venerdì 7 febbraio 2014

rumore dentro

E non sanguino. Sarà un'illusione. No, lo sto avvertendo ancora, in questo preciso istante. Prima era debole e lontano; non identificabile la provenienza. Segue una pausa lunga. Poi si ripresenta. A ripetizione, più chiaro e prolungato, con conseguente eco, battente, impertinente, libero di assordare, privo di buona educazione e perciò da nessuno desiderato. Non è una buona musica. Non sono nemmeno parole lievi o suoni delicati. No, son tremiti improvvisi, cigolii sinistri, trilli estenuanti, voci segrete. Ma possibile che lo senta solo io? Questo fruscio di carta da lettera senza mittente. Un messaggio cifrato lasciato in bella vista, ma in brutta copia. Tento, senza esito, di farlo individuare anche a te. Ma tu pur in ascolto riconosci solo il suono della vuota sorpresa. Mi son persa tra i più forti, mormorio in mezzo alle urla, lamento solitario in mezzo alla moltitudine, elemosinante in mezzo alla folla indifferente. Sono in piedi sul ciglio della strada. Le strisce son scalini ora in salita, poi a scendere. Basso mi giunge un saluto dall'altro marciapiede. Eccolo. Mi attraversa. Mi lascia esanime. E se ne va. Senza corpo.


domenica 26 gennaio 2014

senso-nonsenso

Citami qualcosa della Nin. E perché dovrei? Non imparo mai nulla a memoria. Ma posso farti rivivere quelle parole. Son dentro me. Sono impastate insieme alla ragione, annotate dai sensi, evidenziate in maniera unica e inequivocabile, modificate, unite e separate, riprese e spostate. All'interno non riesco a controllarle, sono i dialoghi di personaggi mai domi, si rincorrono, scompaiono e riappaiono dopo anni; sono gli abiti velati che nascondono e sfuocano i tratti, le forme e le rotondità. Sbalordiscono anche me. Vorrei che le loro narrazioni fossero più precise, e per frammenti ci son riuscita, ma sempre più spesso difettano di spessore, precisione e profondità. Colano, sbavano, scivolano e io con loro, non posso spiegare gesti e scelte, non posso definire schemi e assorbire formule valide per prevedere il futuro. Puoi plasmarle, spennellarle, percepirne i contorni, attribuire loro significati sempre differenti. Io amo come vivo, per scrivere percezioni, per capire devo portare a galla il detto-non detto, il senso-non senso. Questa è la chiave per accedere al mio mondo, complesso e controverso, sfumato e fondo. Attingi, apri se riesci, recupera visioni e simboli sempre che non ti spaventi osare, scavare, toccare.





L'amore non muore mai di morte naturale.
Muore per abbandono, per cecità, 
per indifferenza, per averlo dato per scontato, 
per inanità, per non averlo coltivato. 
Le omissioni son più letali degli errori consumati.


sabato 11 gennaio 2014

mea culpa




Ho fatto visita a una terra popolata di satiri ed eunuchi. Fluttuano tutto il tempo tra sbornie psichedeliche e torbidi sentori di cupe liti, umori inquieti e austere pretese di incensamenti continui. Fascino esauritosi ormai. Come in passati traslochi ammasso, impacchetto il suggestivo, lascio l'utile, butto ciò che conta, quello che potrebbe restituirmi il tempo perso e rendermi la beata sensazione di corrispondenza e certezza. Non sarei io. La me persa e sedotta, stordita e cosciente, trascinata e con fatica assemblata in un quadretto a spigoli vivi, sospesa, non si sa come, perché chiodi non se ne ravvedono, fili nemmeno. Ho aperto forme e sostanza alle esperienze più diverse, spezzettate, mescolate tra le temperature d'altoforno, insaporite e mai filtrate. Un enorme calderone nel quale i pezzi piccoli o grandi fanno storia a sé o si annullano nei fumi e nel blend mistico. Riemergono, ma li spingo giù. Dopo tanto stordimento i corpi son tornati estranei, intrappolati in allucinazioni ed esperienze oniriche che non seducono più, anzi sporcano e freddano. Ce l'ho il coperchio stavolta.


