giovedì 24 marzo 2011

dimmi cosa bevi…



Ha sentito parlare di Jaime Saenz? No? Che peccato! Avrebbe potuto avvicinarsi a uno scrittore straordinario… Non chiederle in cosa creda. E non sorprenderti se venisse fuori il nulla. Chi ha detto o solo pensato di poter andare d'accordo con tutti è un conformista e un abitudinario. Lei? No. Che meraviglia!
S'è capovolta all'ultimo momento e hanno dovuto tirarla via con un arnese spaventoso, orribile, se sia sana è un miracolo… quale miracolo? L'ha fatto bene, è stato delicato e tenero. Era o non era un dottore? E allora? Quanto freddo è? Vuol tornare dentro. Cos'è questa luce accecante? Giù le mani porco. Lascia, faccio da me, sono una personcina pulita, che credi?
E da allora… ha capito quella non era che finzione, una messa in scena e anche buona, una serie di sipari, si va in onda, si gira, è una bella esperienza, non c'è che dire. Ma ora basta, che qui la stanchezza si fa sentire e appesantisce forte il drappo. C'è uno strappo profondo. Guarda, lì in cima, tutto sbrindellato il velluto liso in più punti tira e si annoda fino a creare una ragnatela difficile da sciogliere e nella quale sarebbe un suicidio potersi districare. Meglio un goccio. Che ambizione è?
È orribile. Inaccessibile. Non parlare di ciò che non conosci. Stappa. Puoi intendere solo trascorrendovi del tempo futuro. Lei s'è già incamminata. Le guardo le spalle, è un incedere tranquillo, il suo, per nulla scomposto, gira l'angolo e ha già annotato a chiare lettere l'alternarsi dell'inquietudine del giorno alla calma della notte. Credevo fosse pericoloso e senza ritorno. Sono il suo portavoce e mi faccio mendicante come lei, più di lei. È una intensa lacerazione e io non riesco più a colmare i paradossi né a recuperare l'abisso e forse… non vorrei. Sto bene con la notte. Non chiede nulla in cambio e nulla restituisce. Nessuna ombra a tormentarmi, nessun mosaico da completare.
In immersione blatera ed emette bolle sempre più grandi. Il più bel regalo mai ricevuto: l'idea della conoscenza, l'invenzione dell'illuminazione. Che si rivelino false che importa? Basta l'intuizione del vincolo, la visione dell'emblema, l'ultimo scoppio della rivelazione. Com'è bello strapparsi il corpo.



come è difficile che riesca facile dire il difficile
Felipe Delgado - Saenz Jaime

regalo secco a MrJamesFord

lunedì 21 marzo 2011

tsunami


Lo stesso effetto di devastazione che produssero le immagini nel buio. Arrivò come un'ondata sottile e sconvolse, vorace, tutto il paesaggio interiore, spazzando un'intera generazione di sensazioni, convinzioni e idee. Visionario e generoso donatore di seme d'originalità ed esplosione di clamore, m'ha resa madre di mille storie diverse, poliedrica ed eclettica. Devo rendere grazie all'umettatore, al fluido vivificatore e ai suoi personaggi, occhi a mandorla e veleno dolcissimo nei dialoghi e nei racconti. Lo riutilizzo ogni qualvolta mi sento più povera e arida. Che zuppa inodore, ma prova ad assaggiarla, vedrai quanto picchi. Ne butto giù una sorsata potente ed eccomi, più infedele e instabile di prima, un abbraccio soffocante, sù la maglia, pruriginoso attacco di sadomasochismo che smussa e incide, scolpisce in maniera decisa la mia scrittura. Ho sentito un pugno e la carezza, pantomima della comunicazione, dammi il bacio inesistente che arresti il sanguinamento della vita, che arresti quell'interminabile emorragia, sangue, sangue in dissolvenza. Ne è intriso il frammento di vetro ai miei piedi, piedi che si sfiorano timidi, è di un blu senza contorni, quasi trasparente. Io che di fronte a te, mi scosto e mi ritraggo, non voglio che mi rifletta, io orizzonte confuso col mare in tempesta, non voglio mostrarmi. Un'estremità del cielo si è rischiarata, e il frammento di vetro si è subito offuscato.
Blu quasi trasparente - Murakami Ryū



… siamo tutti case vuote
e aspettiamo qualcuno
che apra la porta e ci renda liberi

un giorno il mio desiderio si avvera
un uomo arriva come un fantasma
e mi libera dalla mia prigionia
e io lo seguo, senza dubbi, senza riserve…
finché incontro il mio nuovo destino
Ferro 3 - La casa vuota - Kim Ki-Duk

a F.

venerdì 18 marzo 2011

benvenuto e addio in un solo sguardo


Quando un libro socchiude gli occhi e disinnesca l'inganno, quando i contorni risaltano e non appaiono, quando la poesia grava ma non è greve, quando ci si svela la verità celata sulla falsa promessa d'eternità e si sperimenta il nostro comune destino, quando si accoglie l'ineludibile coscienza del tempo finito, quando si coglie l'inutile affanno al potere e allo sforzo della ricchezza ché tutto è mio, niente mi appartiene, quando si fluisce con l'acqua e nell'acqua: Così è nato, anche lui. Nato come tutti. Come me, che morirò. Figlio d'una donna reale. Uno giunto dalle profondità del corpo. In viaggio verso l'omega. Esposto alla propria assenza da ogni dove, in ogni istante. E la sua testa è una testa contro un muro cedevole per ora. E le sue mosse sono tentativi di eludere il verdetto universale. Ho capito che è già a metà del cammino. Ma questo non me lo ha detto, no…


Quando pronuncio la parola Futuro, la prima sillaba va già nel passato.
Quando pronuncio la parola Silenzio, io dustruggo.
Quando pronuncio la parola Niente,
creo qualche cosa che non entra in alcun nulla
Wisława Szymborska

domenica 13 marzo 2011

black blood


Ha due volti, ricoperti di nero liquido vischioso odio, ugualmente pesanti, entrambi malefìci spietati che pretendono di costruirla e di muoverla. Al contrario rimane piantata in quel foro e continua a bruciare, a bruciare e ad emanare puzzo denso e cupo fumo… tutto fumo, nessuna sostanza. Chi ti trivellò per primo? È una macchina infernale, nel buio spicca subito all'occhio dell'e.t. in volo, scava e succhia, senza sosta, piattaforma sempre in fiamme, palco ideale per dar vita e rappresentare una oscura vicenda, dai contorni confusi, dalle tracce perdute nella sabbia che soffia e include tutto ciò che la vuole vincere, alleata invincibile dell'infinita forza che muove e demolisce. Rimane impressa e la si ricorda con spaventevole ammirazione, succubi della misantropia, della crudeltà e dell'ambizione per nulla occultate ma rappresentate in maniera eccelsa. Si è fatta da sola. Abituata alla fatica, alle rinunce, alle delusioni, ai dinieghi ed è lei medesima, arrogante e muta. Emerge raramente dal suo silenzio potente e condensato ad elaborare un suo personale pensiero, soffermandosi mai su particolari e dettagli che possano far intendere di cosa stia realmente parlando… passo ampio, tacco, punta, ipnotico, assordante, basso, più basso, profondo, sordo, violenza tribale, in estasi; bloccata sulle statuarie gambe si volta stizzita a fulminare ed incenerire chi, stupito e interrogativo, abbia l'ardire di chieder ragione o spiegazioni! È formale. È norma. Se lo mangia in un sol boccone, aprendo in maniera mostruosa le enormi fauci. Instancabile e in continuo movimento, annoiata dalla sua noia, frenetica, maniacale e lenta nel respirare, con meno enfasi ama e si lascia riamare, pronta ad esplodere solo se toccata e fuga. Son sicuro, dalle sue vene scorrerebbe petrolio…



La notte era notte e solo notte. Ed era una notte che regolarmente durava, compresi i crepuscoli, una dozzina di ore. L’oscurità era profonda. Takaità non aveva luna, o se per caso ce l’aveva, quella era una notte senza luna.
Pier Paolo Pasolini

giovedì 10 marzo 2011

baciamaro


Ine-lut-ta-bi-le,
hai sillabato lentamente.
Labile, ho corso io.
Scusabile, troncasti tu.

