento dentro l'altro elemento portante della ballata: il ritmo. Sento gli ultimi singulti, al limite, poco prima della resa ultima, vischiosa, contorta.
Delusione: morte inaspettata. Non lo puoi rimettere sù. Ne uscirebbe un suono rotto, sguaiato. È il compendio soave, forse troppo breve, ma umanamente riconoscibile. Si chiama orgasmo. Chi lo sfoggia dilunga solo, ma non gode appieno. Io preferisco un'enfasi minimale. Mia imperfetta perfezione. Ramificazione alla cui sommità prelevare, gelosa, curiosa, personali sorprese, dolci rivelazioni. I detrattori zittiti. Gli inguaribili pessimisti invitati al prossimo.


venerdì 5 ottobre 2012

vinta



Morirò di libri. Mi schiacceranno come un cartoncino tra le loro pagine. Uno di quei segni che si lasciano a memoria dell'ultimo periodo letto, dell'ultima immagine evocata. Starò lì dopo aver cercato di risollevare quell'epica voce, inutile sforzo, e ritarderò più a lungo possibile la lacrima della sconfitta, la piega della bocca in basso: il ritratto della resa, ferma l'attimo di una posa, una compostezza forzata. L'idea che una delle passioni più grandi della vita ci costringa all'angolo, ci schiacci al quotidiano confronto con la realtà dura e l'inconsistente forza immaginativa è un sussurro, un grido soffocato. Ripesco quella fotografia in bianco e nero, sgualcita ai bordi, divisa al centro da una piega dispettosa che colpisce i volti e li rende irriconoscibili.
Con tocco intimista riprendo le fila, ricostruisco la vicenda, riempio di colore quegli occhi, restituisco luce alle loro esistenze, suono alle loro parole. Hanno più il sapore del sogno, non essendo più vivi, risultano esiliati dal presente, lontani dalla terra a cui appartenevano, legati solo alla carta lucida su cui sono impressi.. ma io ne sento vivi l'orgoglio, il temperamento e l'equilibrio e per essi nutro rispetto, li mantengo integri e li salvo dall'incuria e dall'amnesia. Non mi pare più nemmeno tanto duro e triste rimanere qui, in mezzo alla folla di personaggi, tra preghiere, rabbia e tenerezza; non sarà un demerito far parte della storia collettiva ed essere raccontata e riletta a bassa voce, sottolineata e ripassata, raccontata e testimoniata, riassunta e interpretata.
Son tolta d'imbarazzo: annullata insieme a loro, arricchita confluisco nell'enorme progetto di nemesi fin nei più remoti lembi, a render giustizia delle deportazioni e delle sconfitte, delle cancellazioni e delle differenze evidenziate, delle violenze aberranti e delle umanità ignorate. La miglior vendetta sta nell'ascoltare, sedersi e ascoltare.

Vinti che si mostrarono deboli, o che scelsero loro stessi di chiamarsi vinti, poiché quel che volevano conquistare non apparteneva a questo mondo.
Varujan Vosganian

venerdì 28 settembre 2012

dell'aria che ti mantiene e le catene



Il mio volto mi fa paura, la maschera mi fa ancora più terrore. Finale straziante di favola sinistra. Diciamo che i miei occhi han sempre visto quei confini, ma li hanno sempre nascosti nei solchi, diventati cicatrici, chiare, indurite. Stratificate immagini sotto pelle. Un deposito che non ha valore ché spinto a sommarsi in maniera incoerente non fa che rendere più poveri, più soli, schiavi dell'immagine, vecchi nelle proprie fotografie, disgustosi nell'apparenza, sempre più lontani dalla realtà, sempre meno conformi alla forma… vera. I miei occhi non sono vetro: stupiti e separati dal corpo impagliato, si dibattono, vorrebbero scucirlo, venirne fuori. Simboli e segni potrebbero spavaldamente evidenziare la bruttezza, separarsi dalla confusione e venire a galla illuminando e muovendo l'originale visione. Ma quella foga diventa ossessione: che non si perda in movimenti inutili e, esaurito ed esausto, non si astragga ancor più, balbettante e poco funzionale, intimo, onanista discorso.