C'è ancora qualche motivo di odio che mi manca. Sono sicuro che esiste.
Louis-Ferdinand Céline

bentornati Haxan Cloak

venerdì 27 dicembre 2013

rivisitare



Quella volta non avrei mai voluto sfilarle.. Cosa sarà mai? Un intervallo, una pausa. Lo so, chiunque mi abbia chiesto una pausa di riflessione ha continuato a rimuginare per anni, ma da solo. E così è stato anche allora: quattro anni fa mi han chiesto di pensarci sù, di prendere una decisione. Lo vedo il riflesso, il pensiero inespresso. Sulla superficie tirata a lucido, nemmeno un alone, ho disegnato un grande baloon e in centro ho scritto io vado, non mi fermate. Mai un indugio? Grande, imponente, insuperabile, no. Piccolo, da perderci cinque minuti, sì. Le grandi decisioni han bisogno di meno tempo per essere stabilite e saranno decisive. Le piccole, dicono, ti fan perdere le notti. A me no. Ho smesso anche di non dormire, perché, in genere, quando calo le palpebre continuo a far piani, uno sull'altro, e all'indomani ho già il progetto. Gran bel lavoro, mi autocomplimento, brava. Le piccole, dicevo, son le più lunghe, ma il parto non dà i figli sperati: tanto dolore, poca soddisfazione, incisive per nulla. La mia produzione attuale è l'immagine sfocata  della mia infanzia. L'oggi dovrebbe essere il periodo di importanti rivolgimenti, di spettacolari conquiste e invece mi appare come la brutta copia di un disegno fatto tanti decenni fa. No, non l'ho conservato, ma sarebbe poco importante. Ricordo bene come l'ho iniziato e in che luogo ero nascosta con carta di giornale e pennelli. Lo stipite è stato compromesso per sempre, ma l'opera d'arte era stata compiuta. Non conoscevo il significato di decoupage, ma quello dello sguardo di mia mamma sì, eccome, e quello me lo sogno ancora. Tutto sembrava possibile, allora, anche che io convincessi i miei che quella era una prova. Facevo dei grandi inchini, giravolte immense, contorsioni impensabili, e il sorriso, sornione, le guance paonazze li facevan divertire... ora che so allungare il passo, toccare il ripiano più alto del mio braccio e del loro stesi, che potrei guardare dall'alto in basso, non vorrei altro che tornare a passi felpati all'angolo tra la cucina e la luminosa veranda e gridare forte, per vederli sobbalzare, per smuovere coscienze, scuotere animi sopiti, ringiovanire sentimenti, tirare rughe, rinfrescare facciate, illuminare passi, risollevare schiene, ritrovare nascondigli, scoprire quel suono in coda che in parte riassume, che tutto contempla, che nulla conclude. Potrebbe essere il fruscio di una carezza o il trillo di una risata: il dimesso tributo di un tempo reale o immaginario e l'istantanea intrufolata tra le pagine in movimento di un libro aperto, ciò che sei per una persona cara, o che ella è per te. Ah, come vorrei vederle sfilare...





venerdì 20 dicembre 2013

al mio dieci



Vorresti svegliarti, liberarti dall'immagine dell'Europa. Ma non è possibile.

Eppure è così facile, basta svegliarsi in una nazione in cui nessuno vede più, far credere loro di essere un predestinato, l'unico che sappia portarli verso la salvezza. Ma chissà, col passare del tempo, che non rivelino a te l'unico modo per scorgere la verità… ché modificare il corso degli eventi non è più così facile come sarebbe potuto sembrare tanti anni fa. Si scorgono sedimenti di coscienza civile e politica dappertutto che vanno a costituire il nucleo. Pare pronto ad esplodere in ogni momento e invece sonnecchia tranquillo in attesa che qualcuno trivelli deciso e intanto si da una bella verniciata di fresco, costretti a cambiare logo, tattica, lessico, facciata. La base freme e salta a ritmo degli slogan, sopravvive e macera e fa finta di furoreggiare. Si rimane sulla cresta dell'onda con alcune inevitabili cadute di tono, a galla con brevi sperimentazioni in apnea, più giù con più lunghe pause di disorientante esplorazione nei profondi recessi dell'animo, come sotto l'effetto di potente acido fino a rendersi conto che quella non è una vasca di deprivazione sensoriale, no. Inutile, nega, annega.

domenica 15 dicembre 2013

quando



C'è una grande lacuna da colmare e non dispongo di un grande e pesante bagaglio per poterlo fare. Bisognerebbe riscrivere gli eventi, documentarsi in profondità, andare a ripescare testimonianze ed esperienze e io non ho un ricco e vasto archivio per volerlo fare. Mi rimane la possibilità di riconoscere gli zombie che ancora popolano la mia nazione e quelle ad essa vicine, e quelle da essa distanti, guardarli in faccia, stringere loro le mani, il più delle volte idealmente, mai fisicamente, sostenerne l'andamento traballante e incerto, ascoltarne le storie, spesso già sapendo come vanno a finire, mai abbastanza preparata, sempre poco allenata allo squallore, alla violenza, alla resa. Le terre che calpestano sono insanguinate e scavate dalle ossa dei loro cari, le acque inquinate dalla putrefazione dei corpi abbandonati alle correnti, l'aria appestata dalla acidità della polvere da sparo. Le storie sono accomunate e legate dalla mancanza di vita, le linee interrotte dai gesti precisi, ancor più rallentate per fissare ancora una volta l'ultimo respiro, l'ultima presenza.


