domenica 17 aprile 2016

a possibile failure



Ma che titolo ha? Che libro è? Di cosa parla? Chi l'ha scritto? Di chi è la copertina? Che carta han usato?

A lei non interessa rispondere alle domande, né porne a sua volta. È l'impossibilità d'esserci per un'altra, ma anche per sé stessa, l'impossibilità di comunicare veramente sia con gli altri che con sé, l'impossibilità di distinguere fra reale e ideale, fra dato fisico e la sua proiezione mentale, fra la considerazione che altre persone han di lei, quella che pensa che le altre abbiano e quella che ha per se stessa (I get this cynicism).

Non ha una storia piana, richiede attenzione, gioca e ti chiede di giocare, di abbandonarti, di travalicare confini fra detto, non detto, immaginato, pensato, fra razionalità e irrazionalità, sogno (ma dorme?). Non c'è dialogo se non contatto d'occhi, e se per certi versi ci può essere una vicinanza rimane comunque sempre maggiore la distanza.

È cronaca di abitazioni che non può (o non vuole) abitare, da cui partire e a cui tornare, case, appartamenti e sì, corpi: corpi in cui entrare, da cui uscire, gambe che guarda allontanarsi, natiche che non vedrà mai più; non può far altro che usare il pensiero, razionalizzare o sognare, discutere o rimanere in silenzio senza essere capaci di abitare davvero, di vivere i luoghi e le persone, persino le pagine.

Torna al titolo, e le sembra che tutto ruoti intorno alla parola, la parola che si fa tramite tra impossibile e esistente (esiste, no?), che dunque in quel tramite trova una possibilità di esistenza, forse, che dall'impossibilità l'unico modo di comunicare con questo mondo è immaginarsi possibile, come la via da percorrere per andar via, ché tutti lascia andare e mai va, il via, impossibile.

L'impossibilità scritta non è forse un po' meno impossibile? Esisterà il suo autore? Esisterà la sua storia, scritta, letta e capita? Quante domande inutili.

Pagine bianche. Da riempire. O da lasciar bianche. Tra parentesi. Chissà.


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