titolo da 'La piel que habito' di Pedro Almodovar
passo iniziale da 'Les yeux sans visage' di Georges Franju, 1959



in immagini sottospecie i Sallusti, le Porcherini

domenica 16 settembre 2012

interplay



Ben poca cosa, ben poca cosa. Rare occasioni di conoscenza son riuscite a creare uno stretto legame di appartenenza affettiva e profonda identificazione empatica come l'ultima capitatami: una di quelle esperienze che hai fatto tanto per evitare e poi, quasi per caso, sicuramente per volontà altrui, ti sciolgono un nodo che sapevi di portare legato tra gola e nuca, ma che non avresti mai osato sperare che lo straniero sapesse cercare, trovare e districare. Il silenzio soffocato si sposta come un grumo indigeribile, si nutre e si incarna e poi esplode in un urlo amplificato e gracchio come solo attraverso un megafono potrebbe essere. Quel tramite è una sorpresa, un mezzo scovato, un sussurro agro, un consiglio dimenticato, sepolto sotto i cartoni dell'anima che l'anima non sposta non ordina perché non diventi chiaro e preciso il confine mai superato, da sempre evitato, accuratamente nascosto. Ma la linea del fuorigioco è ricomparsa, appena tratteggiata, ma è lì, e ci son finita di faccia, in bocca gesso, terra e sintetico, sputare fuori e rimettersi in gioco. Problema: dove attingere e quanto preservare. Due dubbi cristallizzati nella realtà in cui vivo e in essa talmente stratificati che non riuscirei a separarli nemmeno a picconate. Soluzione. Svestire i panni consueti e indossare la verità esistenziale libera dalle folle di maschere mistificanti e traditrici e dai conformismi facili e menzogneri. Non faccio altro che rivolgere fatwe deliranti ed elargire stoccate mordaci. Sembrano sortire nessun risultato, inconsistenti e deboli come la mia voglia di rintracciare l'ineluttabile ideale tragico e di ricucirlo in ennesima retorica illusione. Perenne insofferente che inchioda e schiaccia al muro le promesse non mantenute destinata a una esistenza scissa e incoerente, ma ribelle e combattuta, eternamente fuori luogo, vibrante ed estatica imperfezione, due entità che proseguono urtandosi, incrociandosi, scontrandosi, come uno sbuffo continuo e rumoroso, una danza impazzita improvvisata in mezzo alla moltitudine annoiata anonima fredda, impigliata nelle pieghe dell'indifferenza e chiusa nella pesante collezione dei simili, dei modelli. La strada è libera, han fatto effetto le partenze intelligenti e io mi incammino, o almeno così ricordo. Rimarrai sola. Lo sono già.

Non siamo che poveri peccatori, credo, e tutto ciò che abbiamo e tutto ciò che conosciamo e amiamo e ricordiamo è esposto alla polvere e alla ruggine.

J. Cheever 


foto Mira - Romeo and Juliet, William Shakespeare, By any other name theatre, University of East Anglia - Aia di Carlo Formigoni, settembre 2012

giovedì 2 agosto 2012

fumottaggio fine





Son sempre stata una mangialibri. Ne ho divorati a migliaia: alcuni nelle ore di viaggio quando riuscivo a non farmi assalire dal mal di pancia, altri seduta per terra negli intervalli tra una lezione e l'altra quando cercavo di non farmi rapire dalla voglia di girovagare senza meta, ma i più belli in assoluto li ho letti in cima a un albero quand'ero poco che settenne, li rubavo ai miei cugini e, di nascosto, celata agli occhi indiscreti e troppo moralisti degli adulti, sfogliavo e mi nutrivo di parole, e di disegni. Sì, perché quelli mi hanno conquistata subito, anzi ho imparato a decifrar le lettere nelle nuvolette (baloons) prima di varcare la soglia della mia prima classe alle elementari. Ora ci ritorno, anche se non li ho mai abbandonati. Ho pensato seriamente di frequentare una scuola di fumetto, ma poi, chissà se ho sbagliato, ho frequentato il corso di comunicazione, immaginando che fosse più completo, sognando che avrei dato una mano di freschezza al lavoro del mio fratello maggiore, gettando le basi per la costituzione di uno studio serio, professionale, creativo. I sogni si son tramutati, ben presto, in illusioni, quelle in delusioni. Le strisce si son confuse, i riquadri han assunto forme strane, irregolari, posizioni scostanti, e il senso della storia è quanto mai obliquo, non lo si segue più se non rischiando di capitombolare giù, divorati dal buio.. era il passaggio più complicato nelle mie illustrazioni, riempimenti di matita morbida, da affilare di continuo, anche i mozziconi tenuti con l'indice e il pollice umidi e luridi, o secchi e squamosi. Ma il foglio non ha mai corso il rischio di macchiarsi. E' rimasto candido, pronto ad accogliere altri sviluppi, altre opzioni, un'altra via d'uscita. Ragazzi io torno a immergermi in quelli: d'estate mi riprende la spossatezza, il distacco da quello che in nove mesi corrisponde a progetti di vita e lavoro, a desideri inespressi e rapporti congelati. Quando tutto dovrebbe sciogliersi io mi riposo, mi perdo, mi apro e decanto, mi lascio andare come al cospetto della tomba di un caro, ma chi dei due sia morto non si comprende: quel divino abbandono con dentro l'ombra. Sì, lo ricordo ancora, un bel libro, lo riprendo con piacere: il senso dell'inesistenza, dell'immobilità, del ticchettio vuoto delle lancette di nessun orologio. Guardali, sono felici, sbadigliano.