sabato 30 novembre 2013

trilogicamente


Qual è il motivo per cui una decide di andare a riprendere un libro, così come un vinile o quella ricetta antica? La risposta è già impastata nella domanda, ha lo stesso sapore inimitabile delle mani di quella vecchietta che si levava alle quattro del mattino, preparava il tavoliere segnato da mille colpi di coltellino, imbiancato come i suoi capelli, profumato da centinaia di migliaia di spianatoie. Gli avvenimenti attuali, le notizie spaventose così come quelle liete sono contenute in quelle pagine, le più lise da dita curiose, instancabili, fresche impronte innocenti, e la colonna sonora in quelle note, soprattutto quelle gracchianti, quelle consumate, frementi, acute e profonde, tocchi sapienti e poco esperti, tutti uniti e magicamente mischiati dalla alchimia antica e sempre nuova della conoscenza, delle intelligenze oneste e mai dome, sempre volte al bene-verità e mai alla cattiva abitudine di rimaner fermi sulle proprie posizioni, all'egoistica pretesa di stagnazione nella nebbia della menzogna. E' con questo spirito che mi accosto alla trilogia di una grande scrittrice, parola scritta e mossa da un vento impetuoso, spietato e dispettoso che crea il giusto scompiglio e spazza la fitta coltre opprimente del sembra, ma non è.. inutile dannarsi, tanto non cambierebbe nulla.. Comincia con folate brevi e fastidiose, s'intinge piano piano nell'insistenza e nella paranoia, prende vigore e si schianta sulla sventurata lettrice, schiaffeggiandola, scalfendone la granitica sicumera, aprendo sempre nuovi varchi attraverso i quali sfonda i confini friabili e impatta violentemente i frutti duri della coscienza: nessuno è esente da responsabilità in un conflitto, in una lite o in un tradimento. In questo continuo turbinio di emozioni scritte ad arte, lavorate con abilità, inventate di sana pianta o tenacemente aderite alla vita io quale ruolo ho? Fondamentale e vano: mi abbandono alle correnti, o faccio resistenza, spesso inutile, o assaggio il risultante prodotto finito, -perché, chi non lo sa?- l'aria trasportata ha un ben preciso sapore, un profumo e una consistenza ben definite in uno spazio, un suono che ben definiscono lo spazio e il tempo e il fine. Oggi arrivano a me tante voci, le lodi di chi li mangiò appena sfornati, i mugolii di piacere di chi li aveva sterminati, i lamenti di chi rimase a secco, le urla per l'amaro in gola, i singhiozzi da mal di pancia per l'indigestione. Passano i decenni e si accavallano ricordi ed aneddoti, si fondono e mi regalano nuove fonti e mi forniscono più saporite interpretazioni. Erano così buoni che li chiamai raffiche..

Nella vita odio il vento... sei come quel che critichi e ti infastidisce. Comincio seriamente a crederci, perché tutto rafforzato è simpatico assai.

.. cerco di raccontare la mia storia, ma non ci riesco, non ne ho il coraggio, mi fa troppo male. Allora abbellisco tutto e descrivo le cose non come sono accadute, ma come avrei voluto che accadessero..
Agota Kristof

martedì 26 novembre 2013

sorda

Mezzo uomo vai avanti, in ogni direzione.




