mercoledì 13 marzo 2013

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Io sull'altalena ci son salita a due anni appena. La sensazione mi piacque talmente tanto che decisi: tra qualche annetto quando ne sarò capace e soprattutto quando riuscirò a non farmi scoprire, ne costruirò una io, tutta mia, tutta mia. Sapevo essere adorabile e pestifera allo stesso tempo. A quattro anni e sette mesi ho preso di nascosto martello e chiodi e ho unito due assi abbandonate accanto a un trullo in ristrutturazione. Ho recuperato una corda di quelle che usava mio papà per imbracarsi e salire sui pali della corrente elettrica, l'ho annodata forte, stretta, e l'ho fatta passare attraverso due rami, i più alti del fico altissimo accanto al pollaio. Non appena potevo sgattaiolavo via e mi ci abbarbicavo: a testa in giù, in piedi, su un piede, appesa alle sole corde, facevo per darmi una spinta forte, arrivavo su in cima, vedevo solo cielo, sentivo solo nuvole, parlavo solo al vento, credevo d'aver preso il volo e invece ritornavo sempre indietro e allora mi spingevo più forte.. e intanto ridevo, di un riso matto, dolcissimo, libero, profondamente vero, di quella gioia che insiste ogni giorno ad iniettarti pieni di fiducia giovane, immune da difetti, quasi perfetta e ti spalanca alla vita, forse troppo ingenua, ma talmente lontana dal male e compenetrata nella sua stessa freschezza che ancor oggi ne senti il suono flautato, lo scrocchiare asciutto, il passo sicuro, il gusto della scoperta. Cosa succede ad ogni ridiscesa? Cresce la sensazione del sogno irrealizzato, si realizza chiara la manifestazione dell'impegno non soddisfatto. Non ho mai visto quel gioco solo come tale. Non era ricreazione la mia, ma ricostruzione di uno spazio alternativo, di una dimensione diversa all'interno della quale esularmi e abbracciare la facoltà creativa, la capacità di toccare con mano la sostanza e la materia della passione e della fantasia. Ne accarezzavo appena la superficie liscia, scivolavo di nuovo giù, m'intestardivo e alimentavo il rischio, io funambolica e incontentabile, e ancora su, su.. e ridevo del più potente e assordante riso, quello che soffoca i demoralizzati, seppellisce gli sguardi spenti e colora di giallo fervore e rosso allarme. I miei prendisole, le mie ciabattine, le mie gote.



Ero cresciuto ascoltando predicozzi quotidiani sulla responsabilità personale. Mi avevano insegnato che il lavoro, l'onestà, la volontà, l'applicazione allo studio, erano alla base del successo nella vita, e quindi della felicità. E tutto questo, dicevano, era espressione di libertà
Giuseppe Casa


A proposito quel trullo è crollato, la mia altalena è ancora lì.

8 commenti:

  1. ah, bene, finalmente ti si rivede!
    hai proprio ragione, l'altalena è molto meglio dell'alternanza dell'altalenare tra le alternative altalenanti:)

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  2. L'altalena come metafora del fare una cosa per il piacere di farla, fatta poi in segreto, con le proprie mani, è il massimo ... sarà eterna.

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  3. altro che autostrade per il cielo, altre che grandi opere ...

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  4. è sempre un gran bel post.
    quest.

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  5. Io cadevo sempre dall'altalena...ed ora si vedono i risultati.

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  6. ragazza "tosta" se così piccola ruscisti a costruirti un'altalena.

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  7. Questa storia dell'altalena ti si attaglia alla perfezione, direi!

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  8. l'altalena Milena… :D grazie amici. Più su, giù giù. Mio carattere e mia vita. Vero. Mi sta a pennello! *****

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