Passi di Dino Buzzati Poema a fumetti





ci si rilegge..

mercoledì 25 luglio 2012

low profile

Musica






Ho sempre creduto che dire chiaramente una cosa senza peli sulla lingua potesse arrecare offesa. Ma cosa vai a pensare. Bisogna dirle le cose, a scanso di equivoci. A volte mi guardo le mani. Temo che siano diventate foglie. Parlo, ma non mi si capisce. Dico piuttosto… e mi viene risposto che! Piuttosto che? Una pentola in ebollizione. Ecco cosa sono diventato. Un vegetale, simpatico, burlone, ma sempre vegetale. Assumo sempre più l'aspetto e il comportamento di una vecchietta arcigna, cinica e intrattabile. Umore acido. Solo, grotta delle proprie ossa. Sprezzante nei confronti dei più giovani, figli di una società incomprensibile, inconcepibile, insopportabile, degna di dileggio, cazzo significa? disprezzo. Insipida gioventù, non è in grado nemmeno di sfogliare un vocabolario. Rammolliti. Mi ci imbatto per sbaglio, perché, il più delle volte, nutro nei loro confronti una sana e consapevole.. indifferenza, ma quando capita, elenco in maniera maniacale tutta la nomenclatura botanica, i miei amati esemplari, nomi che enuncio con una tale gioia, attendo con ansia i loro enormi sbadigli e le loro scuse affrettate. C'è una grande voragine alle loro spalle. Per la furia di interrompere la conversazione non se ne avvedono minimamente. Godo. Non vorrei altro se non che venissero inghiottiti dalle stesse sabbie mobili in cui sprofondano, giorno dopo giorno; si divincolano, si agitano, come se non avessero mai letto nemmeno un semplice Tex Willer, e quel ch'è peggio chiedono aiuto a chi? A me. Potrei afferrare la mano, l'intero braccio o preferire la testa. Mi son sgraditi, ma ci si deve convincere: il nutrimento della mente è fondamentale e tutte le esperienze sono indispensabili. Nonostante cerchi di opporre resistenza risulto vinto dalla sete di sapere e roso dalla curiosità. Isolato sì, ma non stupido, né inerme. Carnivoro per scelta. Drosera Rotundifolia.

La solitudine è una cosa terribile, perché lascia che l'immaginazione dipinga fin nei particolari quel che forse non andrebbe espresso mai.

Patrick McGrath

sabato 21 luglio 2012

amaro



Il destino o cosa per esso. Sembra una catena di montaggio, in una grande fabbrica di giocattoli, per una grande multinazionale, fra tanti esemplari rotti, da sostituire, da riparare, da buttare… la tendenza è quella: guardi, li studi, prendi una decisione, fai la scelta. Obbligata, legata, condizionata. E se ci fosse stato un errore di valutazione? Pazienza. Il cuore lo vai a ripescare ogni mattina, lo porti al lavoro con te, o ci fai colazione e lo mandi altrove. Le convenzioni, le responsabilità, i codici, l'unione, le apparenze. Il sapore è quello, sempre uguale, lascia indifferenti o sacrifica in maniera ineluttabile, arrugginisce addosso, sporca e stanca. Avrò il coraggio di cancellarne le tracce, avrò la forza per guardarmi dentro e sovvertire, rivoltare, smacchiare? Fragile, rotta, volubile. Cerco di scardinare i legami, strappo le catene, incido forte e mi libero della cornice dorata che ha delimitato le passioni, soffocato le speranze, spento i desideri più ardenti e ha pesato sul muro, crepandolo. Sconfino, svuotata, leggera.