Finché senta. Negli alti e bassi attraverso il mondo. Ad ondate pregne di frustrazione e rabbia, alterno furore maturo, orgoglio solenne. Non mi controllo, sragiono; trasmetto impazzita, declamata come un canto sospeso, mi abbatto come un coro a cappella maligno, terrorizzante. Traspare un profondo senso di urgenza. Chiaro parte come un fruscìo. S'infuoca in fischio acuto, penetrante. Si sovrappongono e creano spessore, una barriera che è inutile cercar di bucare, né tanto meno scalfire. È come avere di fronte, dietro a destra e sinistra altre me, nei tentativi vani e continui di entrare, sostano fuori e osservano e imitano le varie espressioni. Era un gioco che facevo da bimba: parlavo e non muovevo le labbra. Lo rifaccio ma non ricevo riscontro. Il suono è contorto, disturbato dalla durezza delle parole. Ho impiegato anni per non farmi comprendere. Ora che vorrei solo dire semplicemente sono atterrata da smorfie crude, disilluse visioni, fiamme interiori, strade deserte e dittatori e ventriloqui orribili: quelli che guardo muovere la bocca, ma non odo. Non avrei mai immaginato peggior scenario apocalittico. Eppure l'assenza di speranza è stato il mio brutto inizio. Il salice cresceva affianco a me. Ne avvertivo la fronda ombrosa, ad esso mi poggiavo quand'ero stanca, ma non ne ricavavo sollievo, anzi, debole, filiforme, più confuso di me, di me si nutriva, in me si insinuava lentamente, indelebilmente. È inesorabile. Nessuna tregua. Si diffonde la rassegnata coscienza che presto io non possa seguir traccia, mi rimarranno le code strumentali, le percussioni forti, tattili e visive. Ipnotizzarmi. Appiccicarmi al mio padiglione, sprofondare fino ad afferrare lo scricchiolante e ossessionante urlo muto, moltiplicato all'infinito, strapparlo via e soffocarlo. Lo spettro. L'incubo. Il rumore grigio. La nebbia sonora. Il sabba estraneo. Leggi per me.
Affinché non senta.




Ci prendiamo noi cura di te.
Einstürzende Neubauten

Estragone Cosa abbiamo fatto ieri?
Vladimiro Cosa abbiamo fatto ieri?
Estragone Sì.
Vladimiro Bé… per seminare il dubbio sei un campione.
Estragone Io dico che eravamo qui.
Vladimiro Forse il posto ti sembra familiare?
Estragone Non dico questo.
Vladimiro E allora?
Estragone Ma non vuol dire.
Vladimiro Però, però… Quell'albero…

Aspettando Godot

martedì 19 novembre 2013

a lezione




Bello sguardo dimmi cosa vedi al di là di quell'orizzonte. Occhio sinistro t'interrogo perché vorrei che tu m'illuminassi sul futuro, sul mio destino, sul nostro amore. Abbi fiducia. Ora scriverò su un bigliettino cosa ti servirà: l'essenza e la giovinezza, raccogline abbastanza e fai un piccolo bagaglio. Con un secchio vuoto riuscirai a prender più quota, e volerai al di sopra di tutto, e se ne trovassi poca, potresti riversarne. Quale miglior cura? La ricetta giusta questa, la ricerca della leggerezza come reazione al peso di vivere. Veloce, mano destra, unisciti alla mia, concisa, breve stretta, magica presa circolare che m'ha legato a te per sempre. Disegna nell'aria come un'unica tappa, riepilogo di una storia, sintesi perfetta dell'unione di due menti, giovane e vecchia, acerba e matura, fulmineo percorso dei circuiti mentali che collegano e catturano punti lontani dello spazio e del tempo. Care labbra cosa volete, perché mi tormentate, mordendovi e sanguinando? Nitide odo parole spingersi sulla punta della lingua e giù, scandite e precise, libere e rigorose, le riconoscerei tra miliardi. Son le mie si allineano e marciano in completo elegante ed essenziale. Qualunque sia la cosa che si vuole dire, esiste solo un sostantivo per descriverla, un verbo per animarla e un aggettivo per qualificarla. Fantasia, pensiero cangiante, progetto colorato, penso per immagini e le stendo cambiando tono, attingendo al significante, mescolando le espressioni. È forse questo il senso e il modo, ubiquo e necessario, attuale e chiaro. Ti sussurro visioni. Sta a te ricomporle o lasciarle confuse lì nel paesaggio da esplorare. Volevo anche che quel destinatario riuscisse a immaginare la traiettoria che descrive nella mente - o nell'anima? - una parola prima di andarsi a poggiare sulla punta della lingua, sui polpastrelli della mano o sul ciglio del padiglione dell'orecchio. E quello che fa? Non ascolta… si ritrae per dilatarsi ancor più, si restringe e poi esplode in una striscia lunghissima che si srotola per accogliere quante più espressioni, quante più vibrazioni, tante, infinite, spruzzate e tuffate in quel secchio immenso, dal volume senza fine, in cui ci si perde in un luogo labirinto gigantesco, garanzia di una verità mai parziale: Quella che prende forma nei grandi romanzi del XX secolo è l'idea d'una enciclopedia aperta potenziale, congetturale, plurima. Com'è iniziata? Ho smarrito la parola iniziale. Nella molteplicità degli incipit dov'è il collegamento? Ti ho qui, finalmente, giovane vecchia storia d'amore per la scrittura e la sua lettura, alla tua conquista io m'impegno, a te mi dono, simbolo di trasmutabilità incessante, relazione di elementi in continua proliferazione, non mi deluderai, no, mai.