La voce è impostata. Ti esibisci in abnormi e assurde evoluzioni fatte di inganni e miserevoli equivoci. Ma questo non ti sconcerta affatto, anzi… te ne nutri, con gusto, ti compiaci, cialtrone, carogna. Hai imbandito la tavola e intanto hai intrigato una ragnatela in cui ti prepari ad avvoltolare la sventurata, ti raffini nell'arte della convinzione, lodandoti e incensandoti. Sarà un trionfo. Ti si consegnerà senza resistere, lo splendido esemplare, corpo perfetto, giovane e spigoloso come una gemma modellata di fresco, mi si permetta un unico appunto: risata acuta e petulante, fastidiosa, buffissima. Questo particolare ti bea e ti ammalia. L'esasperazione sommata al disagio altrui ti rende invincibile, diventa un vantaggio materiale che esalta e esacerba il tuo ego. S'innalzerà al di sopra di tutti i presenti, adombrandoli, e intonerà un vertiginoso inno, al quale saranno obbligati a stonare, a risarcire le vittime, a compiacere il pavone.

Implacabile e detestabile
e rinnovabile… il dolore,
ogni anno, da quando
hai scelto, gela tutto il sangue
che m'ardeva dentro.

La finestra che ho aperto sul tuo abisso l'hai richiusa più volte. Son stanca delle tue menzogne, ti dico. Mi sfidi, tronfio e ancora una volta sotto mentite spoglie, ma già sento stridere il vinile, è tracciato ormai, fragile, ossessionato dalle tue stesse ombre, ti adagi e immagini, come a me piace, la nostra terra venata di rosso e le cimette olivastre sfumate in punta a intingersi nel grigio della nube proprio sui nostri nasi. Beato.

Ho sceso, dandoti il braccio
almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto
ad ogni gradino.
Eugenio Montale - Xenia

dal 2003 (Agosto - Assisi)

lunedì 7 marzo 2011

le voci bugiarde



Basta. Falla tacere. Non la sopporto più. Sempre la stessa, puntuale, incessante, complicatissimo slegarsene. Comincia il racconto e via, si spalanca la porta a un'orda di ricordi. Un concentrato di dolore, solitudine, patetico lirismo, piccole e grandi indecisioni al quale la mia scrittura non potrà più reggere. Almeno è sincera. Non conosce bugie. Io invece? In maniera costante e approfondita nel tragitto arrugginito della ricerca personale dell'ideale chi ho incrociato finora? Speranza e inutile sogno da collezionare e custodire. Ha lo sguardo pulito, una grande onestà intellettuale, un'imponente umanità, l'immortalità, nel gesto minimo del tuo respiro e dietro di te quasi le stelle e il dubbio dell'uomo se intervenire, non intervenire alla radice sulla natura. Parole venute a galla, come le piccole cose che cerchi di affogare, segni casuali che ritrovi impressi con maggior violenza sulla lavagna magnetica in cucina: ti ripeti ossessivamente non ne verrò fuori, devo rimuovere, spostare, trasformare, non è questione di bugie innocenti, è una lotta con il tentativo di restituzione del bagaglio dimenticato volontariamente in deposito. Vestiti vecchi, intimo superato, scarpe scomode… La voce ha deciso coraggiosamente di affrontarli quei fantasmi, esorcizzandoli e fissandoli su foglio. Son racconti terapeutici, elaborati delineando una traccia e aggiungendo via via una serie di punti di snodo nuovi, cosicché la stessa figura di partenza viene ad assumere una forma più evoluta, originale, inconscia… lezione accolta, grazie, i ricordi miei ora riposano su bianca e soffice carta, dall'amaro odor di neve, gratta gratta, arrivo all'erba sotto, estirpa estirpa ecco la pioggia, cade cade, voglia di dormire, ma non questo sdraiarsi sfinito senza riposo.

passi tratti da Cocci di bottiglia - Fiorenza Aste

sabato 5 marzo 2011

in breve




Ritorna a galla, si ripresenta, decennale, critica, rinnovata, vecchia e sempre nuova, certezza e dubbio, caratteristica e unico inafferrabile concetto in continua evoluzione, Uno, Molteplice, Caos e Ordine, Storia e Futuro, illimitato privo di punto di partenza, eterno lancio in vista di un lontanissimo atterraggio. Potenziale e attuale, divisibile per tanto, per molti, estensione comprensibile in una totalità, oh! mia musa tu sì che sai cosa possa significare, ti sviluppi in misura e armonia, ti intrecci con il mio pensiero, batti e misuri, ti fai strumento privilegiato per afferrare il tumulto; cosa sei se non filosofia e matematica, geometria senza sforzo, illusione sisifica, affollata coralità, ambiziosa idea: quella che ti affianca al mio desiderio più represso, ma ora sempre meno, sempre meno… dimostriamo che i nostri destini sono coinvolti e coinvolgenti. Voglio che sia vaga, non codificabile, in tensione emblematica, che fluisca armoniosamente verso il nulla, né rotture, e differenze di peso specifico, magari una sola frase a fondamento che collimi con congetture mai digerite, semplice intuizione, buco o fessura che sia, prim'ordine e formula che non sia guida e fedele compagna, conosciuta e contesa siepe, che sia a caso modellata a mio piacimento di là da quella, il mio sconosciuto e irrazionale Apeiron.

mercoledì 2 marzo 2011

PRIMA VERA


Quali e quante sono le ragioni per cui oggi sarebbe necessario rileggere e riscrivere la nostra bella storia? Massì. Ma guardatelo da lontano, mentre sopraggiungete da nord, svoltate a destra, curva insidiosa, tirate un lungo respiro, ricomponete la smorfia sul volto e poi fatevi acuti interpreti d'arte e molto finemente, senza cadere in facili tentazioni di turpiloquio, dite con dovizia di particolari quale sia stata la vostra impressione: visione d'insieme e dettagli del quadro in questione. Evidenti e ben distinguibili son le piante, i fiori e i frutti, specie rarissima e mal distribuita, la cui diffusione è ancor meno curata e sistematicamente ignorata. Al loro posto crescono in altezza ed estensione simboli della ricchezza e dell'opulenza splendente, multicolore, riflettente. Degradano e abbruttiscono, son nubi e nebbie che il dio Mercurio vorrebbe disperdere e invece ombreggiano l'alta collina… che fare? I suoi occhi, il suo indice, il suo caldo mantello nulla possono contro la distruzione dell'universo culturale nostro? Inizierà o è già iniziata la grande disputa. Armati di flores procediamo a raccontare, con voluttà e con castità la bellezza di questa femmina dipinta, astraiamo dalle dimensioni spazio-temporali e presentiamo i personaggi come i protagonisti emblematici di un'idea platonica. Cupido già scocca la freccia, ma ella è già presa, promessa sposa del dio, adorna e magica. Non imprigioniamo filologia e poesia e retorica, grazie con ispirazione faranno di quelle mele, oro puro, dono di nozze e buon augurio. Guardate i fiori ai miei piedi. Non son calpestati, non son piegati, non ho peso; astratta e allegoria sogno di un passato che potrebbe trapassare in futuro.

