lunedì 31 gennaio 2011

s o s


Spenta, Oppressa, Solare… Sospesa, Offerta, Sopita… Sospiro, O, Svanisco. Delicata, garbata, elegante, ma non m'accuccio. Ma non era l'esordio che mancava? Non riesco a gridare al miracolo, non stupisco e continuo a salire per quelle scale, giù il tentativo di far festa, di volare al di sopra delle prove, dell'obbligo, dei divieti. Incelofano tutto in maniera approssimativa e mediocre, faccio dei fori omogenei perché continuate a soffiar fuori l'eccesso di moralismo becero e soffocante e prendo il volo. Plano un po' sulle vostre vite, mi arrampico sugli entusiasmi, mi siedo a vegliare i sogni, registro e suono come un vinile diavolo, e brucio, asfissiando, i sempliciotti che siete. Io, tu, noi, ci siam divertiti, ignorandoli o facendo finta che non esistano, negli eccessi e nella forzatura, nei privativi e nell'oppressione, ci siam convinti, esistono e stanno sopra, svettano e ci schiacciano, firmano per nostro conto l'ipoteca e il fallimento. Quale sagrada familia? Indovino la soluzione e la consegno in cartolina, mittente sconosciuto, indirizzo da convalidare. Gli interstizi hanno assorbito tutto, le chiavi non conoscono più la serratura, la colla degli adesivi trasborda e insudicia il colore della mia presunta purezza. Scosta quelle tende, oh, no, richiudi, non rivivrò, serra quelle porte, non lasciare uno spiraglio, manda giù, tira sù, recidi, respira vita… svelti, vi aspetto.

La morte di un uomo è come la caduta d’uno stato potente,
che possedeva eserciti prodi, capi e profeti,
e ricchi porti, e bastimenti su tutti i mari,
e ora a nessuno correrà in aiuto, con nessuno stringerà alleanza,
perché le sue città sono vuote, la popolazione dispersa,
il cardo ha ricoperto la sua terra un tempo doviziosa di messi,
la sua missione dimenticata, perduta la lingua,
dialetto di un paesello lontano su inaccessibili monti
Milosz Czeslaw

giovedì 27 gennaio 2011

primi vagiti


Freddo, caldo, freddo. Ho affondato le braccia, fino al gomito, nello sconfinato nostalgico mio abbandono. Ho urlato e pianto fino a liberarmi anche dell'eco che vagava indisturbata nel mio spazio interiore. Chi diavolo le avesse dato il permesso non ho mai saputo. Di certo non io. Son abituata a gettar via tutto ciò che non mi serva più, quello che mi dia noia. A testimoniarlo l'oscillazione della catapulta davanti alla mia finestra. Fuori tutto. Fori dappertutto. Ora m'adagio e calo il sipario. Sei lì a chiedermi l'autografo? Ma la mia mano si fa inafferrabile e raramente si accontenta della gratitudine. Urgente si fa l'emozione, lampo a rincorrermi giù dagli scalini, dentro ai corridoi. Indelebile dono, sogno di sintesi, rarità timidamente esibita, sincera affermazione tra i grandi. È l'opera prima, frutto del montaggio e dello slittamento di immagini sfocate o chiare, dormiveglia riassunti in un titolo, posizione fetale ed iniziale interiorità dell'inconscio. Resa condizionata: dono della sintesi contro originalità in dote. Si può cercare disturbo e plagio, ma in nulla riusciranno essi al cospetto della pittorica intimità dinamica e sconvolgente: spiccava sull'oceano della nursery, né rosa, né azzurro, ma viola intenso e fluttuanti calzini a righe verde squillante e rosa fucsia, alla faccia dell'immobilità dolente, ansiogena e strisciante della regola della moda e della scaramanzia. Realtà irrequieta coi ricci neri neri, concepita e definita amabile, punteggiata di ricordi e scorribande, in continua lotta, evoluta e oscillata fantasia, come sonno disturbato, potenza onirica troppo a lungo soffocata, debutta in società buttando gambe all'aria critici e fastidiosi ammiratori.

quant'è facile passar dall'io al lei…

sabato 22 gennaio 2011

cicatrice

Ora che il coro delle coturnici
ti blandisce dal sonno eterno, rotta
felice schiera in fuga verso i clivi
vendemmiati del Mesco, or che la lotta
dei viventi più infuria, se tu cedi
come un’ombra la spoglia
(e non è un’ombra,
o gentile, non è ciò che tu credi)
chi ti proteggerà? La strada sgombra
non è una via, solo due mani, un volto,
quelle mani, quel volto, il gesto di una
vita che non è un’altra ma se stessa,
solo questo ti pone nell’esilio
folto d’anime e voci in cui tu vivi.
E la domanda che tu lasci è anch’essa
un gesto tuo, all’ombra delle croci.

