giovedì 30 aprile 2015

10mille.me

È cominciata con un paio di palleggi, sulla spiaggia, alla fine d'una giornata intera trascorsa al mare. Dopo la gara di tuffi, il panino e la birra, la passeggiata sul bagnasciuga, la partita a scopa, la noia si fa sentire, stai decidendo se fare armi e bagagli e andare, quando intravedi in controluce il su e giù di una palla al di là delle dune. In piedi li scorgi più chiaramente: tre tizi in cerchio.
Ti avvicini e li senti: ad ogni tocco corrisponde una battuta, ad ogni ricezione un pezzetto di racconto e tra uno scambio e l'altro costruiscono un dialogo, scrivono una storia. T'insinui tra loro. Il più piccoletto ti nota. Primo passaggio.
'Tocca a te!'. Nemmeno il tempo di rifletterci su. È come penetrare in una stanza buia, ma riconoscendo comunque i contorni delle cose, come slanciarsi nel vuoto, pur sapendo che troverai braccia pronte ad afferrarti. Secondo passaggio.
Ora sei parte dell'opera, un frammento della scrittura, tratteggiato a colpi di grafite, ricalcato a carboncino, estratto col taglierino, sagomato col bisturi, riempito con carta pesta, intarsiato con le sgorbie,  ridefinito a pennellate. Terzo passaggio.
È maschera che indossi e incarna un personaggio, è persona trasformata e nuova, è insieme di identità distinte e complementari, è gruppo di espressioni e di tipi caratterizzati e via via sempre più definiti.
È cominciata con un gioco, continua come una gioiosa partita. E via. Eterno passaggio.


lunedì 13 aprile 2015

incomunicabilità

Non posso obbligarti a non conoscere, trovare il nuovo, guardarlo, considerarlo interessante, bello, volerlo, prenderlo. Non posso costringerti a non guardare. Ma vedi? Capisci? Senti? Come in un paese straniero in cui si parla una lingua incomprensibile, costretti a fermarsi a guardare le labbra, quel movimento impercettibile di lingua e denti, gola e palato, i suoni senza senso, i sensi senza suono. Muti e sordi come in una apocalittica atmosfera, chiusa da oscure minacce, angoscianti giochi a tradurre gesti ed espressioni di visi estranei, imperscrutabili e poco familiari. È un gioco assurdo. L'una ha conseguito studi legati alla comunicazione, ma nulla sa, l'altro è istrione e brillante, e tutto sa, e nulla possono per avvicinarsi ai rispettivi linguaggi. Seguono rimpianti e recriminazioni, enigmi irrisolti e cupo erotismo. Censura. Taglio. Inopinato cambio di set. Fine.




giovedì 26 febbraio 2015

Qual è la questione.

Macché intrattenimento. Mai stata una showgirl. È un manifesto generazionale, un atto rivoluzionario, l'espressione di dissenso, il disappunto politico e umano. Capace di incarnare lo spirito della rivolta, un istinto primordiale ch'è fuoco acceso, sfogo impetuoso e fa cenere ch'arde per ore. E nella stanchezza e nella noia, nel disincanto e nella quiete successive all'amplesso già ripensa e pensa a quello dopo. 
Troppo lontano. Troppo tempo.

Vuole tutto lei. Non le piace spizzicare. Assaggiare. Ché comincia a spiluccare, ma il grappolo deve afferrarlo forte o avvolgerlo e si farebbe vipera fosse volpe e lui troppo in alto. C'è l'uva che non riesce a raggiungere e, piuttosto che morirne, ci rinuncia. Non prima di averla irrorata col veleno. Nessuna deve goderne se non può lei.
Troppo lontano. Troppo tempo.



Il richiamo era forte. Non avrebbe potuto essere altrimenti visto l'incipit viscerale: parole trasudanti voglia, conquista, libertà, dominio. Sentimenti tanto contrastanti a fare cerimoniale nero, invettiva e tregua, fuga e sosta. È avvenuto, lo scontro tra due personalità diverse, scosse e placate da movimenti chiari, inequivocabili. La distanza s'è annullata.
Troppo tempo.

È stata una battaglia a viso aperto, una sfida vinta e persa da entrambi. Nudi l'uno di fronte all'altra. L'uno nell'altra, emergenti ogni volta dall'oceano di rabbia e passione ch'è difficile tradurre se non invadendo, straziando. C'è il tempo in cui si cede e ci si concede, s'abbassa la guardia, ci si abbandona, ci si lascia e le distanze s'allungano di nuovo.
Troppo lontano.