Sporchi egoisti! Sono io che voglio vivere, io, io. Sono giovane, io. Mi derubano, si prendono la mia parte di felicità sulla terra.
Irène Némirovsky

giovedì 12 luglio 2012

breath

Bisognerebbe fare come le due lepri; quando cala il colpo, cadere follemente come morti, raccogliersi e riprendere coscienza, e, se si è ancora in grado di respirare, scappare a tutta forza. La forza dell'angoscia e della felicità sono la stessa cosa.



Soffro di un eccesso di ispirazione e non smetto di sporcare tutto ciò che mi circonda; non lo senti questo intenso odore di acido? Inchiostro, china, tempera, olio, acrilico esalanti da tutte le pagine. Instancabile annoto sui muri, frasi riportate dalla memoria, traghettate da terre lontane approdano sulla bianca calce… le lettere storte, inclinate, percorrono lunghi tratti sorpassandosi, saltando tra le crepe e le fessure, si rituffano, tra spruzzi e alte onde si rifrangono sulla parete altissima, scoscesa e ripida, si articolano in contorte ventose o in sottili grazie terminali, raggiungono e afferrano le tue caviglie a bagno oscillanti e ignare. Puoi anche mordermi. È così forte e dolce la tua vorace bocca all'apice dei miei pensieri. In me trovi varietà e abbondanza, ma non rimarrò fino al dessert, già m'agito, allungo il secondo tentacolo, ti stringo il polso, col quinto ti solletico il lobo, coll'ottavo, e ultimo, ti scompiglio i capelli. Sbalzo via dalla presa e riprendo lo spazio che mi spetta, la contraddizione che mi è propria, l'ebbrezza e l'umore alterno, sole, pioggia, roccia, mare, vento, quiete, disubbidiente fino alla confusione patologica, discontinuità, irrazionalità. Non è pazzia… se mi guardi, riconoscerai te stesso, e tutto ciò che ci circonda, le radici e però anche l'esasperazione e l'agitazione. Cos'è l'equilibrio che invochi? Il quieto vivere, il tacito piegarsi alla tradizione? Non è forse più bello che io ti scandisca il tempo, ti cuocia coi miei baci, ti rinfreschi con le mie carezze… e ora abbandoniamo la terraferma, fuggiamo il caldo e, giù, celebriamo l'elegia del mare. Immersione. Abisso. Profondità. Visione ondivaga, fluttuante, respiro increspato che si frammenta in miliardi di particelle, infinite sequenze, bolle d'aria, nelle quali espando e contraggo l'esistenza, lui mi circonda, mi abbraccia, mi sostiene, mi sprofonda, immenso, è l'unico ambiente, elemento originario, in cui la mia ansiogena grevità si fa leggera giocosità liquida e azzurro finale sublime.

passo tratto da Minima moralia - T.W. Adorno

domenica 8 luglio 2012

mea culpa

La ricerca del proprio grigio è la ricerca del proprio equilibrio personale e degli altri. A chi lo stai dicendo? Ne so qualcosa io... dovrei essere un'esperta in sfumature, toni e mezzi toni, dovrei, sì, ma, magia dal cilindro vengon fuori solo conigli bianchi, tortorelle candide o al massimo un lungo foulard di raso nero, nero. Non sai fare di meglio? Allora! Cominciamo coll'assunzione delle responsabilità e finiamola con le domande. Questo spazio è mio. Miei i confini tra l'errore e il pentimento. Se ne avessi voglia non m'inginocchierei di certo per chiedere perdono. Non son carne tenera, per nulla. Al prete che mi chiedeva insistentemente allora figliola quali peccati hai commesso? Ancora con le richieste: non sono sua figlia, se così fosse ci sarebbe un leggero conflitto di interessi tra la sua tonaca e la mia minigonna… poi son così distratta che li dimentico dopo il primo migliaio, faccia lei. Ho smesso tanto tempo fa, ho interrotto la breve sequela di invocazioni con una bella imprecazione e… amen.
Sono coriacea tanto che devi procurarti un solido martello pneumatico per farti strada nel carapace armoniosamente disegnato e disintegrare tutto lo stomachevole scudo contro il quale si abbattono quotidiane e insistenti tutte le corruzioni e le miserie umane.


Ah! L'hanno ben sostituito, il padrone! Le sue violenze, le sue scempiaggini, le sue furbizie, tutte le sue puttanerie pubblicitarie! [...]
I nuovi sfruttatori sono già lì sul podio!... Guardateli, i nuovi apostoli... Tutti pancia e a cantare!