Affezionato a quest'idea. Sei andato così. Un grande respiro, una parola fermata sulle labbra, scivolata giù sulla federa bianchissima, tesa, come tanto ti piaceva. Ma stavolta ha lasciato intatto il silenzio tra me e te e ha viaggiato, insinuandosi tra le pieghe della grande trapunta, incrociando i pupazzi di neve ritratti, candidandosi come una delle più belle favole, quelle che iniziavi e alle quali dovevo trovare il finale io. Convincevo tutte le platee, l'ascoltatore improvvisato e quello più esigente. Mi destavo e mi riaddormentavo. Che grandi storie avventurose, a volte per nulla rassicuranti e non riuscivo a trattenere il tremito, ma continuavo nella descrizione sofferente e crepuscolare, solo per farti sorridere e stupire. Quando ho cominciato a non chiederti più il bacio ben augurante, a quanti anni non ho più corso ad abbracciarti, quanto pesavo l'ultima volta che m'hai presa in braccio e m'hai adagiata e m'hai rimboccato le coperte? Posso rinnovare ora quella vibrazione infantile, posso ricomporre quella trama interrotta, posso posare la mia mano sulla tua e restituirti tutta la magia e la delicatezza del tuo afferrare e stringere lontano dal pericolo? Oh, quante domande che fai. Come quand'eri poco più alta di così. La mano poco più alta del bordo del letto. E non riesci a trattenere il tremito. Mano grande, enorme, nella quale la mia entrava per tre volte. Il pretesto giusto per fasciarla, cingerla, sovrapporla, spalmarci sù un lieve accento di filiale amore, contaminazione grave o acuta, la firma a un biglietto nel quale ti auguro buon viaggio, tanto ancora da esplorare, ti scuoti e mi regali una tua eccellente performance: guarda, qui, e le orecchie seguono il ritmo dell'ultimo scherzo.


al papà

mercoledì 19 gennaio 2011

la donna che visse due volte


Hitchcock, Godard, Hawks, colleghi cari des cahiers faccio un falò, alto e imponente, darà luce al mio oscuro mondo. Sei pazza? Non ricordo nulla. Immagini slegate e confuse, idee riorganizzate ad episodi da una quindicina d'anni a questa parte filmano con una perfezione unica una storia incredibile. È frutto di provocazione questo mio messaggio, mai innocuo, mai debole. Mi sottopongo a terapia con continua ricerca di forma, di modello, ma nulla riesce ad estrapolare, vero mister Piccolì? Il significato rimane nascosto. Io riesco a toccare i confini della follia e ritorno indietro, più elastica e scandalosamente sovrapponibile. Apri, scoperchia, guarda dentro, che vedi? Tira fuori. Centinaia di metri e metri, e chilometri di pellicola, in alternanza pagine e pagine, scritte fitte, riconoscibili, sì, ma sempre espandibili, ricomponibili, poco strutturate, disperate alcune, altre proibite per eccesso di ottimistica vitalità in un'era in cui faresti bene a veder nero, e poi gioire nel caso si aprisse uno spiraglio chiaro. Non risparmio, non tolgo particolari, non trascuro di dissacrare, sconquassare, e monto al contrario, registro i contrasti e li accentuo, colori in contraddizione, colonna sonora infinita. Usare suoni ed immagini come unghie e denti su cui graffiare. Che vita sarebbe senza tinte forti e musica destabilizzante? Scardinate e trasfigurate forma e materia. Mi auto-dedico un pezzetto di impossibile, lo affiderò al tempo e chissà, forse riuscirà a ricomporre l'intero seguendo un itinerario immaginifico, in una parola: emozione.

"Io non invento niente, leggo molto. La mia originalità, e il mio fardello, sta nel credere che il cinema sia fatto più per pensare che per raccontare storie" (J. Godard).

lunedì 17 gennaio 2011

illeggibile


Fuori dai Crismi! :)