Musiche di 
Joan as Police Woman 

Terry Callier.

lunedì 2 febbraio 2015

rivela.

I periodi migliori son quelli che passano inosservati. Quando sei felice facci caso. Guardati dentro e fuori. Ti si riveleranno, come i segreti, di cui tu e solo tu conosci l'esistenza, san fare. E tu sorriderai compiaciuto, intimamente soddisfatto. Tutto preso dallo strambo e dallo scombinato, quel disordine interiore che diventa armonia, la sconcertante rivelazione d'essere parte integrante e non solo spettatore, l'incoerenza, la confusione… gli sbalzi d'umore, l'esaltazione dei sensi e la parola quella parte di te ch'arringa e con la lingua, come un laccio, tutti intorno se l'attira, immobilizzandoli al loro posto.

Spaventoso sovvertimento dei sensi che trasformava quell'attimo in infinito sbalordimento.



martedì 13 gennaio 2015

At least. For now.

Corpo nudo. Turgido. Scuro. Viso scavato. E non solo. Figura e didascalia celate dietro un bellissimo sorriso, ma troppo magro per poter rappresentare la salute. Voce profonda, ma stentata. Elegante, ma stentata. 
Potenzialmente potrebbe ambire a ricchezze e riconoscimenti, ma troppo insicura, troppo sempre troppo sempre insoddisfatta.
Con sua madre che sprona o regola, esercita o ossessiona, ma non riesce a contenere e quella esuberante, ne fa intuito, estro, ideale perduto, ma visibile in controluce.

Bella Lei. Ha capito tutto. Non ci si lascia sopraffare e dalla malattia e da tutto ciò ch'è estraneo, aggressivo, distante, invadente, irrispettoso, deturpante, egoista, menefreghista, indifferente, qualunquista, stoicamente inoculato.
Non sembrano aggettivi adatti a definire il cancro.
Come no?
Sua mamma conosce l'importanza delle parole, ma anche quella del ritmo, dell'opportunità di dirle o di tralasciarle. Lei anche, e ora le ha per sé - non rivela il male - e le conserva in attesa di vendetta servita come e se si potrà poi servirla.

Ora serve camminare su tappeti spessi, per non far rumore, per attutire il dolore. E quello sbuffa quando non lo si può tenere dentro, tenere a freno i nervi già tesi e le emozioni. Vorrebbe esser contagiata dalla stessa fredda impassibilità. E non sempre riesce. Narrano d'arte d'arrangiarsi, d'ironia che salva. E lei dispone di entrambe, ma sotto la patina dell'impulso si nascondono la coscienza e la consapevolezza d'esser debole. Sensibilissima. 
Sempre la mamma, quando la vedeva sofferente, non sapendo, diceva: 'Oggicosè?' tutt'attaccato, senza apostrofi.


di seguito una diapositiva di 'Come mi faccia attaccare facilmente, ma allo stesso tempo disintegri con altrettanta semplicità. Sniffatevela voi'.

Leggo, ascolto, penso, guardo tutto e piano, con la fatica che ne consegue. 
E rallento ancora. Piano. Più piano. E chiudo. Occhi. E apro. Sensi. 
Almeno per ora.

domenica 28 dicembre 2014

presente, già, storia

Se c'è una cosa che non le riesce bene è misurare le percezioni, rendere reali delle astrazioni di per sé meravigliosamente semplici al solo fine di adeguare la propria arte al contesto, all'imbuto della forma-normalità, alla tragedia del comune.

Potrebbe essere il trionfo dell'improvvisazione. Ci si abbandona a una ripetizione creativa, a un loop o milioni di essi che si adagiano piano, prendendosi ognuno il suo tempo, lento, lentissimo: nasce, cresce, matura e muore nell'arco vitale di un ciclo mai uguale a se stesso. Tessuto liquido, percussione gassosa. Lui è perennemente lì, ma non riesce a trovare uno spazio ben definito tra l'epidermide e il contenuto, un flusso di coscienza fascinoso, subdolo, libero.