Non mandatemi a quel paese, potrei non volerci più tornare.

venerdì 25 febbraio 2011

ahania


Mescolanza e varietà, troppo audace e mitica. Una visione inaccettabile. La rivolta del cielo, scaraventa giù stelle, le più belle, pescate nella maestosità dell'universo, diffidenti e incomprensibili si incidono fin nei più remoti angoli, si diffondono e trovano proseliti. L'accoglienza della terra che arresta l'entusiasmo, affina l'attitudine alla pazienza, si specializza nell'arte di calmare gli animi accesi: vi faremo sapere, lasci qui i suoi dati, vi faremo sapere… tranquilli, vi faremo sapere… Ci sarà pure un mecenate disposto a pubblicare le mie opere. Qualcuno di buon cuore che mi tenda una mano, tiri fuori l'indice e mi trasmetta quell'impulso vivificatore, io novella adamitica, ridotta sul lastrico, rovinata finanziariamente, nera di pelle e arsa nell'intima facoltà d'immaginazione. Eccolo il disegno simmetrico perfetto, ecco il lampo di fuoco degli occhi, l'afferro e l'impugno, è mio. Oserò slanciarmi e saprò tornare al momento precedente la genesi, quando eran mie le qualità terribili, prima ancora che l'artiglio tremendo potesse privarmene. Svelati, e vieni, al matrimonio perfetto, partecipa e conosci, risvegliati e accedi, attraverso la strada dell'eccesso, forza l'equilibrio, trasgredisci, supera dicotomia, saziati e nauseati, eccedi e liberati e avviene la gnosi.

Petrolio immoralista e soggiogata da Blake.


Se le porte della percezione venissero sgombrate, tutto apparirebbe all'uomo come in effetti è, infinito.

lunedì 21 febbraio 2011

gozu

ovvero: fastidio, tanto e ben servito. Insieme a una buona dose di ottimismo, un bel bicchiere di primitivo che trasformi la tavola in ruota di tortura, il coltellino da frutta in spada yakuza… so beautiful. Almeno per me, perché tutto ciò che sia poco percepibile, senza ribalta, corridoi privi di uscite secondarie in cui prendon forma incubi e allucinazioni, libertà di espressione e comunicazione scatenata, ecco quello è cinema, capolavoro. Ti stai agitando nella poltrona, avverto il ticchettio di indice e medio sul bracciolo, l'accavallare continuo di sinistra su destra, l'oscillazione di destra su sinistra. Io sono oppressa sulla mia sedia elettrica, vado a fuoco e mi sento inghiottita nel sac à poche per due ore, spinta dentro a forza, ne vien fuori una polpa saporitissima, agro-dolce, per palati disturbati, dì un po' hai usato la bocchetta più stretta? sluuuuuff, sapientemente mischiata, ingrediente tra gli altri, spruzzata di pepe, goccio di balsamico, evvia agitata, forte, potente, coerentemente pazza. Gira, gira, gira in tondo. Cerca, cerca, cerca il matto.

L’allenamento del sole e dell’acciaio, a cui mi ero dedicato per così lungo tempo, era dunque un’attività in grado di produrre quel genere di scultura fluida, e poiché il corpo così plasmato apparteneva strettamente alla vita, tutto il suo valore doveva essere riposto in ogni attimo di quello splendore. Perciò la scultura che rappresenta il corpo umano celebra con marmo imperituro l’essenza effimera della carne. Ne consegue che appena oltre, un attimo dopo, preme già la morte. La funzione del coraggio fisico consisterà sempre nell’accettare la sofferenza; in altre parole, il coraggio fisico è la fonte del gusto di capire e di assaporare la morte ed è anche la prima condizione della facoltà di comprenderla.
Yukio Mishima



Posso appena dire di aver vissuto...

lunedì 14 febbraio 2011

fammi vedere del male



Sembra che abbia un terzo occhio. Ma non quello caldo, amico e buono, no, uno gelido, violento e sadico. Mi fissa secondo uno schema ben preciso, intransigente e scioccante, da subdolo e consolidato predatore. Già dai titoli di testa so già come andrà a finire. Ma non è prevedibilità e mancanza di originalità… anzi, il fatto è che uno così non può diventare gentile, non deve, non vorrebbe mai, non saprebbe in assoluto. È una convinzione la mia. Bella e buona. L'avvertimento immediato e preparato della coscienza, prima terrorizzata e nascosta, poi venuta fuori, configura la sfida e l'accetta. Ognuno ha un ruolo, io quello della vittima, lui quello del rasoio. In mezzo tra me e quell'occhio si sviluppa e si riscrive ogni giorno la dichiarazione di guerra sopra una colonna sonora dolce e melliflua, che asseconda e riverisce, in contrasto, il masochista gioco, dà vita ad uno spettacolo mai accomodante, sempre inquietante. Il ragno tesse una intricata trama di compromessi e di tranquillità si nutre, dondolando cattivo su quelle infinite linee, mi risucchierà nel vortice dell'alienazione quotidiana e mi spingerà con metodo, estenuante, estremo, irrimediabile, verso le fauci dell'assuefazione. La più ingenua, una volta resasene conto, soccomberà senza alcuna possibilità di smascherare il mostro… era suo marito, il suo amante, il suo uomo, ora è un brutale torturatore, spento, impassibile, vuoto. Non è amore il tuo! Non scusarti, non lo sopporto. Ho giustiziato l'ultimo barlume di dignità, ogni parvenza di moralità; aspetto, osservo dall'esterno, assisto alla mia personale tragedia, convinta della mia estraneità. Sarebbe troppo indigesto e lacerante coinvolgermi e riconoscermi, esco dallo schermo, mi chiamo fuori in maniera anticipata rispetto alla parola fine… quella che stai colpendo non son io. No.

Deh, mentre chì'io mi lagno e giorno e notte,
o fere o sassi, o orride ruine,
o selve incolte, o solitarie grotte,
ulule, e voi del mal nostro indovine,
piangete meco a voci alte interrotte
il mio più d'altro miserando fine.

Isabella Morra

giovedì 10 febbraio 2011

cattivo appoggio

In fiamme, nell'incendio degli autunni
arde a volte il mio cuore,
puro e solo. Il vento che lo desta
tocca il suo centro e lo sospende
nella luce che sorride per nessuno:
quanta bellezza liberata!
Octavio Paz

Mi leverò una mattina e, disincantata come una cicala alla fine della notte insonne, mi lascerò sedurre dalle tue pagine, infiammare e spegnere, capovolgere e mescolare… a quattromila metri di altitudine cosa potrei pensare, sbrecciando il velo di nebbia che finge buio profondo, quando già è giorno fatto? Difficile… impossibile; il peso che accerchia e minaccia la mia testa, non scompare ed io appaio ebbra e deliro, non riesco a godere, non riesco a raccontarmi la trama, una gioia gratuita che non m'emoziona, non lascia nemmeno un minuscolo segno mentre tento, inutilmente, di strapparmi via la sbornia. Si festeggia laggiù, son sicura, sarò accolta e riverita, mi faccio irretire dalla sorpresa del capitolo secondo, nel quale si descrive così in dettaglio altezza ed elasticità del trampolino, mi precipito e arrivo fino al pontile, faccio appena in tempo a frenare: è troppo distante l'acqua, troppo freddo lo spruzzo ma l'istante e il salto sono una cosa sola; è necessario navigare, vivere non è necessario… prima d'esser un motto sporcato dai fascisti, era un sano detto latino.


Your blue eyeshadow it's not exactly blue though I refuse to call it anything but your blue

lunedì 7 febbraio 2011

I can see your future


… a prima vista, un'allucinazione e il momento più alto di tutta una vita. Si instaura una relazione molto profonda tra l'alba e il tramonto di quegli occhi. Questi ultimi sono letteralmente impazziti per la performance offerta dal vivo. Convegno amoroso, osmosi progressiva di sorrisi, sguardi, fruscii, un mondo di delicatezza e di incanto sempre più magnetico. Bisogna starci in mezzo e fare a mezzo per capire, per vivere e sentire la presenza intensa e possibile. Bisogna sgomitare e pestar piedi, come potresti altrimenti recensire, gustare la ricetta appena eseguita e giustificare la magia che si sprigiona? Così, solo leggendo e rileggendo, incontrando e scontrando, commuoversi e soffrire, platea birichina e religiosamente silenziosa, significare e sfregare, grattar via il superfluo e apprezzare. Che palla fondamentale. Rotea e si fissa sul tavolino tondo, apparecchiato per l'occasione, guardaaaaa! Lì sulla destra, ti muovi e sfoci in avanti. Mi stai suggerendo, mi stai dando appuntamento, segnalo e sottolinealo, cosicché non possa dimenticarmene, c'è l'estasi e l'affresco della forza bestiale, la poesia e il reinventarsi bimbi, il piacere di rivedersi oltre il vetro e l'avventura più grande, bis e tris per non perdere l'occasione del qualcosa che succederà. Mi son avvisata per tempo. Taglia l'erba che ci farà da cuscino, spazio verde nel quale le urla e gli spintoni ricalcheranno gremendo ma mai rovinando il momento… flebile e violento, eccelso e breve, consapevoli che si tratti dell'ultimo atto. Durerà poco, vorrai che non fosse mai finito: attimi che cristallizzano un intero, abbracci, fiocchi lenti. Nessuno avrà dubbi che io abbia detto la verità, fuoco di paglia, destino impagliato; aspetta e vedrai.