Son qui per scolpire nell'aria tutte le loro bassezze, per descriverli, narrarli e allertare tutti coloro che giacciono lì ai piedi di quel podio ad attendere a bocca aperta che si traducano in concessioni ed elemosine. Non sono che violenza gratuita e malattia dispensate a piene mani prive di compassione e umanità, umilianti e disgustose professano libertà, giurano fedeltà ad alti ideali, ma a un attento esame radiografico risultano piatti, deformi, inconsistenti. Ecco, si perdono altre sfumature, altre speranze di colore, l'essenzialità dei tratti: devo esibirmi in un'evoluzione per intenderne i contrasti e i significati reconditi. C'è uno spesso strato di sporco, compio uno sforzo nel carpire le gradazioni di cui parli. Sono un'esteta. Esalto la liberazione dai formalismi, fuori dalle regole contenitive, anarchica di natura, rivoluzionaria per vocazione. Personaggio scomodo che fa della sua vita l'intima impresa di provocazione, ad animarla la potente ansia di fuggire dal banale, dall'anonimo e dalla notte: una vita piena di incidenti...


Caro Amico. Sono anarchico da sempre, non ho mai votato, non voterò mai per niente né per nessuno. Non credo agli uomini.


al di là di qualsiasi considerazione sulla sua ideologia, grazie a Celine scrittore

sabato 23 giugno 2012

nel paese delle meraviglie





Bocca racconta la storia di margini, di sogni decapitati, di ricordi svuotati… dalla finestra io osservo, impotente, non fuggo, non mi scosto, partecipo… in una posa di intenso ascolto, non intervengo, dipinta e immersa nell'oscuro sfondo. Oh, vedi di illuminarmi… penso, ma non lo dico; e tu mi domandi: a che pensi? Alla luce. È difficile. Lo so. Difficile crearla, impossibile riconoscerla. Ma quando ci riesci, quella si estrinseca, la lanci avanti e quella fa un buco enorme, la sposti indietro, perdi l'equilibrio, ci cadi dentro, e cominci a scavarci in mezzo. Ho una gestualità tutta mia, io. Alzo il gomito come per grattare sulle corde con l'archetto, permetto al nonsense di avere un suo perché, tocco leggero e reazione accennata; vigoroso arpeggio ed emozione vivissima. Il taglio è profondo. Quel che ne sgorga è un insieme di ovvietà, di convinzioni infondate, sentimenti poco sottolineati, citazioni inutili… sì, perché più uno cita, meno opina; cosa? Le opinioni, dico, difettano, sono assenti. Dubbi, non so, non sono sicura. Mi piacciono più che So tutto io. Cose intelligenti ce ne sono, ma quando ipocritamente ne cerchi e non ti riesce di trovarne, considerati esonerato. Meglio la noia delle proprie assenze, che l'adagiarsi sulle non presenze altrui. In sostanza… pausa, sosta. Continuo a guardare, attraverso quel tondo, dal buio spruzzato ad arte, una bella cioccolata calda, un rinfrescante tè verde o un caffè elettrizzante: resa debole e allo stesso tempo concreta, mi emoziono, mi piace, mi commuovo, mi lascio possedere e forse, me ne sto rendendo conto, diventa possibile - sinapsi ricucita - l'illuminazione. Mi faccio trascinare a bordo di quelle stupende pagine e parto. Recupererò le chiavi e aprirò in quel delirio d'onnipotenza, in quel mostruoso sdegno, nello sconforto mio al cospetto del fallimento della coscienza. Si può sopportare per anni tale miseria? L'ho sperimentata così da vicino, ho creduto che fosse un punto fermo al quale aggrapparmi, e invece, son precipitata nella desolazione più cupa. Bocca parla di me… cosa? chi? No! Lei! Messinscena sublime, drastica sostanza. Devo caricarmi di coraggio, catturare l'assurdo e orientarmi attraverso gli schermi e per mezzo di nuovi schemi. Sono cambiata, non son più brulla, fasulla e chiusa. Bocca sono ravveduta. Bocca sono io… No, non io!



Passi tratti da Non io - Samuel Beckett, 1973

lunedì 18 giugno 2012

l'oltre e oltre



Si sarà compreso in questi tre anni insieme? Io il caldo non lo tollero, quindi, ho bisogno di una buona sorsata di acqua, menta e limone (categoricamente raccolti nel mio giardino), di musica fresca, sognante e aliena, di una discreta dose aggiuntiva di ottimistiche visioni. È troppo bello perché non lo condivida con voi, poi, però, rabboccate! Loro sono tornati dopo diciotto anni e io li riascolto con piacere.