E invece viene incapsulata, imprigionata in una impressione estetica e non estatica, alla quale manca la profondità, un apparato monodimensionale, un pensiero registrato in studio e non esibito dal vivo. Scarso dinamismo, realismo estetico fine a se stesso. Giocoforza maniacale, cosmesi bieca e cieca imposizione. Lei è lì, perennemente ribelle, violenta nemesi. La goccia cinese contro il machete. Intrico. Intrigo. Passo in avanti. Scivolata indietro. Taglio netto ed espressione viva poco ispirata.

Un momento e un giorno. Un giorno e un anno. Sembra lontano e remoto. Nel futuro. Il presente è già passato. Storia sfocata e tremula. Lo fermo nella memoria e nella mente, ora. E improvviso.



venerdì 12 dicembre 2014

demòni

E lo vedete realmente? Vedete realmente una figura ben definita?

Come in una situazione di grande disagio e di estrema fretta. È tutto stabilito. E poi, in prossimità della data disdici, annulli, ti neghi. È un periodo tormentato, ti sembrano gli anni peggiori, ritmi intollerabili, umilianti difficoltà, cappio incombente dall'alto e pungolo continuo dal basso. 
Sensazione di resa e stimolo ad andare avanti. 

Quando parli di diverso ordine di esistenza, di sospetto, di realtà altra e non ti si comprende, e ti si deride ché i modi son veementi e febbrili, enorme è la malattia, troppo invadente, assai melliflua e insidiosa, t'ha resa cinica e lasciata inerme. Ti sembra di reagire, ma rimani lì, ferma e delusa.

Poche frasi stavolta, ma sufficienti ad appiccare, ardere e consumare le poche certezze. Ambigue come posson essere due lingue biforcute, ma lunghe e contorte, congiungono opposte rive, il tempo breve di un'illusione passeggera, di un tentativo di redenzione fallito, ed è impossibile stabilire un segno armonico e un disegno preciso. Stento.


Sì lo vedo, lo vedo così, come vedo ora voi... e talvolta lo vedo e non sono persuaso di vederlo, benché lo veda... talvolta non so chi dei due realmente esista: io o lui…


F. M. Dostoevski, I Demòni

venerdì 28 novembre 2014

La grande voglia

Di star meglio per andare.

Di vivere meglio per non tornare.

Di capire ancor più per lasciarsi andare.

Le simmetrie le ho sempre odiate. 
Le rime, le unioni forzose, le combacianti, le indissolubili. 
Agli inizi, no. Tutto sembra talmente naturale e spontaneo che apri fiduciosa, ma poi più leggi, più assorbi, più tutto diventa inafferrabile, impalpabile, intraducibile. 'E tu non afferrare. Non stringere. Non appropriartene'. Comincio a deconcentrarmi, ma è evidente, dove prima si intuiva un'ombra appena accennata, c'è una montagna di polvere che s'agita e m'agita. La sostanza di quel che sono stata o che avrei potuto essere e non son stata, quella che allude ed elude. Annulla e s'annulla. Nega e si nega. Non dice nulla. Afferma tutto. E s'estende sul tutto, me compresa, m'avvolge, con me si fonde, ci supera, umiliandoci, sublime ed evanescente e sospende. Per sempre. Qui sì, quella continuità acquista un senso: essenza, assenza, emergo e scompaio, vertigine e profondo equilibrio. La voce svanisce e l'opera si compie. Chiudo.

Di trattare tutto col giusto tocco.

Di assottigliare il sottile confine tra due diffidenze.

Di fondere i due.

Voglia poca.





nulla che sarà e il nulla che è stato
Mark Strand

giovedì 20 novembre 2014

odiare non m'affatica

T'ho visto, stai storcendo il naso. E stai pensando che così non va. Che dovrei cambiare. Che dovrei aprirmi. E io, al contrario, guarda, toh, ho deciso. Che così va. Che dovrei cambiare, sì. Ma che dovrei chiudermi. M'han chiamata aceto. Ed è un avete ragione. E lo si diventa quando non si è sigillati per bene. Quindi detto ciò, ragionato e stabilito, conclusione ovvia vuole che trionfalmente io vada a riprendermi il mio meritato riposo, liquido denso che si farà sempre più corposo, contenuto tra assi incurvate, profumate di legno pregiato, tenute ferme e salde da strisce potenti di ferro. Dopo un'annata disastrosa, la precedente, la produzione attuale si presume sia buona, poca cosa, ma con resa discreta. Attendo. Attendi. Lo sbocco naturale è quello. Afferra e gira. L'apertura si respira già, atmosfera festosa, ultimo arrangiamento e armonia lontana dalla pozza di depressione in cui eravamo mortificati entrambi. Fai in modo di immergerti totalmente, non perderti in paragoni, lascia che sfoci dentro e fuori e non costringermi oltre. E non imporre maturazione. E non registrare risultati. E non esprimere giudizi. E non centellinarmi. Mai. Impazzirei se dovessi perdermi in gocce versate piano. Voglio che spalanchi a sorpresa e prenda a piene mani. Io in continua guerra con me stessa e con gli altri. Con chi vuole imbottigliarmi ed etichettarmi. Io. Divisa o spaccata. 
Versami e riempiti. 
Non voglio che mi sorseggi. 
Voglio che ti ubriachi. 
E io in te.