Disobbedisco. Diserto. Troppo difficile. Rumorista, fascinato, legittimo depositario di linguaggio sincretico ho sempre creduto nell'immediatezza della comprensione o nell'avanguardia incomprensibile. Sommariamente: sono alla deriva del tuo ordine, repello il sistema, escludo a posteriori la mia partecipazione a tutto ciò che riguarda il controllo mentale e il complottismo al servizio dei regimi assoluti, e mi abbevero alla dissetante alta cultura del partigianesimo viscerale e spontaneo, quell'originale commistione che dà vita a codici, due linee, un punto, tratto lungo, tiiii-ta-tiiiii. Io giro, giro, svolgo, ruoto, sposto, ma nessuna mia faccia coincide con le tue, maledetto cubo di rubik, stavo veleggiando tranquilla, quando tu hai preso quell'aggeggio infernale e hai cominciato a giocarci, ma non è un passatempo, e io ora sprofondo tra gli interstizi, nel liquame in devoluzione, nelle tue continue provocazioni oscene. Fai cassa di risonanza di questi paesi in guerra, e io un giardino sconosciuto, profondo, nello spirito antagonista, solitario, sempre in divergenza di opinioni, mi ci chiudo, e riapro il misantropico vialetto ghiaioso, via, uno strappo di vite: salta la polvere rugginosa del retaggio antico e puzzolente di stantio. Proiezione pura, scandisce il ritmo, si fa intelligibile, si esibisce in tutta la sua luminosità, intinge nell'espressionismo e dipinge ottimismo sovrapponendolo a dense pennellate su noia e cattiveria, canta forte come carica, a coprire la marcia militaresca, facendo a brandelli le atmosfere plumbee e pesanti, rumoreggia e sconnette, che buffo è il suono del carro armato che procede ebbro. Si deve attendere. Non potrebbe essere ora? Pazienta. Il tempo è galantuomo. Sì, gli strizzo l'occhio. È anche stanco morto. Pur contempla il mondo di quassù, bello e innocente, suggestione e sangue, attraverso quello squarcio, l'ultimo regalo dell'urlo marziale, sconnesso e orrendo, ne ha smontato un pezzettino e giace in una discarica radioattiva. Montatura senza vetro destro, sinistro scheggiato. Alienato, come in una stanza imbottita d'ovatta, centro e confine frastagliato, scudiscio e abisso dimenticato, c'è sempre un muro spesso e alto che sprigiona un tanfo di cadavere putrefatto. Guarda oltre. Rassegnato, impregnato di tensione e inquietudine sembra confuso sulla direzione da intraprendere. Troppo rumore, eterogeneo e pericolosamente interrogativo. Basterà che abbandoni l'intento come concepito e pianificato, sarà sufficiente scucirsi di dosso quel distintivo incompiuto. Avanti, solo profumo di croco e mughetto nella mia aiuola, solo chiare venature di panni stesi al vento, giochi di bimbi con berretti diversi, solo un abbozzo di pace, lancia l'amo, vedrai che abboccano.

venerdì 14 gennaio 2011

dietro il dito…


Magistrale dote, grande sensibilità, anima grande… supremo stile, fini capacità… shhhhhh… il mio ricordo è rivolto a un mattino in cui non avvertivo alcun rumore, nessun suono, nemmeno una frenata, neanche un rombo. C'era un silenzio assoluto che descriveva in maniera suggestiva la serenità e la percezione assoluta di un mondo diverso, ormai perso. Non immaginavo allora che quella sensazione sarebbe stata l'ultima, poche le occasioni di assaporarla nuovamente, abile la mia mente va, si appisola e si risveglia, dolcemente posata sul freddo guanciale, disarmante e consistente, come solido tocco, rosso e caldo tondo della gota sull'abbagliante panno. Colgo l'essenza intima delle cose, dei passi mossi fuori dal letto, emozione infinita e definita di impareggiabile bellezza e con gli stessi occhi guardo orgoglioso allo specchio della natura, poggio come allora lo sguardo ancor celato dalle amorevoli ciglia del sonno e vengo rapito dal bianco contorno… la sua pelle era bianca come appena uscita dal bucato. Chi ha lanciato in corsa il convoglio? Chi ha posto tra noi tutta questa lontananza? Dovrei rubare dei momenti e scandirli col colore delle stagioni, dovrei trascorrere e appassire senza che il tuo sentimento possa suonare le canzoni che tanto mi piacciono e m'intrattengono? Abbasso la testa e pago il caro prezzo, un sentore di tristezza mi seppellisce e cristallizza le tue ali in continuo moto, le cucio e le saldo al tessuto fluente, i fili rimangono lenti, pronti e pazienti, ecco, le tue dita scorrono e pizzicano corde dimenticate, feconda terra da macchiare e bagnare. Non ho il coraggio di guardare la tua tagliente bellezza, un riflesso mi colpisce e mi toglie la vista, trafitto e devastato. Lavo la bocca e tolgo il sapore nostalgico, mi guardo la mano, ho coperto la realtà semplice e pura, ho contemplato l'inesistente, sei qui, apro il varco e ti raggiungo. Tanto bianco, troppo buio.