«La voce della notte – insetti, quello che fossero – lo aveva seguito in casa; capì d'un tratto che era la frizione della terra sul suo asse mentre si avvicinava il momento in cui doveva decidere se continuare a girare oppure rimanere ferma per sempre: una palla immobile nello spazio raggelante attraverso il quale, come fumo gelido, si avvitava uno spesso odore di caprifoglio».

William Faulkner, “Santuario”


venerdì 8 giugno 2012

uno dei possibili

continua…



Ho soggiogato quel quadrante, ho afferrato le lancette, sgusciato ed eviscerato tempo e modi, da brava massaia raccogliendo ingredienti espedienti e inclinazioni, mi accomodo e ti cucino ben bene non ignorando la quantità, esaltando la qualità. Non mi dilungherò in particolari poco interessanti, andrò subito alla carne soda, sezionandola, insaporendola, lasciandola in intingolo con bacche di ginepro e robusto vino rosso; sprigionerà un profumo intenso, rilascerà umori e ne assorbirà altri... una deliziosa tortura per le mie mani, una piacevole sorpresa per il tuo palato. C'è una segreta abilità ascosa ai più: quella prodigiosa attitudine a creare immagini dal nulla, alterarne natura e gusto, farne nutrimento, trasferirlo in un universo parallelo nel quale celebrare in liturgia suprema la forza e la potenza dell'energia vitale che ne scaturisce. Non è forse questo il paradiso? I sensi. Non sono ancora sazia. Ho spiluccato, ho intinto il tuo taglio più remoto nella percezione pura e intima. Guido ora la mia lama a incidere sull'omero e lì la mia papilla si scatena, scaltra, infida, indaga e rimuove ogni tuo ultimo indugio. Cosa mi trattenga dallo sferrare il successivo attacco è la precisa volontà di sperimentare sulla piega del tuo accavallamento un'ipotesi di percorso, una tattica di tortura, uno spartito lungo le cui linee si muoia e si rinasca adagio, veloce, allegro, molto allegro, io chiave di sol, poggiata lieve sulla seconda a sottolineare a riempire a muovere la notazione un'ottava sopra, un'ottava sotto, preda, predatore, si inseguono, si confondono, si infondono, si compenetrano, si smarriscono, si ricongiungono, ricomponendo una corrispondenza tra il dentro, il fuori, lo smarrimento interiore, un fugace e dilatato desiderio di sperimentazione sulla superficie. È tutto così disturbante, niente è più evidente, i ruoli si sono invertiti, il carnefice nella costruzione artefatta viene sbalzato su un piano inferiore, a coprire o ad attutire i rimbalzi, soccombe, la vittima cangiante sovrasta e si perde e fluttua, congelata e perennemente sospesa nell'infinitamente, indecifrabile, l'emblema a forma di spirale nella quale convergono a scandire le cinque armonie. Uno schermo piatto, ma malleabile, oscuro e riflettente si pone tra i due: i loro profili si congiungono, le loro proiezioni felici, cozzano, si scontrano, s'intersecano, s'insegnano l'incastro, a far scaturire la scintilla della creazione di un nuovo universo fatto di acqua e calda luce vivificante. Il mio punto generatore, il suo impulso. Si avvicina. Lo imploro, lo raccolgo e il ventre levitato sussulta, riempito, grato. Il piede, impazzito, s'attorciglia e rilascia, il ginocchio si avvita, memorizza, compie un giro attorno al fianco, il bacino batte il ritmo e suda, scioglie, la lacrima, la fatica impiantando le radici nelle fossette. Si allontana…





Credo nella bellezza di tutte le donne, nella perfidia della loro immaginazione che mi sfiora il cuore, nell'unione dei loro corpi disillusi con le illusorie sbarre cromate dei banconi dei supermarket, nella loro calda tolleranza per le mie perversioni
James G. Ballard

mercoledì 30 maggio 2012

greed

e questi sono i generali con le loro mitragliatrici, e sono i cimiteri
con le loro tombe, e sono le casse di risparmio con le loro cassette
di sicurezza, e sono i libri di storia con le loro storie
ma se volti il foglio, Alessandro, non ci vedi niente…