Grazie a un grande Italo.

mercoledì 6 novembre 2013

tilt

Da questa fase non esco, l'ho ripetuto almeno centinaia di volte. Ci lascio le penne. Non è una tappa, è più che altro un binario morto, di quelli che non ti lasciano il tempo di tirar la leva, frena?, e sei già spiaccicato dopo un bel volo. C'è da dire che probabilmente ne rimarrà traccia, un'impronta indissolubile, esclusiva da tramandare a futura memoria, ma mi concederà appena l'onore di un accennato applauso. Si parlerà, si commenterà. Si è rigirata come un vortice attorno e sotto se stessa, ha scavato a fondo gallerie infinite, nelle quali, avventuratasi, non riuscendo a ritrarsi per far ritorno, s'è persa e, come dice lui, questo è e sarà il suo fallimento più bello. Lui. L'autore. È stato talmente tormentato, povero figlio, così ombroso e poco incline a qualsiasi compromesso che questa sua ultima opera, riportandolo alla visibilità meritata, sì, ma tardiva e ininfluente, non farà altro che lasciar tutti indifferenti e il suo successo ben presto dilapidato. Tutti chi? Non me. Insieme a lui alla deriva nel 2006 ci son anch'io. Circondata da tanto affetto, una parte disinteressata, una parte aderente, soffocante e in attesa di pagamento rata a scadenza. Musico questa tappa. Quello che verrà dopo non riuscirà ad eguagliare la bellezza della sofferenza, dell'inciampo, del rallenti della caduta. Scott Walker. Tormentato songwriter. Storia e blocco. Tilt, giù lo scosceso e ultimo approdo, appunto. Capo di buona speranza. E riascolto l'eco di una biografia ricca, bizzarra, fuori dagli schemi, di quelle in cui m'imbatto e m'impatto volentieri e sulla forza delle quali mi lascio trascinare, lontana dalle radici, ma radicale avanguardista, trasformata e rinnovata, alla ricerca continua di frutti mai maturi, animata dallo stesso sguardo cupo e malinconico… svogliata e mai doma, segreta e coloratissima, compongo pulsazioni, le unisco in un'enorme litania, sgranando e recitando. Son terremoti interiori che sfondano il suolo e nel fratturare zolle e aprire voragini liberano sentire, pensare e guarire. Per me e per lui.


mercoledì 23 ottobre 2013

non presente



… eccentrica, stravagante, irruenta, originale, anticonvenzionale, eccessiva e non è servita chissà quale immaginazione per avvincermi e coinvolgermi ulteriormente. Lei è proprio così. S'è inventata un'esistenza piegando il proprio destino, contorcendosi insieme ad esso, inumidendolo negli stessi piaceri e mischiandolo alle sue passioni. Difficile, quasi impossibile, non lasciarsi sedurre e apprendere l'arte del costruire, ingrandirsi ed estendere le proprie radici dappertutto, trasmettere e nutrirsi. Ne intuisco l'andamento e lo seguo, nodoso inizialmente, poi si fa morbida e avvolgente. Mi perdo in essa. È piena di insidie, ma sa essere anche rifugio sicuro. È quel conflitto che alimenta l'esistenza, lettura intensa della storia mia, racchiusa e arricchita dalle sue appendici, come fatta di vicende ritratte in un'atmosfera inconsueta e in una stagione che sembrerebbe non debba conoscere mai fine e invece volge al termine.



Sometimes I feel very sad
I guess I just wasn't made for these times
Brian Wilson Beach Boys