Le figure e lo sfondo non avevano alcuna affinità tra loro, e lo sfondo, vago nell'oscurità, si mescolavano in una specie di mondo simbolico, ultraterreno.

martedì 11 gennaio 2011

chi vorrei…

Adempio all'impulso nuovo. Parto dalla parolina che solo qualche volta misi sulle labbra mie. Mi allargo pian piano, compio l'esercizio inverso di pronuncia del termine tanto potente, tanto prestigioso, tanta… son brava, dilato oltre l'inverosimile la penultima sillaba e mi sostituisco, essere unico e multiplo, all'ultima tua risposta all'eterno quesito nell'intenzione di renderlo un concetto alto, platonico, profondo; sì che ci riesco, sto attenta a tutte le contraddizioni, ai tranelli, agli ingorghi, all'amaro in bocca, all'enigma terribile, alla scommessa consegnata, alla promessa mancata. Rimani in disparte, pur volendo incarnare fisicamente l'ipotesi finale e la risposta ideale. Riponi tutte le speranze e rinvii a nuovo azzardo, concretamente, che cosa potresti fare? Tieni separate l'illusione delle mie aspirazioni e la concretezza delle mie risorse now's the time! Troppo elegante il pezzo per quel che ho intenzione di farti. Recupero le forze e m'allontano la distanza necessaria per prendere la rincorsa e affondare il colpo, i fendenti, tanti, smembro e contemplo, una grande orchestra dalla quale attingo a piene mani estremi e impressionismi. T'ho cercato tanto, non posso lasciarti scappare; la richiesta di affetto, devo nutrire, senza riserve e privazioni, la mia ansia ragionata, riprendendo il rito e adattandolo. Devi esserne persuaso: dopo lo stupefacente thriller appena girato, l'equivoco dei segni, la confusione dei sensi, dei colori forti della pelle incisa e del tuo sangue, ti proporrò una scelta ad occhi bendati e mani sul fuoco. Non assistervi, fai leva su quel muro, accettami e salta con me com'io con coraggio precipito insieme a te.

La bellezza sarà convulsiva o non sarà.

venerdì 7 gennaio 2011

resa dei conti


Avrebbe potuto essere l'impossibile. A tutti sarebbe apparso come il paradosso. Immaginate una linea retta che congiunga due punti A e B. Pensate a un percorso. Pensate a un sognatore che dal punto A desideri raggiungere il punto B nel minor tempo possibile, evitando traffico e intasamenti, semafori e inquinamento. Il desiderio, l'anelito d'esser freccia che percorra una distanza infinita in tempo finito. Tale rimarrà. Sogno. Perché forse quell'uno dopo innumerevoli prove, tantissimi rompicapo, raggiungerà la sua meta? Applicando il meccanismo del continuo inseguimento dell'oggetto impiegherà tempo infinito. È un desiderio inesaudito. Ma nel tragitto, viaggio lunghissimo, godrà della vista di bellezze indescrivibili, luoghi rimasti incontaminati per decenni. L'oggetto, das ding, l'operazione impossibile, meglio sarebbe stato non cercar nemmeno di descriverla, ma rimanere in silenzio, quello sì estatico al cospetto di tanta grandezza, tanto infinito, tanto nulla, tanto vuoto. Nella continua rincorsa al migliore, all'eccesso, alla sproporzione, al sofisticato non si riuscirà a incontrar mai l'oggetto desiderato, a vivere l'esperienza di confine. O forse sì… ma a quale prezzo? Il richiamo all'istinto e alla bestialità segna in maniera inconfondibile la rottura con l'ordine culturale verso un ritorno al primitivo, all'originario, il segno dell'oltrepassare il limite, dell'entrata nell'altro. Imparare a morire, a giocare… il giocatore autentico è colui che mette la sua vita in gioco e il gioco vero è quello che pone la questione della vita e della morte. Giocare d'anticipo. Sospendere momentaneamente l'adesione alle cose, uscire dal viluppo di interesse con cui esse si impongono. Giungo ora a B, corrisponde al lato opposto, in cui ero, A. Presenza concreta nella quale mi disperdo. L'ho tanto desiderata. Ma dev'esserci stato un fraintendimento. Non era così… no.

martedì 4 gennaio 2011

il paradiso perduto


Non capisco la domanda. E non ho alcuna intenzione di raccogliere l'invito. Sono in piena di nero. Signora dell'oscurità. Non disponibile, non raggiungibile. Ho come l'impressione che le eccessive spiegazioni possano spalancarmi sotto i piedi una voragine enorme. Troppo larghi e lunghi per riuscire nell'equilibrio già precario. Sento già che vi precipito, forse un pochino troppo felice. Sto per andar sposa a un principe che mi riempie di regali e ho la sensazione che non mi veda. Padre, guarda e tocca le gemme che ha portato in dono, nulla hanno a che fare col colore dei miei occhi, con la sfumatura dei miei capelli, macabro rituale sulla mia pelle ebano. Rubini abbaglianti, spie luminose e intermittenti di una dissonanza che mi soffia sempre più lontano, come un vento di scirocco insopportabile a propulsione balbettante che mi modula a suo piacimento, e ripete il nostro distacco, da noi stessi, dalla verità, dal piacere di stare insieme; come una miriade di stelle e di anni luce nei quali vago incerta… e in fondo una voce che declama il primo e non unico sintomo del ritardo, del mancato appuntamento, della decadenza, della devoluzione. Non la prendo, no. L'avevo già presa tra le mani, ne avevo sentito la buccia liscia, pregustato la croccante e succosa polpa. Al diavolo. Potrei correre il rischio di scoprire che non è proibito. Ma non la coglierò. Risparmio a me e a voi la noia del rimprovero e dell'accademica cacciata. Lascio coagulare la malsana curiosità e la gratuita delusione, raccolgo il pestato e caotico finale astratto e schizoide e mi lascio fumare, dopo il lungo calvario di lamentele e lo sfacelo della lobotomizzata e rattrappita vita all'ombra del grande albero dell'esperienza altrui.