Chromatics, Night drive




lunedì 10 novembre 2014

bugiarda favolosa

Per ritrovare la vera me bisogna abbandonare tutte le altre piattaforme in rete, fare un salto e arrivare qui. Solo su questo spazio sopravvive, pur ben nascosta, la reale vicenda. Mi potreste incontrare dappertutto, ma simulo alla perfezione e mi muovo a mio agio tra grottesco e irriverente. Qui, invece, lo sguardo leggero e beffardo si smarrisce come in vicoli stretti e troppo simili, inciampa come su sconnessi e irregolari sampietrini. Il mondo di fandonie si sgretola davanti al passo incerto e al respiro affannoso. La stanchezza si fa sentire impietosa. Nessun pensiero profondo, né sgomento né travolgente passione. La voce narrante si rompe perché nelle orecchie risuona piantata, fissa la melodia di Arvo Pärt. Emozione tutta mia, indivisa e indivisibile. Mi volto indietro e mi sferza un vento odioso e fastidiosissimo. Guardo avanti. Niente di speciale. Cosa mi aspettavo? Tutto, tranne il nulla dove un tempo doveva esser stato così tanto. Ma so che devo andare, per perdermi ancor più. O per perdere tutto il resto.

A ciascuno il suo.






martedì 28 ottobre 2014

fo disfo soddisfo insoddisfo

Mi sedetti dalla parte del torto perché quelli seduti dall'altra parte parlavano con la bocca piena di ragione.

Piccola storia, come di tante è fatta la vita, divisa in tante comode mono-porzioni da portare con sé nel borsello frigo ch'è la vita stessa. Ci vuole un solo giorno per dimenticarsene. Fingi un'amnesia o la smarrisci sul serio o compi il gesto inconsulto, meglio ancora, e le spazzi via tutte insieme. Trasferisci armi e bagagli, mini-bazar zeppo poco di cianfrusaglie di ogni epoca e valore, di solito amicizie e momenti di gloria vacua. Sono uno spirito geneticamente retrò, fatta di nostalgia di un punto imprecisato del passato e perciò potrei collocarlo a piacimento in giro e appuntarlo in boh al .° paragrafo di un racconto brevissimo. Poca roba, ma l'avevo ampiamente già detto. E la location? L'hai scelta, ed è una città fatta di contrasti e fascino, per niente calorosa e romantica, vintage e laidamente languida, macedonia di simbolismi, assurdo accrocco di mura privo di porte. Niente chiavi di lettura quindi. Perdita di coscienza collettiva solida e unitaria. Finalmente l'ho trovata. È questo il teatro dell'ultimo e definitivo colpo di pennello: tiro fuori la bottiglietta dal contenuto trasparente, me la vuoto addosso e mi do fuoco. L'alcol fa miracoli. Sempre.




Volli fortissimamente rolli.

martedì 14 ottobre 2014

il mio posto

Mi sono piegata al volere del mondo in cui vivo, un mondo che si sforza di far dimenticare i ricordi di quello che sta più in basso come se fosse qualcosa di cattivo gusto.