grazie a colui che m'ha mandato questa meravigliosa foto

venerdì 4 febbraio 2011

round and round

The stars are not wanted now: put out every one;
Pack up the moon and dismantle the sun;
Pour away the ocean and sweep up the wood;
For nothing now can ever come to any good.
W.H. Auden


Settembre mi fa venir sete di vendetta sul sole, ed è un'attesa incerta, m'opprime e incombe sulla mia testa; una soffocante aria, gonfia e carica di minaccia cupa e oscura, pesa, interroga e diffonde quella risposta ormai pronta a schiudersi: sta per piovere. Lampi, a dieci precisi secondi, tuoni vecchi e spettrali risuonano a decretare la fine dell'equivoco. Ne ho raccolte e accumulate, mitiche e atemporali, si rincorrono e si sviluppano, sospese e gravide di eventi e conseguenze. Non distinguo più attorno a me i confini geografici e realistici della mia culla natia, mi rinchiudo, tutt'una con la corazza del destino fragile, della mia età, lontana e vicina, tragedia umana valida in ogni epoca, in ogni luogo del mondo, sono io stessa allegoria, simbolo e metafora. Il tempo non aspetta. Non posso più fuggire. I miei occhi vedono il cambiamento, sentono la nuova posizione, scelgono e risaltano il ruolo e le decisioni, sopprime l'incongruenza e il paradosso, mutando finalmente il corso degli eventi. Eccola. Arriva, dilaga e si propaga, bagna e colora, macchia e purifica, riconcilia e vivifica. Sciolta e trasfigurata. Aspersa e benedicente. Accade, ma non ancora… tutto confuso, tutto nuovo e ricreato. O Amore apre il cerchio e buca nel nero uno spiraglio di luce, si riapre la vita e s'imprime in una nuova direzione non ancora battuta.

dal 2006 (Loco - Settembre)

lunedì 31 gennaio 2011

s o s


Spenta, Oppressa, Solare… Sospesa, Offerta, Sopita… Sospiro, O, Svanisco. Delicata, garbata, elegante, ma non m'accuccio. Ma non era l'esordio che mancava? Non riesco a gridare al miracolo, non stupisco e continuo a salire per quelle scale, giù il tentativo di far festa, di volare al di sopra delle prove, dell'obbligo, dei divieti. Incelofano tutto in maniera approssimativa e mediocre, faccio dei fori omogenei perché continuate a soffiar fuori l'eccesso di moralismo becero e soffocante e prendo il volo. Plano un po' sulle vostre vite, mi arrampico sugli entusiasmi, mi siedo a vegliare i sogni, registro e suono come un vinile diavolo, e brucio, asfissiando, i sempliciotti che siete. Io, tu, noi, ci siam divertiti, ignorandoli o facendo finta che non esistano, negli eccessi e nella forzatura, nei privativi e nell'oppressione, ci siam convinti, esistono e stanno sopra, svettano e ci schiacciano, firmano per nostro conto l'ipoteca e il fallimento. Quale sagrada familia? Indovino la soluzione e la consegno in cartolina, mittente sconosciuto, indirizzo da convalidare. Gli interstizi hanno assorbito tutto, le chiavi non conoscono più la serratura, la colla degli adesivi trasborda e insudicia il colore della mia presunta purezza. Scosta quelle tende, oh, no, richiudi, non rivivrò, serra quelle porte, non lasciare uno spiraglio, manda giù, tira sù, recidi, respira vita… svelti, vi aspetto.

La morte di un uomo è come la caduta d’uno stato potente,
che possedeva eserciti prodi, capi e profeti,
e ricchi porti, e bastimenti su tutti i mari,
e ora a nessuno correrà in aiuto, con nessuno stringerà alleanza,
perché le sue città sono vuote, la popolazione dispersa,
il cardo ha ricoperto la sua terra un tempo doviziosa di messi,
la sua missione dimenticata, perduta la lingua,
dialetto di un paesello lontano su inaccessibili monti
Milosz Czeslaw

giovedì 27 gennaio 2011

primi vagiti


Freddo, caldo, freddo. Ho affondato le braccia, fino al gomito, nello sconfinato nostalgico mio abbandono. Ho urlato e pianto fino a liberarmi anche dell'eco che vagava indisturbata nel mio spazio interiore. Chi diavolo le avesse dato il permesso non ho mai saputo. Di certo non io. Son abituata a gettar via tutto ciò che non mi serva più, quello che mi dia noia. A testimoniarlo l'oscillazione della catapulta davanti alla mia finestra. Fuori tutto. Fori dappertutto. Ora m'adagio e calo il sipario. Sei lì a chiedermi l'autografo? Ma la mia mano si fa inafferrabile e raramente si accontenta della gratitudine. Urgente si fa l'emozione, lampo a rincorrermi giù dagli scalini, dentro ai corridoi. Indelebile dono, sogno di sintesi, rarità timidamente esibita, sincera affermazione tra i grandi. È l'opera prima, frutto del montaggio e dello slittamento di immagini sfocate o chiare, dormiveglia riassunti in un titolo, posizione fetale ed iniziale interiorità dell'inconscio. Resa condizionata: dono della sintesi contro originalità in dote. Si può cercare disturbo e plagio, ma in nulla riusciranno essi al cospetto della pittorica intimità dinamica e sconvolgente: spiccava sull'oceano della nursery, né rosa, né azzurro, ma viola intenso e fluttuanti calzini a righe verde squillante e rosa fucsia, alla faccia dell'immobilità dolente, ansiogena e strisciante della regola della moda e della scaramanzia. Realtà irrequieta coi ricci neri neri, concepita e definita amabile, punteggiata di ricordi e scorribande, in continua lotta, evoluta e oscillata fantasia, come sonno disturbato, potenza onirica troppo a lungo soffocata, debutta in società buttando gambe all'aria critici e fastidiosi ammiratori.

quant'è facile passar dall'io al lei…

sabato 22 gennaio 2011

cicatrice

Ora che il coro delle coturnici
ti blandisce dal sonno eterno, rotta
felice schiera in fuga verso i clivi
vendemmiati del Mesco, or che la lotta
dei viventi più infuria, se tu cedi
come un’ombra la spoglia
(e non è un’ombra,
o gentile, non è ciò che tu credi)
chi ti proteggerà? La strada sgombra
non è una via, solo due mani, un volto,
quelle mani, quel volto, il gesto di una
vita che non è un’altra ma se stessa,
solo questo ti pone nell’esilio
folto d’anime e voci in cui tu vivi.
E la domanda che tu lasci è anch’essa
un gesto tuo, all’ombra delle croci.