lunedì 27 dicembre 2010

voyage dans la lune


Ha costruito tanti modellini, ha disegnato tanta scenografia di carta, dipinto tutte le mani dei trucchi spettacolari alla luce della lanterna magica, ha dato forma ai suoi sogni di bimbo, mosso mani che sembravano morte, acceso occhi che erano ormai vuoti, regge, sostiene ancora il tempo, vola la sua testa sulle linee di quel pentagramma, riavvolge e raggiunge l'equilibrio, sta per cadere di sotto, ma si aggrappa e si salva… avrai successo dice quella faccia, non ridere, non buttare l'umorismo, tienilo stretto, vedrai ti tornerà utile. Ora splende, ora si rabbuia, ora sorride, ora storce la bocca in un ghigno sinistro. Lancia un ultimo avvertimento: abbandona la nave, interrompi le battaglie marine, guarda sù, il mio bagliore ti renderebbe visibile a tutti gli aerei nemici, fermati e sali, sarai il primo uomo sulla luna, non credi che questo renda tutto il denaro del mondo? Attende un attimo, si guarda intorno, vorrebbe contestare la lunghezza del cammino, ma lei ha già soffiato una scia argentea su cui muovere i primi passi e lui… comincia a costruire quella sequenza mirabile e ricama metri di tessuto e monta il buco, taglia incolla sovrappone, riavvolge con pazienza e precisione, vieni, vieni, investi il mio occhio, apri la voragine e duplica il piacere, stappa e beviamo, gratta e raschia via la tristezza, stanotte non voglio ascoltar musica noiosa, non voglio guardare cortei nuziali. È cominciata. Inaspettata eclissi, lei davanti a lui, taglia, incolla, sovrappone, riavvolge con passione e dedizione; gira, ricostruisce il teatro di posa, si avvale di protagonisti inventati, sposta le nuvole, ammicca e invita al nuovo incontro attraverso l'impossibile: pieno, decresce, quarto, cresce, pieno… a risentirti.

ai viaggiatori incalliti…

mercoledì 22 dicembre 2010

a caso


Lasciatemi! Rinchiuso, interdetto, spento. Whichever I choose, it amounts to the same. Lasciatemi… qui. Sbraita, si contorce, poi cede e si adagia. Ricorda. Prospettiva barcollante, ondeggia e stringe le mani alla sorte. Ma che fa? Possibile che sia così indifferente, così freddo, così distaccato. Quale possa essere la ragione, non sa e non la spiega. Forse non c'è. Non serve. O la rifiuta. Io grido, mi agito, percuoto e strizzo le viscere e scalcio, e soffoco, tante son le lacrime, in groppo, sulla gola, giuro vendetta, mi ostino nella ricerca di una soluzione, dell'assoluzione… lui no. Dentro e fuori. È nel mondo. Assurdo già di suo. È il suo mondo, e in quello si identifica. Ho un coltello. No, l'unica scorciatoia ammessa, veloce e indolore, tempestiva e sorprendente: pistolettata che incide e brandisce con lucidità e senza alcun rimorso, a privare quella prigione dell'unico sprazzo, a violare l'emozione, solido fino alla fine, fermo nella tempesta… lasciatemi nell'abiura. Volete assistere? Prego, fate pure. Sono estraneo, pietra o marmo scolpito, costruzione mentale potentissima, l'idea che erige un muro che non si sgretolerà sotto i vostri attacchi, che aprirò in fuga e in difesa a quel che capita, a ciò che non ha senso, la mia vita, la morte… l'ora senza nome, quando i rumori della sera salivano da tutti i piani della prigione in un corteo di silenzio.

a Robydick amante del bel cinema, a Jafar Panahi amante della libertà

lunedì 20 dicembre 2010

ci vorrebbe un'amica

Io penso che questo paese avrà un futuro. E sarà governato dalle donne - Erri De Luca