Ero seduta in mezzo a tanta gente divertita. E io non sapevo nemmeno come ci fossi arrivata lì. Cercavo qualcuno e non lo vedevo. M'ero anche piuttosto affaticata. Stanca, e lo sono da un pezzo ormai. Del possibile. Vuoi qualcuno che ti prenda in consegna la mente e gli occhi, vuoi affidarglieli il tempo necessario a dedicarti ad altre strade trascurate per troppo tempo. E dev'essere una ricerca non molto impegnativa perché anche i piedi che le percorreranno son doloranti. Dall'impossibile. Ma quelli vanno, mentre le dita scorrono su righe fitte, e lo sguardo s'è già posato su un libercolo o almeno tale pare ché già in pochi minuti t'ha compresa tutta non appena l'hai preso tra le mani. Probabile. E questo è l'inizio della storia. E io sto così, folgorata, come si può esserlo di fronte a uno spettacolo inaspettato, un film che non conosci, il pittore di cui non hai mai sentito parlare. È lo svolgimento, il compimento della iniziale impressione. Ottima. Ancora meglio. Chi entra nella mia vita e lascia una sottolineatura nero grafite, dal 4b al 9b. Morbida. Sì, ma densa, spessa, avvolgente. Le informazioni sono essenziali, lineari, secche, concise. Parole, gesti, gusti, profumi, rilievo e incavi, segni ed esistenze. Stile piatto, ma naturalmente incisivo. Credibile. Sto seduta e so perché quel posto è occupato da me. Lo capisco nel momento in cui mi giro all'improvviso e uno mi stampa un bacio sulla bocca. Uno. Verosimile.


Flunk Change my ways


giovedì 2 ottobre 2014

Punto.

I miei compleanni iniziano sempre con un incubo, perché contrariamente a tutti quelli che festeggiano il loro arrivo nel mondo come un giorno fausto, io mi sento in lutto.



Se c'è uno spazio ristretto e poco capiente quello è il mio petto. Mi stupisco di quanta rotondità abbia potuto ospitare. Poco sentimento. Scarsa attitudine all'impegno. Tanti stratagemmi. Altrettante bugie o verità nascoste. Rendo elastico questo mio torace, lo apro, ci scovo anfratti infiniti e multiformi. C'è un lungo corridoio e ripostigli scavati nelle pareti. È tanto scuro, ma a me il buio piace, anche dovesse comportare insidie e trappole. E ci sono. Scopro. E io le provoco tutte, voglio vedere fino a che punto riesca a spingermi. Oltre. Senza sforzo ché quando sono in vena tutto mi penetra, tutto mi riempie. Anche dovesse bruciare, far male, bloccarmi, legarmi, stendermi. Io che non voglio seccature né complicazioni ho avuto modo di veder crescere il male e vacillare la mia seppur precaria sicurezza. Mi son fatta squarciare, mi son tirata e ricucita, e ogni volta son tornata su, in un continuo assedio ai nervi, come una molla che si carica e scarica un nuovo assalto. Vuoi che ti racconti? Ti sequestro le mani, le dita e le guido sulle cicatrici. Quelle visibili e quelle interne. Mi presti la bocca, la lingua e la attiro sulle mie. Assaggia. Arpeggio. Armeggi. E gli indugi son spazzati via da una marcia epica, da una cavalcata folle, da una superba narrazione. Mozza il fiato. Come quel lampo improvviso che spalanca un varco nelle nuvole cupe e spesse e illumina il già spaventoso campo di battaglia, spot sui caduti, e flash su quelli ancora vivi che attendono nel Valhalla lo scontro finale. Sono figura in disparte che prende il volo, percorre al contrario la via, ammantata dall'elettricità depositata dal fulmine e infine si poggia, scarto e scelta, pausa e finale. E ora sta giù, s'inarca, si piega, si adagia. Piano. Punto.

Blood fire death - Bathory.

2/10/2008

giovedì 18 settembre 2014

En attendant

Si potrebbe tradurre in aspetta e spera. Ma il verde non è tra i colori preferiti il mio preferito in assoluto, né le citazioni ben accette.
E così vado senza muovermi. Sposto solo oggetti, ma i piedi rimangono ben piantati, senza radici in effetti ad avvolgere nulla, a scavare profondamente.

La lingua morta si dissecca e il cuore marcisce, cieche bocche scavano gallerie nelle carni, ma la terra resterà per sempre; la peluria cresce come a primavera sul petto sepolto, ma i fiori della morte sorti tra le cavità del cervello non appassiranno.

Sembravano veri e invece erano solo imitazioni di se stessi e io ricerco gli originali per troppo tempo ormai. Quando ci impieghi tanto sei fuori strada o sei andata troppo dentro e la verità è solo una: non c'è nulla. Nemmeno una parola, un verbo, una frase di senso compiuto utili a riportarmi in superficie.