Affezionato a quest'idea. Sei andato così. Un grande respiro, una parola fermata sulle labbra, scivolata giù sulla federa bianchissima, tesa, come tanto ti piaceva. Ma stavolta ha lasciato intatto il silenzio tra me e te e ha viaggiato, insinuandosi tra le pieghe della grande trapunta, incrociando i pupazzi di neve ritratti, candidandosi come una delle più belle favole, quelle che iniziavi e alle quali dovevo trovare il finale io. Convincevo tutte le platee, l'ascoltatore improvvisato e quello più esigente. Mi destavo e mi riaddormentavo. Che grandi storie avventurose, a volte per nulla rassicuranti e non riuscivo a trattenere il tremito, ma continuavo nella descrizione sofferente e crepuscolare, solo per farti sorridere e stupire. Quando ho cominciato a non chiederti più il bacio ben augurante, a quanti anni non ho più corso ad abbracciarti, quanto pesavo l'ultima volta che m'hai presa in braccio e m'hai adagiata e m'hai rimboccato le coperte? Posso rinnovare ora quella vibrazione infantile, posso ricomporre quella trama interrotta, posso posare la mia mano sulla tua e restituirti tutta la magia e la delicatezza del tuo afferrare e stringere lontano dal pericolo? Oh, quante domande che fai. Come quand'eri poco più alta di così. La mano poco più alta del bordo del letto. E non riesci a trattenere il tremito. Mano grande, enorme, nella quale la mia entrava per tre volte. Il pretesto giusto per fasciarla, cingerla, sovrapporla, spalmarci sù un lieve accento di filiale amore, contaminazione grave o acuta, la firma a un biglietto nel quale ti auguro buon viaggio, tanto ancora da esplorare, ti scuoti e mi regali una tua eccellente performance: guarda, qui, e le orecchie seguono il ritmo dell'ultimo scherzo.


al papà

mercoledì 19 gennaio 2011

la donna che visse due volte


Hitchcock, Godard, Hawks, colleghi cari des cahiers faccio un falò, alto e imponente, darà luce al mio oscuro mondo. Sei pazza? Non ricordo nulla. Immagini slegate e confuse, idee riorganizzate ad episodi da una quindicina d'anni a questa parte filmano con una perfezione unica una storia incredibile. È frutto di provocazione questo mio messaggio, mai innocuo, mai debole. Mi sottopongo a terapia con continua ricerca di forma, di modello, ma nulla riesce ad estrapolare, vero mister Piccolì? Il significato rimane nascosto. Io riesco a toccare i confini della follia e ritorno indietro, più elastica e scandalosamente sovrapponibile. Apri, scoperchia, guarda dentro, che vedi? Tira fuori. Centinaia di metri e metri, e chilometri di pellicola, in alternanza pagine e pagine, scritte fitte, riconoscibili, sì, ma sempre espandibili, ricomponibili, poco strutturate, disperate alcune, altre proibite per eccesso di ottimistica vitalità in un'era in cui faresti bene a veder nero, e poi gioire nel caso si aprisse uno spiraglio chiaro. Non risparmio, non tolgo particolari, non trascuro di dissacrare, sconquassare, e monto al contrario, registro i contrasti e li accentuo, colori in contraddizione, colonna sonora infinita. Usare suoni ed immagini come unghie e denti su cui graffiare. Che vita sarebbe senza tinte forti e musica destabilizzante? Scardinate e trasfigurate forma e materia. Mi auto-dedico un pezzetto di impossibile, lo affiderò al tempo e chissà, forse riuscirà a ricomporre l'intero seguendo un itinerario immaginifico, in una parola: emozione.

"Io non invento niente, leggo molto. La mia originalità, e il mio fardello, sta nel credere che il cinema sia fatto più per pensare che per raccontare storie" (J. Godard).

lunedì 17 gennaio 2011

illeggibile


Fuori dai Crismi! :)

Disobbedisco. Diserto. Troppo difficile. Rumorista, fascinato, legittimo depositario di linguaggio sincretico ho sempre creduto nell'immediatezza della comprensione o nell'avanguardia incomprensibile. Sommariamente: sono alla deriva del tuo ordine, repello il sistema, escludo a posteriori la mia partecipazione a tutto ciò che riguarda il controllo mentale e il complottismo al servizio dei regimi assoluti, e mi abbevero alla dissetante alta cultura del partigianesimo viscerale e spontaneo, quell'originale commistione che dà vita a codici, due linee, un punto, tratto lungo, tiiii-ta-tiiiii. Io giro, giro, svolgo, ruoto, sposto, ma nessuna mia faccia coincide con le tue, maledetto cubo di rubik, stavo veleggiando tranquilla, quando tu hai preso quell'aggeggio infernale e hai cominciato a giocarci, ma non è un passatempo, e io ora sprofondo tra gli interstizi, nel liquame in devoluzione, nelle tue continue provocazioni oscene. Fai cassa di risonanza di questi paesi in guerra, e io un giardino sconosciuto, profondo, nello spirito antagonista, solitario, sempre in divergenza di opinioni, mi ci chiudo, e riapro il misantropico vialetto ghiaioso, via, uno strappo di vite: salta la polvere rugginosa del retaggio antico e puzzolente di stantio. Proiezione pura, scandisce il ritmo, si fa intelligibile, si esibisce in tutta la sua luminosità, intinge nell'espressionismo e dipinge ottimismo sovrapponendolo a dense pennellate su noia e cattiveria, canta forte come carica, a coprire la marcia militaresca, facendo a brandelli le atmosfere plumbee e pesanti, rumoreggia e sconnette, che buffo è il suono del carro armato che procede ebbro. Si deve attendere. Non potrebbe essere ora? Pazienta. Il tempo è galantuomo. Sì, gli strizzo l'occhio. È anche stanco morto. Pur contempla il mondo di quassù, bello e innocente, suggestione e sangue, attraverso quello squarcio, l'ultimo regalo dell'urlo marziale, sconnesso e orrendo, ne ha smontato un pezzettino e giace in una discarica radioattiva. Montatura senza vetro destro, sinistro scheggiato. Alienato, come in una stanza imbottita d'ovatta, centro e confine frastagliato, scudiscio e abisso dimenticato, c'è sempre un muro spesso e alto che sprigiona un tanfo di cadavere putrefatto. Guarda oltre. Rassegnato, impregnato di tensione e inquietudine sembra confuso sulla direzione da intraprendere. Troppo rumore, eterogeneo e pericolosamente interrogativo. Basterà che abbandoni l'intento come concepito e pianificato, sarà sufficiente scucirsi di dosso quel distintivo incompiuto. Avanti, solo profumo di croco e mughetto nella mia aiuola, solo chiare venature di panni stesi al vento, giochi di bimbi con berretti diversi, solo un abbozzo di pace, lancia l'amo, vedrai che abboccano.

venerdì 14 gennaio 2011

dietro il dito…


Magistrale dote, grande sensibilità, anima grande… supremo stile, fini capacità… shhhhhh… il mio ricordo è rivolto a un mattino in cui non avvertivo alcun rumore, nessun suono, nemmeno una frenata, neanche un rombo. C'era un silenzio assoluto che descriveva in maniera suggestiva la serenità e la percezione assoluta di un mondo diverso, ormai perso. Non immaginavo allora che quella sensazione sarebbe stata l'ultima, poche le occasioni di assaporarla nuovamente, abile la mia mente va, si appisola e si risveglia, dolcemente posata sul freddo guanciale, disarmante e consistente, come solido tocco, rosso e caldo tondo della gota sull'abbagliante panno. Colgo l'essenza intima delle cose, dei passi mossi fuori dal letto, emozione infinita e definita di impareggiabile bellezza e con gli stessi occhi guardo orgoglioso allo specchio della natura, poggio come allora lo sguardo ancor celato dalle amorevoli ciglia del sonno e vengo rapito dal bianco contorno… la sua pelle era bianca come appena uscita dal bucato. Chi ha lanciato in corsa il convoglio? Chi ha posto tra noi tutta questa lontananza? Dovrei rubare dei momenti e scandirli col colore delle stagioni, dovrei trascorrere e appassire senza che il tuo sentimento possa suonare le canzoni che tanto mi piacciono e m'intrattengono? Abbasso la testa e pago il caro prezzo, un sentore di tristezza mi seppellisce e cristallizza le tue ali in continuo moto, le cucio e le saldo al tessuto fluente, i fili rimangono lenti, pronti e pazienti, ecco, le tue dita scorrono e pizzicano corde dimenticate, feconda terra da macchiare e bagnare. Non ho il coraggio di guardare la tua tagliente bellezza, un riflesso mi colpisce e mi toglie la vista, trafitto e devastato. Lavo la bocca e tolgo il sapore nostalgico, mi guardo la mano, ho coperto la realtà semplice e pura, ho contemplato l'inesistente, sei qui, apro il varco e ti raggiungo. Tanto bianco, troppo buio.