Caterina e Maria reggiate le redini del potere. Regniate e tessiate le lodi delle vostre terre su arazzi, ammirando i quali io possa, riscrivere e trasferire il mito di Artemisia. Oh, regina, grande coraggio e ardore infuocarono il tuo petto allorché dovesti scegliere e azzardare una battaglia e vincesti, oh, sì, ingannasti il maschile orgoglio e lo innamorasti, facendone schiavo, amante, marito, amico. Ti invoco ora, torna ad animare le menti e gli occhi di povere e sopite donnette, occupanti seggi importanti e ministeri potenti, collegati alle loro facoltà e consegna loro la radice ancestrale del culto della grande madre. Ella non fatica a carpire il mio messaggio, segue la traccia del mio racconto, non teme l'ambientazione futura. Odo già l'eco di antiche civiltà, mentre sopraggiunge e vedo, attraverso la mia immaginazione, lo scontro ferale, mitologico e visionario: ella riscatterà l'eterno Principio femminile. Spunta dietro una nube scura la luminosa falce, su una punta dolce-venere dondola, scivola e si unisce all'altro estremo forte-marte. Ne risulta un tenace intreccio ripulito e restituito all'antico splendore che ricalca ed esalta il disegno delle origini, tagliate e strappate, ma ricucite e restaurate, per riportare alla luce, oggi, la storia leggendaria e reale dell'amore e della grandezza della regina per il suo Mausolo e proiettare, domani, le figure possibili delle donne ribelli e sollevate dal giogo maschile. Qual è il tuo nome? Chimera. Ho il compito di proteggere il Prodigio perché non venga schiacciato e favorirne la realizzazione ogni qualvolta voi lo vogliate. Metamorfosi si rivelerà. Vi farete libere e crescerete, e vi farete copie, in abbondanza ed inesauribile ricchezza verbale, riproducendo e rimandando il sacro fuoco al mondo nel suo fluire incessante. Corpo di donna e grazia divina. Sintesi perfetta sulla quale pongo l'accento e nella quale si combinano sogno e natura. Qui la traduco in favola. C'eran due ragazze particolari che divennero presidenti nei loro paesi… oggi son più di due, son tante.



Oggi ho ricevuto da milioni di brasiliani e brasiliane la missione più importante della mia vita. Questo avvenimento, al di là della mia persona, è una dimostrazione del progresso democratico del nostro paese: per la prima volta una donna sarà presidente del Brasile. È il momento di sottoscrivere quindi il mio primo impegno post-elettorale: onorare le donne brasiliane affinché questo avvenimento, finora inedito, si trasformi in un evento naturale. Che possa ripetersi e ampliarsi nelle aziende, nelle istituzioni civili, nelle entità che rappresentano tutta la nostra società. L'uguaglianza di opportunità per uomini e donne è un principio essenziale della democrazia. Mi piacerebbe molto che oggi i padri e le madri guardassero le proprie bambine negli occhi e dicessero loro: SÌ, le donne ce la possono fare!

mercoledì 15 dicembre 2010

bugiarda

Gli uccelli attaccano un chiasso atonale
non sincopato
da un albero all'altro,
canti di rugiada
le cui canzoni non hanno parole
da un albero all'altro
quando la notte si mette le sue lenti scure,
una su questa fronda, altre due là dietro.

- Le parole, come tutte le cose, colte nella loro finitudine.
Qui iniziano, qui finiscono
per quanto in alto si sollevino -
io lo so, e questo è il mio castigo,
e non amo mai nulla così tanto
da imprimere in me un marchio
e calarmi di colpo nella beatitudine.

Charles Wright

È una fase delicata. Uno di quei giorni in cui, quello che hai sempre desiderato è calpestato, quello che non avresti mai considerato si sta avverando, ciò che consideravi un cimelio da mettere all'asta non rende un centesimo, ciò che avresti venduto, appena acquistato, ti regala un sorriso a sorpresa. Sì ma mi diverto poco in verità. Ed è per rendere omaggio alla mia secolare indecisione che entro, mi guardo intorno, mi siedo cinque minuti, cerco nel menù qualcosa che mi piaccia, tanto ma troppo costoso, mi alzo, per niente a disagio, scivolo via e fuori alzo gli occhi all'insegna luminosa, smorfia di curiosità, come se non l'avessi mai vista. Questa è la scena mia preferita. Sembra un messaggio cifrato. Ma no, sei tu che credi che esista una comunicazione perfetta scritta. Io devo guardarti in faccia, cancellare ogni traccia di contraddizione, con una manata spostare tutti i fraintesi, evitare che si corrompa ogni utilizzo di inflessione, stabilire un rapporto stabile tra parola ed espressione, una convergenza e concordanza di codici di comportamento… voglio una pacifica ricezione di ogni tuo gesto. Ma se riesci ad essere talmente infida e oscura che nemmeno tu, rivedendoti, saresti in grado di riconoscerti! Oh, però ti diverti!