Una pellicola frastornante. Il nulla, in realtà, ben più grande e potente di tutto il resto; il grande niente che smette di nascondersi e interpreta se stesso con la gestualità tipica dell'afferrare, dello stringere, del negare. Il meccanismo è semplice: l'oro degrada al rosso, s'incancrenisce e si fa nera violenza, oscura volontà di distruzione. Le mani che prima si cercavano con passione ora non si riconoscono più, estranee e nemiche, si staccano, si separano, si dividono; si trascinano in una bestiale spirale, nella quale, dapprima luminosa, il turbine prezioso, eleva ma poi con una spinta altrettanto forte precipita in basso, seppellendo e schiacciando, tante, pesanti, cumulo giallo, sonanti monete, tolgono aria e luce e forza alle dita che le adoravano, e ora se avessero la fortuna di venir fuori… e nel mentre si scarnificavano a forza di lucidarle, di contarle, di amarle… suggevano tragedia e trasmettevano sventura. L'atmosfera è resa da campi medi o lunghi, atmosfere pioventi, grigie e invernali, l'ossessione e il pathos, sono immortalati in primi e primissimi piani, profondità di campo e di natura che tratteggiano in maniera convincente gli stati d'animo alternanti, le doppiezze, le tinte fosche e le tensioni trattenute, ma avvertite come imminenti, che poi sfociano e concludono memorabilmente nella scena abbagliante, calda, infuocata.




i razzolatori malefici




Passo tratto da Purgatorio de l'inferno - Edoardo Sanguineti

venerdì 25 maggio 2012

fil rouge


Nessun dolore nel mio corpo. Raddrizzandomi, vedevo il mare azzurro e vele.

Drizzo la penna, e butta gemme e foglie, si ricopre di fiori,
spudorato è il profumo di quest'albero,
perché là nel mondo reale
alberi così non crescono, ed è come un affronto
fatto alla gente che soffre il profumo di quest'albero.
C'è chi trova rifugio nella disperazione, dolce
come un tabacco forte, un bicchiere di vodka
bevuto nell'ira della perdita.
Per altri c'è la speranza degli stupidi
rosea come un sogno erotico.

Su un foglio lasciato nel cassetto s'intende sia stato scritto il concetto. Un amaro pensiero, uno scenario attuale. Tratto in avanti, dopo tanti scossoni, non può più tenere quelle poesie, orfane del suo poeta. Povero. Atrocemente perduto dietro la speranza o la sua ombra, il suo nome si ripropone con rinnovata potenza, spazzando via l'oscurità e l'atmosfera nebbiosa di un'epoca e della sua barbarie, liberato dalle catene urticanti della censura e dagli umori pestilenziali di un catenaccio orribile che serra pace e libertà con guerra, razzie, violenza.
Ce l'ho; è mio.
Come quella volta in cui scostando polvere e appunti sparsi urto un gran volume in cima alla pila che veglia sui miei sonni quietando quegli agitati e abietti e sostenendo in volo quelli dolci e coraggiosi. Si schiude di colpo su un volto incorniciato da rocce, tre cime le fanno corona e il sorriso disegna una valle verdissima, immagino, giacché quelli che vedo sono sbiaditi bianchi e neri, uno scatto felice e consunto, tra le pagine consumate da mani curiose e giovani. Il tempo si è fermato, ma ha continuato a incidere nella coscienza di chi a turno legge, ereditando e ripetendo, come in un sacro salmodiare asciutto e senza inutili fronzoli.
Lo ripeto; è mio.

Ti do me stessa
le mie notti insonni
i lunghi sorsi
di cielo e stelle - bevuti
sulle montagne,
la brezza dei mari percorsi
verso albe remote.
Ti do me stessa,
il sole vergine dei miei mattini
su favolose rive
tra superstiti colonne
e ulivi e spighe
...
E tu accogli la mia meraviglia
di creatura,
il mio tremito di stelo
piegato al vento
limpido - della bellezza.

Oh rifammi tu degna di te, poesia che mi guardi.


I versi: quelli iniziali sono del poeta Milosz Czeslaw; quelli finali sono della poetessa Antonia Pozzi

giovedì 17 maggio 2012

sfidare le voglie

Quando senti che nulla potrebbe mai più turbarti, quando abbracci con sguardo nuovo un vecchio padre, debole, ma infrangibile come mai immagineresti di vederlo, quando ti abbandoni allo scorrere degli eventi, opponendoti poco, q.b., quello che riuscirebbe a farti riconoscere tra miliardi di altri esseri viventi..



bentornato Buchanan, e per sdrammatizzare



domenica 13 maggio 2012

geni repressi




Sì che vi accorgete dell'esistenza di un autore quando gli viene attribuito un premio. Avreste potuto averlo accanto per decenni e non avreste nemmeno subodorato la sua grandezza, ma ora sì, ora sì che diventa meritevole della vostra considerazione..