Le figure e lo sfondo non avevano alcuna affinità tra loro, e lo sfondo, vago nell'oscurità, si mescolavano in una specie di mondo simbolico, ultraterreno.

martedì 11 gennaio 2011

chi vorrei…

Adempio all'impulso nuovo. Parto dalla parolina che solo qualche volta misi sulle labbra mie. Mi allargo pian piano, compio l'esercizio inverso di pronuncia del termine tanto potente, tanto prestigioso, tanta… son brava, dilato oltre l'inverosimile la penultima sillaba e mi sostituisco, essere unico e multiplo, all'ultima tua risposta all'eterno quesito nell'intenzione di renderlo un concetto alto, platonico, profondo; sì che ci riesco, sto attenta a tutte le contraddizioni, ai tranelli, agli ingorghi, all'amaro in bocca, all'enigma terribile, alla scommessa consegnata, alla promessa mancata. Rimani in disparte, pur volendo incarnare fisicamente l'ipotesi finale e la risposta ideale. Riponi tutte le speranze e rinvii a nuovo azzardo, concretamente, che cosa potresti fare? Tieni separate l'illusione delle mie aspirazioni e la concretezza delle mie risorse now's the time! Troppo elegante il pezzo per quel che ho intenzione di farti. Recupero le forze e m'allontano la distanza necessaria per prendere la rincorsa e affondare il colpo, i fendenti, tanti, smembro e contemplo, una grande orchestra dalla quale attingo a piene mani estremi e impressionismi. T'ho cercato tanto, non posso lasciarti scappare; la richiesta di affetto, devo nutrire, senza riserve e privazioni, la mia ansia ragionata, riprendendo il rito e adattandolo. Devi esserne persuaso: dopo lo stupefacente thriller appena girato, l'equivoco dei segni, la confusione dei sensi, dei colori forti della pelle incisa e del tuo sangue, ti proporrò una scelta ad occhi bendati e mani sul fuoco. Non assistervi, fai leva su quel muro, accettami e salta con me com'io con coraggio precipito insieme a te.

La bellezza sarà convulsiva o non sarà.

venerdì 7 gennaio 2011

resa dei conti


Avrebbe potuto essere l'impossibile. A tutti sarebbe apparso come il paradosso. Immaginate una linea retta che congiunga due punti A e B. Pensate a un percorso. Pensate a un sognatore che dal punto A desideri raggiungere il punto B nel minor tempo possibile, evitando traffico e intasamenti, semafori e inquinamento. Il desiderio, l'anelito d'esser freccia che percorra una distanza infinita in tempo finito. Tale rimarrà. Sogno. Perché forse quell'uno dopo innumerevoli prove, tantissimi rompicapo, raggiungerà la sua meta? Applicando il meccanismo del continuo inseguimento dell'oggetto impiegherà tempo infinito. È un desiderio inesaudito. Ma nel tragitto, viaggio lunghissimo, godrà della vista di bellezze indescrivibili, luoghi rimasti incontaminati per decenni. L'oggetto, das ding, l'operazione impossibile, meglio sarebbe stato non cercar nemmeno di descriverla, ma rimanere in silenzio, quello sì estatico al cospetto di tanta grandezza, tanto infinito, tanto nulla, tanto vuoto. Nella continua rincorsa al migliore, all'eccesso, alla sproporzione, al sofisticato non si riuscirà a incontrar mai l'oggetto desiderato, a vivere l'esperienza di confine. O forse sì… ma a quale prezzo? Il richiamo all'istinto e alla bestialità segna in maniera inconfondibile la rottura con l'ordine culturale verso un ritorno al primitivo, all'originario, il segno dell'oltrepassare il limite, dell'entrata nell'altro. Imparare a morire, a giocare… il giocatore autentico è colui che mette la sua vita in gioco e il gioco vero è quello che pone la questione della vita e della morte. Giocare d'anticipo. Sospendere momentaneamente l'adesione alle cose, uscire dal viluppo di interesse con cui esse si impongono. Giungo ora a B, corrisponde al lato opposto, in cui ero, A. Presenza concreta nella quale mi disperdo. L'ho tanto desiderata. Ma dev'esserci stato un fraintendimento. Non era così… no.

martedì 4 gennaio 2011

il paradiso perduto


Non capisco la domanda. E non ho alcuna intenzione di raccogliere l'invito. Sono in piena di nero. Signora dell'oscurità. Non disponibile, non raggiungibile. Ho come l'impressione che le eccessive spiegazioni possano spalancarmi sotto i piedi una voragine enorme. Troppo larghi e lunghi per riuscire nell'equilibrio già precario. Sento già che vi precipito, forse un pochino troppo felice. Sto per andar sposa a un principe che mi riempie di regali e ho la sensazione che non mi veda. Padre, guarda e tocca le gemme che ha portato in dono, nulla hanno a che fare col colore dei miei occhi, con la sfumatura dei miei capelli, macabro rituale sulla mia pelle ebano. Rubini abbaglianti, spie luminose e intermittenti di una dissonanza che mi soffia sempre più lontano, come un vento di scirocco insopportabile a propulsione balbettante che mi modula a suo piacimento, e ripete il nostro distacco, da noi stessi, dalla verità, dal piacere di stare insieme; come una miriade di stelle e di anni luce nei quali vago incerta… e in fondo una voce che declama il primo e non unico sintomo del ritardo, del mancato appuntamento, della decadenza, della devoluzione. Non la prendo, no. L'avevo già presa tra le mani, ne avevo sentito la buccia liscia, pregustato la croccante e succosa polpa. Al diavolo. Potrei correre il rischio di scoprire che non è proibito. Ma non la coglierò. Risparmio a me e a voi la noia del rimprovero e dell'accademica cacciata. Lascio coagulare la malsana curiosità e la gratuita delusione, raccolgo il pestato e caotico finale astratto e schizoide e mi lascio fumare, dopo il lungo calvario di lamentele e lo sfacelo della lobotomizzata e rattrappita vita all'ombra del grande albero dell'esperienza altrui.

lunedì 27 dicembre 2010

voyage dans la lune


Ha costruito tanti modellini, ha disegnato tanta scenografia di carta, dipinto tutte le mani dei trucchi spettacolari alla luce della lanterna magica, ha dato forma ai suoi sogni di bimbo, mosso mani che sembravano morte, acceso occhi che erano ormai vuoti, regge, sostiene ancora il tempo, vola la sua testa sulle linee di quel pentagramma, riavvolge e raggiunge l'equilibrio, sta per cadere di sotto, ma si aggrappa e si salva… avrai successo dice quella faccia, non ridere, non buttare l'umorismo, tienilo stretto, vedrai ti tornerà utile. Ora splende, ora si rabbuia, ora sorride, ora storce la bocca in un ghigno sinistro. Lancia un ultimo avvertimento: abbandona la nave, interrompi le battaglie marine, guarda sù, il mio bagliore ti renderebbe visibile a tutti gli aerei nemici, fermati e sali, sarai il primo uomo sulla luna, non credi che questo renda tutto il denaro del mondo? Attende un attimo, si guarda intorno, vorrebbe contestare la lunghezza del cammino, ma lei ha già soffiato una scia argentea su cui muovere i primi passi e lui… comincia a costruire quella sequenza mirabile e ricama metri di tessuto e monta il buco, taglia incolla sovrappone, riavvolge con pazienza e precisione, vieni, vieni, investi il mio occhio, apri la voragine e duplica il piacere, stappa e beviamo, gratta e raschia via la tristezza, stanotte non voglio ascoltar musica noiosa, non voglio guardare cortei nuziali. È cominciata. Inaspettata eclissi, lei davanti a lui, taglia, incolla, sovrappone, riavvolge con passione e dedizione; gira, ricostruisce il teatro di posa, si avvale di protagonisti inventati, sposta le nuvole, ammicca e invita al nuovo incontro attraverso l'impossibile: pieno, decresce, quarto, cresce, pieno… a risentirti.