mercoledì 16 ottobre 2013

Apri



Batte in testa. Procedo a strattoni. Effimero. Mi fermo sul ciglio, sotto i miei piedi un burrone… rimango in bilico e sento l'odore del vuoto. Sul collo porto il suo profumo e davanti sempre, per sempre, sento la maschera affilata nella quale si spalanca una fessura color vermiglio, corre lungo la guancia e si fa strada. Refrattario. Non cedo, no. Credere? Mai. Alla negligenza, all'intransigenza gelida, all'alterigia, all'ipocrisia resisto, resisto. Mi apparve nuda. Ha il sapore del tabù, divertito e proibito. Delizioso. Ostentava sicurezza e invece era in tremenda balìa del mio desiderio. Se n'era persuasa, si dispose e rimase immobile ad attendere, gioiosa e sensuale. Non parla più. Tartagliava fino a qualche istante fa. Osteggiato. Purtroppo l'ho conosciuta troppo tardi. Non avrò abbastanza tempo per darle ciò che meriterebbe. Tutte le altre si inginocchiano per farmi contento. Vietato. Lei invece, fiera e forte, non l'apprezzeresti un euro, talento vero, controcorrente, m'ha schiaffeggiato, e ora? Vivo per lei. Paradiso al rovescio. Stravagante e squisito. Cibo esotico e prodotto nostrano. Disturbante e mai accomodante, ma vero, vera, verità, di quelle esperienze appaganti alla fine delle quali a pancia in sù, guardi sognante il soffitto e dici Eterno. Sigaretta.


Quando una verità è chiara, è impossibile che ne nascano partiti e fazioni. Voltaire

martedì 8 ottobre 2013

ordine inverso



sfondata ogni porta,
abbattute le mura,
è il cosiddetto Infinito
la nostra vera clausura?

l'humus naturale, l'infinito capolavoro, il classico e tradizionale flusso energetico dal quale si esplicano le potenzialità di una persona, quello che lo fa diventare eccentrica e singolare… come un magma ribollente che appare solidificarsi, incastonarla e fissarla, e poi esplode in multicolori sfumature, mescolandone incubi e vuoto, rumori lontani e respiri soffusi

su tutto si erge, solenne, materiale la vetta, leggerezza di mente e cuore, un'apparizione che concilia e compensa due universi paralleli, i due opposti, riflessioni e deliri, il tutto e il nulla, soglia sul baratro… infine la fuga miracolosa fino a spingersi ai bordi di quel buco nero che tutto contiene; oso, mi lancio come un'astronave alla velocità della luce, nell'epicità della mia personale unica leggenda


buttate pure via
ogni opera in versi o in prosa.
Nessuno è mai riuscito a dire
cos'è, nella sua essenza, una rosa.

Passi Res amissa 
Giorgio Caproni




sì, lo so, è un cyclamen europeum

domenica 29 settembre 2013

new



Quando si dice la perfezione di tempi, di un particolare e del generale. Un insieme di fattori che fa del rispetto di questi fondamentali criteri la propria ragione di vita. Uno stato di grazia che sembra pervadere un manufatto di rara bellezza. Lo acquisti, lo sistemi in casa e ogni volta che il tuo sguardo si posa su di esso, ti perdi in mille considerazioni, un milione di domande alle quali non trovi risposta, o forse sì, una almeno: quasi sembra si sia fatto da solo.
La narrazione comincia e le musiche fanno da contraltare alla violenza delle immagini potenti che sfilano davanti ai tuoi occhi. Il tutto scandito con indifferenza e sdegno doti di un genio che percorre una vicenda con la sua arte, ne fa un capolavoro e non se ne rende conto, cosicché le stesse singole scene son legate ed autonome allo stesso tempo. Il tutto rimane impresso nella memoria: indimenticabili carrellate di morti che cancellano in un attimo insignificanti esistenze. Lo spessore che assumono le ombre quando risaltano grazie a una luce abbagliante. Anche un lampo brevissimo che dona un tutto tondo. Solo uno spot minimo che scava in profondità. Io, la me rinata. Fino a nuova morte. E ben ritrovata me.


sabato 22 giugno 2013

capelli sparsi



È su queste note che ti immagino, anzi ti vedo, ora su di me. Glaciale autore di uno dei più efferati omicidi in sequenza di fotogrammi: ricomponi e monti, seppellisci e riesumi, affondi e riemergi. Non è forse questo il senso della trasfigurazione e dell'evocazione? Credo. Questo è il significato reale, il lancio riuscito, il volo immenso e l'atterraggio magnifico della tua predicazione. Perché intanto mi parli, mi inciti, sembri smarrito e invece mi ritrovo, lieve e violento elargisci benedizioni e sfumi le maledizioni, irruente e morbido, accendi una tensione infinita, mi confondi e dilegui il presente nell'assente. Forse ora comprendo cosa intendessi quando ho detto a mezza voce 'sono disperata': smarrimento in una sfuriata di ossessioni, inerzia nella frenesia di provocazioni. Cos'altro potrebbe essere se non conseguenza di spaesamento: il susseguirsi di colpi e di pause, di assalti e di rese, di ricongiungimenti e di sconfitte. Disarmante gioco di noise e dolcezze, delirio distorto, anarchia pura nella quale mi immergo trascinandoti e sorreggendoti. Sì, ho capito che avresti potuto ammazzarmi a tuo piacimento. Nessun uomo mi aveva mai fatto sentire così. Di quelli che riconosci perché hanno lo stesso nervo scoperto, lo estraggono per scudisciare o per blandire. Apparentemente sconclusionata composizione di forme e colori, ammasso disordinato e inquinato di sensazioni e voglie, disegno commosso e mitico tappeto su cui si sperimenta una inaspettata e spaventosa tenerezza e insieme un senso di incompiuto terrore incendiario. Nero ambasciatore della paura s'erge, lasciando sempre un senso d'incompiuto anche quando riempie, bruciando anche quando inonda e scorre.