Sei il termine ultimo di un processo mistico. Metto fine alla serie di presagi e prendo posto insieme all'assoluto. Sostituisco ogni forma aliena, ti rendo fedele, enigma affascinante, unico scopo della vita, ma io avvolta dalla nube dell'incertezza, potrei in una sintesi suprema presentarti una o due, al massimo, ipotesi possibili relative alla natura del nostro amore, io incarnata e finita. No rinvio, ritrovo il mito, la metà di me non esiste all'infuori di me, nello slancio a possedere una verità potrei indebolirmi e perdere, sul serio, l'unica aspirazione, vera… alcune per anni, altre per un giorno.

Soltanto le cose inerti non aggiungono nulla a ciò che sono… la vita è il romanzo della materia.

lunedì 13 dicembre 2010

scomparto mente


Chiudi… ti rubo un bacio. Cos'hai scartato? Asso di cuori. In un laboratorio di nuove emozioni, tra una spiata attraverso la tenda accostata e una sbirciata fuori dal finestrino, scorrendo dal braccio appoggiato al tavolinetto fino al collo abbandonato alle tue labbra, hai avvicinato furtivo l'orecchio e hai rimarcato, lentamente, sillabandolo, l'ultimo invito a correre nel vagone ristorante. Lo sai non si può. Non ci credi nemmeno tu. Stralunata alternando voglie e ritrosia hai favorito invece le mie carezze, e ora nella poesia dell'allungata geografia delle tue gambe, sei addormentata e in pace. Io vado con la memoria ai miei estenuanti viaggi, di là del confine, attraverso i confini, in compagnia di improvvisati cacciatori e affabili prigionieri delle mie storie, nelle quali non ci sono catene, né divise, né marchi, né colpo in canna. Vagonate di bestiame che sprigionano un odore che fa perdere i sensi. Lasciali stare. Non serve riportare a galla tanto marcio. Non è marcio, abbiamo imparato a viaggiare? Siamo in grado di accogliere? È un'ossessione. Ti consiglierei di non pensar troppo… Io divago, mi perdo, arrivo fino alla motrice e mi accorgo ch'è disabitata. Faccio parte di un mondo a parte che ondeggia e sbalza ad ogni scossone, ad ogni cambio non proprio perfetto, fermi e sempre in moto, un corpo solo, un'anima sola, insieme di corpi e anime smembrate, quando varchiamo quegli scalini e sentiamo il pfuf dell'ermetica chiusura, diventiamo isola su parallele disunite, prevedibili, strane, eterogenee, imperscrutabili…

giovedì 9 dicembre 2010

lo-fi


Non amplificarti, li sento. Decido di tuffarmici a capofitto, di piedi non riesco. Voglio sentire l'acqua che separa in due direttrici la desolazione della mente. Sulla scena entrerò in silenzio, e la gente comincerà a intendere, dapprima, un carillon sfibrante, poi di seguito, pian piano, quasi come una parabola ossessiva, la discesa tra i flutti, incessanti, ripetuti, manovrati ad arte, a sommergere e a quietare. Tutto ciò che non sarà mai possibile in realtà, in sogno io posso. Trasognato e straniante il mio abbandono in un eremo da me stesso costruito, in cima a quei rami, al di là delle fronde, solitario e fiero, distante dall'affanno, affondo le mani nell'ideale nuotare, tocco col dorso e con i palmi sui quali mi si è sviluppata una resistente cartilagine, solco i mari, abbatto la soglia temporale, annullo le distanze, maestoso pesce, avvolgo e m'inarco in spire sinuose in un crescendo febbrile, m'abbasso al passaggio di frotte luccicanti e sontuosamente vestite a festa… riprendo vigore, mi sfianco, mi mescolo, mi lascio accarezzare da spugne e coralli, sobrio e alimentato da nuova fiducia, mi lascio trasportare dalla corrente amica. Ma quella tradisce, mi sputa fuori in un vortice sempre più alto. Acqua e aria si incrociano a formare un muro celeste e grigio, tempestoso e pacifico s'erige, disordinando e accompagnando il mio volo, poi a un tratto si spegne e flebile mi depone per terra a ripensare alla forza d'urto e alla quiete successiva. Fiume, rapide, tappeto verde, magnolia in fiore…