ai viaggiatori incalliti…

mercoledì 22 dicembre 2010

a caso


Lasciatemi! Rinchiuso, interdetto, spento. Whichever I choose, it amounts to the same. Lasciatemi… qui. Sbraita, si contorce, poi cede e si adagia. Ricorda. Prospettiva barcollante, ondeggia e stringe le mani alla sorte. Ma che fa? Possibile che sia così indifferente, così freddo, così distaccato. Quale possa essere la ragione, non sa e non la spiega. Forse non c'è. Non serve. O la rifiuta. Io grido, mi agito, percuoto e strizzo le viscere e scalcio, e soffoco, tante son le lacrime, in groppo, sulla gola, giuro vendetta, mi ostino nella ricerca di una soluzione, dell'assoluzione… lui no. Dentro e fuori. È nel mondo. Assurdo già di suo. È il suo mondo, e in quello si identifica. Ho un coltello. No, l'unica scorciatoia ammessa, veloce e indolore, tempestiva e sorprendente: pistolettata che incide e brandisce con lucidità e senza alcun rimorso, a privare quella prigione dell'unico sprazzo, a violare l'emozione, solido fino alla fine, fermo nella tempesta… lasciatemi nell'abiura. Volete assistere? Prego, fate pure. Sono estraneo, pietra o marmo scolpito, costruzione mentale potentissima, l'idea che erige un muro che non si sgretolerà sotto i vostri attacchi, che aprirò in fuga e in difesa a quel che capita, a ciò che non ha senso, la mia vita, la morte… l'ora senza nome, quando i rumori della sera salivano da tutti i piani della prigione in un corteo di silenzio.

a Robydick amante del bel cinema, a Jafar Panahi amante della libertà

lunedì 20 dicembre 2010

ci vorrebbe un'amica

Io penso che questo paese avrà un futuro. E sarà governato dalle donne - Erri De Luca


Caterina e Maria reggiate le redini del potere. Regniate e tessiate le lodi delle vostre terre su arazzi, ammirando i quali io possa, riscrivere e trasferire il mito di Artemisia. Oh, regina, grande coraggio e ardore infuocarono il tuo petto allorché dovesti scegliere e azzardare una battaglia e vincesti, oh, sì, ingannasti il maschile orgoglio e lo innamorasti, facendone schiavo, amante, marito, amico. Ti invoco ora, torna ad animare le menti e gli occhi di povere e sopite donnette, occupanti seggi importanti e ministeri potenti, collegati alle loro facoltà e consegna loro la radice ancestrale del culto della grande madre. Ella non fatica a carpire il mio messaggio, segue la traccia del mio racconto, non teme l'ambientazione futura. Odo già l'eco di antiche civiltà, mentre sopraggiunge e vedo, attraverso la mia immaginazione, lo scontro ferale, mitologico e visionario: ella riscatterà l'eterno Principio femminile. Spunta dietro una nube scura la luminosa falce, su una punta dolce-venere dondola, scivola e si unisce all'altro estremo forte-marte. Ne risulta un tenace intreccio ripulito e restituito all'antico splendore che ricalca ed esalta il disegno delle origini, tagliate e strappate, ma ricucite e restaurate, per riportare alla luce, oggi, la storia leggendaria e reale dell'amore e della grandezza della regina per il suo Mausolo e proiettare, domani, le figure possibili delle donne ribelli e sollevate dal giogo maschile. Qual è il tuo nome? Chimera. Ho il compito di proteggere il Prodigio perché non venga schiacciato e favorirne la realizzazione ogni qualvolta voi lo vogliate. Metamorfosi si rivelerà. Vi farete libere e crescerete, e vi farete copie, in abbondanza ed inesauribile ricchezza verbale, riproducendo e rimandando il sacro fuoco al mondo nel suo fluire incessante. Corpo di donna e grazia divina. Sintesi perfetta sulla quale pongo l'accento e nella quale si combinano sogno e natura. Qui la traduco in favola. C'eran due ragazze particolari che divennero presidenti nei loro paesi… oggi son più di due, son tante.



Oggi ho ricevuto da milioni di brasiliani e brasiliane la missione più importante della mia vita. Questo avvenimento, al di là della mia persona, è una dimostrazione del progresso democratico del nostro paese: per la prima volta una donna sarà presidente del Brasile. È il momento di sottoscrivere quindi il mio primo impegno post-elettorale: onorare le donne brasiliane affinché questo avvenimento, finora inedito, si trasformi in un evento naturale. Che possa ripetersi e ampliarsi nelle aziende, nelle istituzioni civili, nelle entità che rappresentano tutta la nostra società. L'uguaglianza di opportunità per uomini e donne è un principio essenziale della democrazia. Mi piacerebbe molto che oggi i padri e le madri guardassero le proprie bambine negli occhi e dicessero loro: SÌ, le donne ce la possono fare!

mercoledì 15 dicembre 2010

bugiarda

Gli uccelli attaccano un chiasso atonale
non sincopato
da un albero all'altro,
canti di rugiada
le cui canzoni non hanno parole
da un albero all'altro
quando la notte si mette le sue lenti scure,
una su questa fronda, altre due là dietro.

- Le parole, come tutte le cose, colte nella loro finitudine.
Qui iniziano, qui finiscono
per quanto in alto si sollevino -
io lo so, e questo è il mio castigo,
e non amo mai nulla così tanto
da imprimere in me un marchio
e calarmi di colpo nella beatitudine.

Charles Wright

È una fase delicata. Uno di quei giorni in cui, quello che hai sempre desiderato è calpestato, quello che non avresti mai considerato si sta avverando, ciò che consideravi un cimelio da mettere all'asta non rende un centesimo, ciò che avresti venduto, appena acquistato, ti regala un sorriso a sorpresa. Sì ma mi diverto poco in verità. Ed è per rendere omaggio alla mia secolare indecisione che entro, mi guardo intorno, mi siedo cinque minuti, cerco nel menù qualcosa che mi piaccia, tanto ma troppo costoso, mi alzo, per niente a disagio, scivolo via e fuori alzo gli occhi all'insegna luminosa, smorfia di curiosità, come se non l'avessi mai vista. Questa è la scena mia preferita. Sembra un messaggio cifrato. Ma no, sei tu che credi che esista una comunicazione perfetta scritta. Io devo guardarti in faccia, cancellare ogni traccia di contraddizione, con una manata spostare tutti i fraintesi, evitare che si corrompa ogni utilizzo di inflessione, stabilire un rapporto stabile tra parola ed espressione, una convergenza e concordanza di codici di comportamento… voglio una pacifica ricezione di ogni tuo gesto. Ma se riesci ad essere talmente infida e oscura che nemmeno tu, rivedendoti, saresti in grado di riconoscerti! Oh, però ti diverti!

Sei il termine ultimo di un processo mistico. Metto fine alla serie di presagi e prendo posto insieme all'assoluto. Sostituisco ogni forma aliena, ti rendo fedele, enigma affascinante, unico scopo della vita, ma io avvolta dalla nube dell'incertezza, potrei in una sintesi suprema presentarti una o due, al massimo, ipotesi possibili relative alla natura del nostro amore, io incarnata e finita. No rinvio, ritrovo il mito, la metà di me non esiste all'infuori di me, nello slancio a possedere una verità potrei indebolirmi e perdere, sul serio, l'unica aspirazione, vera… alcune per anni, altre per un giorno.