sabato 8 giugno 2013

rapimenti



Lei è una persona introspettiva - mi disse così in una delle tante sedute. Ho speso mesi, dissipato stipendi interi per sentirmi dire simili ovvietà? Desolata. Non torno più in via La Marmora. Alla fine mi son decisa. Ogni giovedì, suono, alla solita voce gracchiante rispondo Caso X, altro pulsante, altro stentare di meccanismi male oliati, ennesimo odioso cigolio di porta del XIX secolo, apro, entro, chiudo, salgo, pulsante, altro chi è?, chi diavolo vorresti che fossi.. maledizione, devo smetterla di illudermi, di guarire, di piacergli, di suscitare il suo interesse. Basta. A quelle sue parole, appuntate e riferite ad alta voce, mi alzo, mi infilo il cappotto e, senza nemmeno rivolgergli lo sguardo: 'Saldo con bonifico, addio'. E a quel mostro insensibile fuori dalla  porta neanche un saluto.. o meglio un 'Crepa' a fil di denti, soffiato via con tutta la rabbia che può trattenere una malata immaginaria, o reale - che importa ora? - per mesi, anni, vite. Già mentre mi precipito a perdifiato giù per le scale ripidissime penso e so con certezza che avrei potuto operarla io questa vivisezione settimanale. Non ho forse sempre anticipato di almeno dieci minuti le sue conclusioni scientifiche? Forse sarò vittima di un disturbo insanabile, ma sarò capace di analizzarlo, studiarlo, descriverlo talmente bene che meriterò una laurea in sensatezza, in trasparenza, in indipendenza. Ho imparato già parte della lezione. Poca sottovalutazione, coscienza dei limiti misurata, qualche eccesso di fantasia, speranza circoscritta, attenzione vigile nei confronti della delusione, queste le cose da tenere a mente. Sono causa e fonte dei miei mali, dei miei vizi. Devo diventar capace di tenerli a bada o esser pronta a soffocare sotto il loro peso, consapevole e determinata alla distinzione tra inutile morte e giusto sacrificio volto alla nascita di un fiore fresco, nuovo, giovane. E non è un esemplare di plastica infilzato ad arte su un tronco vecchio e disseccato. E' frutto di lavoro paziente, di pensiero fertile che rivanga e disotterra, instancabile e paziente. Le mani annodano e districano antica pratica di intelligenza e opera di ideale, purezza che non sente necessità di contaminazione, separa, sceglie, sputa e lancia i semi conservati con cura, attende che si depositino e che facciano la loro fine: dolce, vero peso del fiore sulla pianta..

e nel frattempo leggo Morselli.


giovedì 30 maggio 2013

in grado


Do not dress in those rags for me, I know you are not poor;
don’t love me quite so fiercely now when you know that you are not sure,
it is your turn, beloved, it is your flesh that I wear…



Ci vuole un gran bel coraggio, ma alla fine ci si riesce. A improvvisarsi diversi da quel che si è in realtà. Perché il più delle volte si hanno le armi a disposizione, anche se ben nascoste nella fondina. Poi si scopre, sia stato inutile e anche dannoso. Il tempo per cercar di slacciare, afferrare, sfilare, mirare, puntare e far fuoco. Sarebbe stato più semplice essere se stessi, senza uccidere il proprio e l'altrui. Voce e strumenti ce li abbiamo tutti. Doti raffinate o mediocri. Registi del proprio film, professionisti del savoir faire, dire, vivre.