Non ci sarà più alcuna lingua, non una lingua per il silenzio e per la terra: le labbra radicate non pronunceranno più parole, il freddo occhio del serpente sbircerà tra i vuoti del cervello, e non un grido dal cuore su cui sorgono i vitigni.

Poi finalmente un pugno, sferrato con forza ed esploso in piena faccia, mi rimbalza su, in una potente, continua progressione verso l'alto e nel mentre vi vedo tutti e tempo, guerra, buio, luce. Accumulo e vuoto. Salita e ancora e ancora. Rossa d'eccitazione e di rabbia. È stato orribile, denso e lieve.




passi Thomas Wolfe
in sottofondo Fleet Foxes He doesn't know why

domenica 31 agosto 2014

what dreams may come

Non serve nient'altro. Hai tutto ciò che ti serve, me esclusa. In realtà vorrei che fosse così, che tu fossi l'unico sulla faccia della terra. Sulla mia. Ho letto di una nazione in cui c'è un paese tutto al femminile. E io lo immagino il minuscolo nucleo: gli uomini son partiti tutti e han lasciato sole le donne in balia degli eventi, della durezza della vita, della morbidezza dei loro fianchi, della pienezza dei loro seni. Che atrocità sarebbe? Il vuoto che si perpetua per anni, decenni. Un lutto terribile. 


What dreams may come, when we have shuffled off this mortal coil, must give us pause.

Un giorno un uomo sarebbe arrivato. Unico. E quello lo si sarebbe dovuto dividere, prendere e lasciare, conquistare e cedere. Il solo maschio in quel nucleo crea scompiglio, scioglie, cinge, stringe e accarezza. Che atroce spettacolo sarebbe? Il vuoto che si colma e risuona, il lutto che si smette e si fa rossore. Rigoglio. Seme. Vita.

Comincia il viaggio verso l'altrove e oltre. Hai bagaglio e viatico. Inclusa me.

Passo da Amleto, atto III, scena I

Music Trentemøller The last resort


domenica 17 agosto 2014

Persa.



Di quando stavo bene ché non sapevo. Di come ti senti svuotata dopo un lungo e profondo sonno e così vuoi restare. Del perché ti svegli rintronata allo squillo del telefono che hai dimenticato di spegnere ché lo sai che le notizie devono arrivarti piano e non rovesciartisi violente sulla testa. Del se fosse stato opportuno rispondere e quanto tempo hai impiegato per realizzare che sì, sarebbe stato meglio non farlo ché lo sai, le cose iniziate in questo modo, apparentemente per caso, son quelle che finiscono male, anzi peggio.

È un viaggio, falsamente lungo, a ben vedere brevissimo, in mezzo a profonde fragilità ed intime inquietudini, attrazioni e repulsioni continue, sicurezze che si sgretolano a cospetto di un mondo conformista e regolato: ruoli da rispettare, limiti da ristabilire, equilibri da non forzare. Non puoi dimostrare cedimenti, non devi concederti a disorientamenti. E a me piace tanto cedere, io son fatta per essere disorientata. Ciò che dovrebbe essere, io non sono. Sospesa. Battuta. Applausi. Sipario.

venerdì 1 agosto 2014

anal-tema

Sto procedendo a marcia indietro da un po'. E, devo dirlo, mi si confà. Tanto. È come un pezzo musicale suonato al contrario. Non lo riconoscereste, ma intanto sembra avere un senso. Tanti. Parto mescolando direttrici diverse, evolvo e mi ritrovo ad essere una realtà di maggior spessore. Incredibile. Parecchio. Enfasi frapposta a un enigma. Dagli esordi fino al prologo. Un Suono ch'è graduale tanto da sembrare Silenzio.
Non c'è nessun punto fermo tranne quello alla fine di ogni espressione facciale. Prima c'erano righe rughe, ora punti nei. No, non l'ho messo il cuore. C'è qualcos'altro che pulsa e dà vita a una delle più imprevedibili metamorfosi di corpo e corpo. Sto ascoltando insieme Cradle of Filth e Porcupine Tree. Nessun biasimo d'anima perduta nel bellissimo rituale - sacro e barbarico - tetro e ferale. Tutto molto immediato. Laido. Sbraitato. Bollente. Perché ghiacciato.