Soltanto le cose inerti non aggiungono nulla a ciò che sono… la vita è il romanzo della materia.

lunedì 13 dicembre 2010

scomparto mente


Chiudi… ti rubo un bacio. Cos'hai scartato? Asso di cuori. In un laboratorio di nuove emozioni, tra una spiata attraverso la tenda accostata e una sbirciata fuori dal finestrino, scorrendo dal braccio appoggiato al tavolinetto fino al collo abbandonato alle tue labbra, hai avvicinato furtivo l'orecchio e hai rimarcato, lentamente, sillabandolo, l'ultimo invito a correre nel vagone ristorante. Lo sai non si può. Non ci credi nemmeno tu. Stralunata alternando voglie e ritrosia hai favorito invece le mie carezze, e ora nella poesia dell'allungata geografia delle tue gambe, sei addormentata e in pace. Io vado con la memoria ai miei estenuanti viaggi, di là del confine, attraverso i confini, in compagnia di improvvisati cacciatori e affabili prigionieri delle mie storie, nelle quali non ci sono catene, né divise, né marchi, né colpo in canna. Vagonate di bestiame che sprigionano un odore che fa perdere i sensi. Lasciali stare. Non serve riportare a galla tanto marcio. Non è marcio, abbiamo imparato a viaggiare? Siamo in grado di accogliere? È un'ossessione. Ti consiglierei di non pensar troppo… Io divago, mi perdo, arrivo fino alla motrice e mi accorgo ch'è disabitata. Faccio parte di un mondo a parte che ondeggia e sbalza ad ogni scossone, ad ogni cambio non proprio perfetto, fermi e sempre in moto, un corpo solo, un'anima sola, insieme di corpi e anime smembrate, quando varchiamo quegli scalini e sentiamo il pfuf dell'ermetica chiusura, diventiamo isola su parallele disunite, prevedibili, strane, eterogenee, imperscrutabili…

giovedì 9 dicembre 2010

lo-fi


Non amplificarti, li sento. Decido di tuffarmici a capofitto, di piedi non riesco. Voglio sentire l'acqua che separa in due direttrici la desolazione della mente. Sulla scena entrerò in silenzio, e la gente comincerà a intendere, dapprima, un carillon sfibrante, poi di seguito, pian piano, quasi come una parabola ossessiva, la discesa tra i flutti, incessanti, ripetuti, manovrati ad arte, a sommergere e a quietare. Tutto ciò che non sarà mai possibile in realtà, in sogno io posso. Trasognato e straniante il mio abbandono in un eremo da me stesso costruito, in cima a quei rami, al di là delle fronde, solitario e fiero, distante dall'affanno, affondo le mani nell'ideale nuotare, tocco col dorso e con i palmi sui quali mi si è sviluppata una resistente cartilagine, solco i mari, abbatto la soglia temporale, annullo le distanze, maestoso pesce, avvolgo e m'inarco in spire sinuose in un crescendo febbrile, m'abbasso al passaggio di frotte luccicanti e sontuosamente vestite a festa… riprendo vigore, mi sfianco, mi mescolo, mi lascio accarezzare da spugne e coralli, sobrio e alimentato da nuova fiducia, mi lascio trasportare dalla corrente amica. Ma quella tradisce, mi sputa fuori in un vortice sempre più alto. Acqua e aria si incrociano a formare un muro celeste e grigio, tempestoso e pacifico s'erige, disordinando e accompagnando il mio volo, poi a un tratto si spegne e flebile mi depone per terra a ripensare alla forza d'urto e alla quiete successiva. Fiume, rapide, tappeto verde, magnolia in fiore…

lunedì 6 dicembre 2010

sconsacrata

Ci risiamo, eh? Sì come uno più uno fa uno. Solo uno. Non è una legge imposta. È la mia. E maledetti il giorno e l'istante in cui mi ritrovassi a pensare il contrario. Ed è già capitato. Il fatto è che non dovrei mai dimenticarmi, non dovrei mai… illudermi che con il solo desiderio di ridisegnarmi tutto un nuovo abito addosso possa esser un'altra. Sono una illustratrice, è questo il danno maggiore. E cos'è questo nuovo ritratto? Chi è? Fuori dai contorni c'è tutto un paradiso, potrebbe esserci una diversa realtà, e invece no, non c'è nulla di più autentico di quell'espressione famelica appuntata sulla fronte di quella donna divorata dal bisogno di uscirne, di separarsene per sempre. Un fantoccio, ecco cosa sei. Vivi nel terrore della denuncia, del sospetto e della menzogna. Non sarai mai una ribelle, vivi storie di abisso, eresie e frustrazioni, paranoie e scosse private con frequenza disumana. Sporchi, vìoli e forzi con inaudita violenza quel bel cassettone passato di madre in figlia… tutto il corredo, lenzuola finemente ricamate che non vedranno altro che ombre sfuggenti, o semplici comparse. Quando ti deciderai a mettere la testa a posto? Rimane inascoltato l'appello. Incarognita e imbruttita ti impaludi in un soliloquio da ore, giorni, anni; stai girando in tondo, senza pausa, caviglie, sottili, ormai inesistenti chiuse in anelli di metallo che mordono, divorano, spendono, sperperano. È il mio regno, cosa vuoi? Faccio un'ultima pazzia, poi basta. Calo giù e nel fiume infestato delle mie stesse frustrazioni, mi sobbarco di altra scostante e depravata solitudine, conio una nuova moneta, figura poco sacra come effigie: ennesima caduta di stile, ma è il mio, luce intermittente e cortocircuito di eleganza e bon-ton! Questa non è democrazia. Son tiranna del mio deserto.
… il disegno era il mezzo per trasfigurare il mondo… Come se la vita, quale che sia, ricreata dalla punta della mia matita, assumesse all'improvviso la sua autentica importanza e il suo vero significato: quello della realtà.


In ogni specie sono i solitari a tentare esperienze nuove. Dietro di loro la traccia aperta si richiude.

giovedì 2 dicembre 2010

con dedica


Lo apro, e la consulto, come fosse bussola, come fosse vento. Ed è direzione, nella quale m'inoltro, e raccolgo e li percorro, tutti questi codici. Ne estraggo tanti. Eppure tale percorso dovrebbe essere inquadrato. E invece non incontro ostacoli, non m'imbatto in fil spinato. Il mio sentiero è lungo e si fa sconfinato. La mia poesia può essere considerata femmina, è naturale, sono una donna. Eppure il mio percorso di crescita comporta il raggiungimento di una fase più matura dell'impegno poetico, e compagno di viaggio è la mia metà-maschia, cammina insieme, e io accanto, di pari passo con il disimpegno di genere. E continuo a leggere. Transito lento lungo spazi illimitati, manifesti agi negati a me e ai miei talloni. In tutti i luoghi in cui andrò ci saranno un letto e una sedia e un tavolo. Leggere e amare e scrivere. Amare e leggere e scrivere. Prendi il primo, avvolgilo intorno al secondo, gira il terzo sul secondo. Non è forse un bell'intreccio? Ossessione e giustificazione. Il mio punto fermo. La mia fortezza inespugnabile. Un diario fedele. Apro le virgolette e riassumo in poche parole la mia vita prolissa, note che si fanno vicende, periodi che sono quotidianità; chiudi, ruota il paravento dei miei sentimenti, sintesi dei viaggi attraverso la passione e i suoi interpreti, personaggi e i miti della mia storia, immagine riflessa e modello che aumenta, allarga, arricchisce la nostra vita verso tutte le altezze e tutte le profondità… son distaccata, sola, in polemica e con una parte e con l'opposta, critica e aspra, sfogo la mia irritazione contro coloro che non riescono e non vogliono superare le barriere di classe, saltare le posizioni ideologiche, le confusioni e le matrici integraliste e intellettuali. Scavalco e mi fermo lassù a contemplare l'unità. L'amalgama delle differenze e non son più tali. E tutti di qua son nani. Quanti storpi, quanti decimati delle proprie facoltà. Guarda e io le vado incontro, si apre da sé. Io mi siedo là: guardo, canto, grido, piango. Mi confondo con l'immagine degli alberi e sono consapevole che qualcuno mi ascolta, qualcuno che esisterà tra duecento anni o che esisteva già trecento anni fa. Parla a me. Solo a me. Non l'ho cercata. L'ho trovata. È così che posso, quasi per caso, trovarvi quanto vi è di nuovo in me. Tonfo secco. Morirò in inverno. Son nata in inverno.

Crediamo pure
crediamo pure all'inizio della stagione fredda
crediamo pure alla rovina dei giardini del sogno
alle falci riverse ed intonse,
e ai grani imprigionati.
E guarda adesso, come nevica…

a M. e G.