mercoledì 15 maggio 2013

insoddisfo






Mi sei preso una sera, così per caso, per caos mio, e tuo. Ti sei presentato come un eccesso di voce, quell'acuto che spara improvviso mentre stai parlando piano. Come il singhiozzo che ti interrompe un vecchio discorso, lo hai iniziato e non lo finirai mai. E intanto in quello si insinua umido e caldo un anticipo di trama, lo sfogo amaro di una vita insoddisfatta, piena a metà. 
Basta un motivo futile, l'originale sortilegio rivela lo squarcio, lo schema se ne va a puttane, e scopre balle, belle e sacre, anche inutili e dannose. Sai, di disimpegno, l'apparenza, dell'aggiungere inganno, ottieni un mondo di imprevisti. Io rinvio partenze solo per il gusto di assaporare l'apoteosi dell'approdo in mezzo a tante interferenze, incagli e deviazioni, m'annullo perché sia più intimo e continuo il contatto, ennesimo in ordine di tempo, primo e ultimo insieme.
Appunto l'indirizzo, annoto i numeri, disegno il percorso, ma già, da qualche accenno confessato a me stessa, soffro di sconfitta anticipata, come se avvertissi le scosse e misurassi già i danni dei crolli. Cosa incoraggi? Io son lì già a registrare inversione di marcia e cambio direzione. Un'altra, perché per quanto curiosità e rabbia io possa nutrire, la noia la farà sempre da padrona.  E cercare attuali stimoli, e favorire fortuiti incontri, e ritrarre volti e corpi di fantasmi del passato e di spasimi futuri. Vivere una vacanza eterna, amori meno interessanti, ma senza storie.

sabato 4 maggio 2013

torno sù

Sono al terzo anno e mi cimento in un tormentatissimo flusso interiore che mi porti avanti e indietro, sopra e sotto, dal passato al presente, dagli alti ai bassi. E' viaggio fieramente femminile: prendo il necessario e tutto stipo con disordine accurato nel borsone semi-morbido ché non si deve mai rinunciare al proprio stile e alla propria linea di pensiero, ci si conceda qualche fermata breve a considerare l'altrui e si tiri dritto quando la roba esposta proprio non attira la nostra attenzione. Il mio è metodo astrattamente ben collaudato: mi tormento le unghie, le limo quanto basta a non sfilare le autoreggenti, efficace per avvertire il dolore, linea di dialogo continua dialettica con la morte. Il marchio riconoscibile dell'interiore in subbuglio, il segno del sospetto verso l'esterno, il colore della guerra eterna tra me e gli altri, quando sia nato, quanto sia cresciuto, dovrei soppesare e misurare, ma non potrei giungere ad alcuna soluzione, quindi accumulo identità sconvolta, soggetto scarsamente definito, compatto, imballo e spedisco, aggiungendo un piccolo biglietto di scusa destinato a chi riceverà il bagaglio scomodo. I conti con me stessa li faccio ogni giorno, ma c'è un teorema che possa aiutarmi a calcolare e definire il nucleo, a decodificare il punto focale? No, che non c'è. Narro e m'offro visioni, mie, assecondo personali intuizioni, interpreto la sostanza, emergo e m'affondo, supero ostacoli vecchi e ne invento di nuovi, mi vuoto e mi riempio di sottintesi e di mai detti. Allora qual è il punto? Non ce n'è. Questo è il punto.



lunedì 29 aprile 2013

viaggi

Una volta ho preso un treno per amore. 
Ferma in posti dove non mi conosce nessuno - Antonio Giardi




E poi all'improvviso una fotografia. Ah, no, è un disegno. Ritrae una camera da letto sfatta, uno specchio scheggiato, una luce piena, il riflesso di un raggio di sole attraverso le tapparelle socchiuse e un'ombra sul tappeto, rivelatrice di odori, sapori, viscere e umori. Quel letto custode di chissà quali segreti si scopre ansioso di novità, di novelli vizi, mai pago, bisognoso di risvegli, orgoglioso del suo giaciglio. Mi son sentita accalappiata come una cagna in calore, l'indiscrezione scovata sotto le coltri pesanti, scivolata in mezzo a lenzuola umide. Inutile meditare vendetta. Non c'è rabbia che la tenga. Nessuna fermata che non sia breve, come un singulto amoroso o il tremolio della sua voce quando le hai detto che non ti rivedrà più e lei altalena tra l'orgogliosa delusione e la consapevolezza che più non avrebbe potuto essere. Se lo riguardo capisco. Non era una camera da letto, era lo scompartimento dimenticato di una memoria persa per quanto riavviata a intervalli regolari, un brano strappato dalla fitta nebbia fatto di note incerte suonate da un piano scordato e che non vuole essere terminato. Anzi si sdoppia in mille riverberi fino a raggiungere l'ultimo finestrino posto in coda, quello dal quale si vedono scorrere i binari, linee elettroniche che non riescono a compiere il necessario commiato, a concedere il meritato riposo.