venerdì 4 luglio 2014

invisibile

'Come avessi preso, grazie'. In sé ha qualcosa di incompiuto: appena abbozzata, per niente definita. Eppure… è bella, sì, molto. La firma è diversa. E nessuno riesce a capire chi sia l'autrice. Così dev'essere. Tutto per il piacere di fare. Tutto per il gusto d'esser fatto. Il nulla è lì, dietro l'angolo, in agguato. Ma lei non ha eccessivo timore, qualora dovesse spaventarla, si ritrarrà, farà un salto, ma finirà lì. Continuerà ad andare, com'è nella sua essenza, in carenza di coscienza, d'oblio regnante, in balia dell'inquietante sovrano che ha la meglio su tutti gli sforzi d'esistere, d'avere consistenza durevole, di conferire un senso al suo vagare sopra una terra indifferente.

Cos'è allora questo quadro appena appena tracciato? È una macchia di colore che si sposta lungo tutta la superficie della tela. Oggi è gialla. Strano, perché indossato su pelle ancora chiara, regola contravvenuta, onnipervasiva menzogna, un tema approssimativo, accennato, macchia luminosa sospesa in mezzo a un'atmosfera rarefatta fa del colore intenso un disegno quasi impercettibile, un mistero di seta frusciante, avvolge e scopre gambe non ancora abbronzate, l'andatura leggera come di foglia appassita mossa dal vento, si posa per terra e subito si rialza e si perde, ai bordi, in attesa di dissolversi. Nel tutto. Come tutto.


venerdì 13 giugno 2014

onnivora

Sarete d'accordo con me se dico che ciò che m'è accaduto sia una delle cose più belle capitate negli ultimi vent'anni. E bisognerebbe capire cosa sia successo in precedenza e cosa sia il passato unico così prossimo, che da vita al presente vulcanico e che come una marcia trionfale, che nessuno potrebbe arrestare, s'avvia verso un futuro, incerto sì, ma già si presume sarà creazione modellata ad arte a quattro mani o viaggio prolifico percorso da una moltitudine di piedi.
Ma non si preferiva spaziare in solitaria, rimirare paesaggi sconosciuti? Si continua a farlo, ma nel mentre ci si ferma ad immergersi in una materia nuova: musica polistrumentale, moltitudine di intenti, complesso di stimoli. In mezzo ci sono sempre io, debordante, inquieta e cannibale insaziabile che tutto copre, tutto divora, da tutto si fa penetrare. Intanto si attende una torrida stagione in cui si fanno potenti i profumi, i colori violenti, le parole dette evaporano, i desideri s'imprimono sulla pelle e la fanno scura. Più scura.



L'uomo deve farsi da sé, realizzarsi in un progetto costruitosi liberamente […] realizzarsi nel mondo come ha progettato di essere.
Stefano Scrima 'Esistere forte'

Il progetto è, in realtà, sconnesso e grezzo, larva slegata dalla crisalide, ma si percepiscono i contorni, l'ambizione e la dedizione abbozzate; si nutre, si riconosce, si scontra, si riscrive, si rianima…

sabato 24 maggio 2014

la cosa, il sogno

Apparirà allora che il mondo ha da lungo tempo il sogno di una cosa

Non avrei potuto scriverlo se non oggi. 'Perché oggi cos'è successo?'. Nulla, ma nemmeno domani. Il fatto è che uno ha sempre l'impressione che qualcosa stia cambiando, che qualcosa stia accadendo giù in strada, che ci sia qualcuno che smuova, ma nel momento in cui va ad affacciarsi, guarda giù e la strada è vuota. 

Eco di urla. Frammenti di idee. Versi lasciati a metà. Un genere che non capisco. 'Hai rintracciato la cifra stilistica?'. Nulla, soprattutto domani. Si risolve tutto in un nuovo partito che si da nome, programma, identità, e sembra l'unico che possa cambiare le cose, quello che sia in grado di restituire il sogno di una autentica giustizia sociale.

Che il sogno poi cos'è? La fase fantastica, proseguimento esaltante della vita reale. 'L'hai realizzato?'. Nulla, domani te lo dimostro. Vuoi che la gente comune sia capace di riformare la coscienza, dopo aver analizzato la stessa e compreso ciò che non va? Nulla, domani dormo. E sogno. E pretendo che tutto faccia silenzio.

Quando lo faremo noi il comunismo, lo faremo meglio.

Karl Marx - P.P.Pasolini