 

lunedì 7 maggio 2012

les reves




Devo proprio? Non si potrebbe posticipare un pochettino? Tanto quanto basta per riprendere il filo del capolavoro appena interrotto, riposizionarmi nella cronologia perfetta, ricollocandomi sul fragile piano ondulato, ridirigermi verso la sua faccia di bronzo e ridecidermi: piantargli un pugno sul naso, o giocare alla sensuale e alla fine stampargli un bacio mozzafiato sulle labbra ancora aperte e urlanti. Mi piace proprio riconfondermi. Sono a mio agio nelle riproposizioni, e il risultato, sempre ripetuto, è quello: reinstallazione fallita, si prega di reinserire il codice, r r r r r rimango, rigioco, mi riaddormento. Rimarco, e stavolta son decisa ad esaudirmi, le richieste, ritorno a consultarle, ad una una, riconsiderandone l'ordine di ricezione, si sono accumulate, ne ho una cartella ricolma. Sono il mio vanto e la mia disperazione, son sempre meno riposata, ma felice, la mente, quella gran p p p p p potente manipolatrice, è riuscita a convincere le gambe a sollevarsi, a spostarsi e a vagare in maniera incontrollata. Rivoluziono l'ambiente intorno a me, trasloco oggetti e sensazioni, spietata e precisa. Il mio lato oscuro più luminoso di tutti, un'identità creativa spiccatissima, una matura volontà a sbilanciarsi in una diversa dimensione: oniricamente persa, realmente prigioniera. Mi consigli, amico caro, di non esagerare, di non accentuare il difetto di pronuncia, di correggere la postura, di riallinearmi... s s s s s singhiozzo, eccesso d'aria fritta, contenimento esaurito - pericolo interruzione - richiesta continuazione trasmissione inevasa - riconduzione alla realtà - risveglio. L'ordine è perentorio: si effettui il controllo di tutte le facoltà percettive, si conduca un serio studio dei sintomi, si giunga a conclusioni precise e dettagliate, si stili una diagnosi interpretativa e conclusiva. Meccanica. Pratica. Funzionale. L'ho sempre rifuggite. Stanca e delusa impaludata e risucchiata, mi risputo volontariamente, tirata di peso dalle mie stesse braccia, afferrata e stretta angosciosamente dalle mie stesse dita. Gareggio col mio tormento, su uno schermo gigante, piccolo mostro da abbattere, b b b b b bum. E invece risalto fuori, nei colori forti di un antico videogiochi, in mano un piccolo bisturi con cui disseziono con grazia e maestria le apparenze e le congiungo inconsapevolmente dando vita a deliziosi cartoni infantili animati da cordoncini e macchiati di sugo e cioccolato. Anch'io priva di muscoli e scorretta nei miei movimenti fluttuo, vacillo, ondeggio. Nel mio caos riesco, rivivo, risolvo. Ora in groppa a un meraviglioso bruno cavallo, ora sbuco da un oblò tra i flutti, ora saltellante su uno scenario di crateri e rossa atmosfera, ora scrivo e abbozzo ad arte un effetto speciale. La nota a margine è chiara e semplice: non suonate quell'infernale aggeggio e lasciatemi con la testa fra le nuvole.


giovedì 3 maggio 2012

su carta




Che gioia essere ignorate. Mi fa ricordare la storia di Signorina Cuorinfranti. Ho amato tanto West, lo amo ancora, ma a volte rileggendolo ho come l'impressione di essere incastrata tra quelle righe, di non saper sollevare con sufficiente forza le pagine, di rimanere impigliata nella plastica sbrindellata della copertina.. in fondo ci sto bene. Lo vedo proprio così il mondo là fuori. Lo descrivo e lo dipingo corrotto, oscuro, fatiscente. Sono un'inguaribile pessimista, ma evito una fine ben più triste: non sprofonderò come i personaggi dei suoi libri nell'affresco densissimo di un'umanità finta e sporca, non mi lascerò coinvolgere dalla spietata gara indetta quotidianamente per conquistare un posto in prima fila, un 'brava, cazzo quanto sei brava', conserverò la mia integrità.. maledetta integrità.