lunedì 6 dicembre 2010

sconsacrata

Ci risiamo, eh? Sì come uno più uno fa uno. Solo uno. Non è una legge imposta. È la mia. E maledetti il giorno e l'istante in cui mi ritrovassi a pensare il contrario. Ed è già capitato. Il fatto è che non dovrei mai dimenticarmi, non dovrei mai… illudermi che con il solo desiderio di ridisegnarmi tutto un nuovo abito addosso possa esser un'altra. Sono una illustratrice, è questo il danno maggiore. E cos'è questo nuovo ritratto? Chi è? Fuori dai contorni c'è tutto un paradiso, potrebbe esserci una diversa realtà, e invece no, non c'è nulla di più autentico di quell'espressione famelica appuntata sulla fronte di quella donna divorata dal bisogno di uscirne, di separarsene per sempre. Un fantoccio, ecco cosa sei. Vivi nel terrore della denuncia, del sospetto e della menzogna. Non sarai mai una ribelle, vivi storie di abisso, eresie e frustrazioni, paranoie e scosse private con frequenza disumana. Sporchi, vìoli e forzi con inaudita violenza quel bel cassettone passato di madre in figlia… tutto il corredo, lenzuola finemente ricamate che non vedranno altro che ombre sfuggenti, o semplici comparse. Quando ti deciderai a mettere la testa a posto? Rimane inascoltato l'appello. Incarognita e imbruttita ti impaludi in un soliloquio da ore, giorni, anni; stai girando in tondo, senza pausa, caviglie, sottili, ormai inesistenti chiuse in anelli di metallo che mordono, divorano, spendono, sperperano. È il mio regno, cosa vuoi? Faccio un'ultima pazzia, poi basta. Calo giù e nel fiume infestato delle mie stesse frustrazioni, mi sobbarco di altra scostante e depravata solitudine, conio una nuova moneta, figura poco sacra come effigie: ennesima caduta di stile, ma è il mio, luce intermittente e cortocircuito di eleganza e bon-ton! Questa non è democrazia. Son tiranna del mio deserto.
… il disegno era il mezzo per trasfigurare il mondo… Come se la vita, quale che sia, ricreata dalla punta della mia matita, assumesse all'improvviso la sua autentica importanza e il suo vero significato: quello della realtà.


In ogni specie sono i solitari a tentare esperienze nuove. Dietro di loro la traccia aperta si richiude.

giovedì 2 dicembre 2010

con dedica


Lo apro, e la consulto, come fosse bussola, come fosse vento. Ed è direzione, nella quale m'inoltro, e raccolgo e li percorro, tutti questi codici. Ne estraggo tanti. Eppure tale percorso dovrebbe essere inquadrato. E invece non incontro ostacoli, non m'imbatto in fil spinato. Il mio sentiero è lungo e si fa sconfinato. La mia poesia può essere considerata femmina, è naturale, sono una donna. Eppure il mio percorso di crescita comporta il raggiungimento di una fase più matura dell'impegno poetico, e compagno di viaggio è la mia metà-maschia, cammina insieme, e io accanto, di pari passo con il disimpegno di genere. E continuo a leggere. Transito lento lungo spazi illimitati, manifesti agi negati a me e ai miei talloni. In tutti i luoghi in cui andrò ci saranno un letto e una sedia e un tavolo. Leggere e amare e scrivere. Amare e leggere e scrivere. Prendi il primo, avvolgilo intorno al secondo, gira il terzo sul secondo. Non è forse un bell'intreccio? Ossessione e giustificazione. Il mio punto fermo. La mia fortezza inespugnabile. Un diario fedele. Apro le virgolette e riassumo in poche parole la mia vita prolissa, note che si fanno vicende, periodi che sono quotidianità; chiudi, ruota il paravento dei miei sentimenti, sintesi dei viaggi attraverso la passione e i suoi interpreti, personaggi e i miti della mia storia, immagine riflessa e modello che aumenta, allarga, arricchisce la nostra vita verso tutte le altezze e tutte le profondità… son distaccata, sola, in polemica e con una parte e con l'opposta, critica e aspra, sfogo la mia irritazione contro coloro che non riescono e non vogliono superare le barriere di classe, saltare le posizioni ideologiche, le confusioni e le matrici integraliste e intellettuali. Scavalco e mi fermo lassù a contemplare l'unità. L'amalgama delle differenze e non son più tali. E tutti di qua son nani. Quanti storpi, quanti decimati delle proprie facoltà. Guarda e io le vado incontro, si apre da sé. Io mi siedo là: guardo, canto, grido, piango. Mi confondo con l'immagine degli alberi e sono consapevole che qualcuno mi ascolta, qualcuno che esisterà tra duecento anni o che esisteva già trecento anni fa. Parla a me. Solo a me. Non l'ho cercata. L'ho trovata. È così che posso, quasi per caso, trovarvi quanto vi è di nuovo in me. Tonfo secco. Morirò in inverno. Son nata in inverno.

Crediamo pure
crediamo pure all'inizio della stagione fredda
crediamo pure alla rovina dei giardini del sogno
alle falci riverse ed intonse,
e ai grani imprigionati.
E guarda adesso, come nevica

a M. e G.

martedì 30 novembre 2010

ombre


Non credo più sia un gioco. È sempre stato avviluppato dall'immensità della notte il mio paese. Basta farci l'abitudine. Pulire accuratamente, stare in silenzio e aspettare per vedere dove andremo a parare. Intanto preparo l'ambiente e studio l'atmosfera. Tutto dev'essere perfetto. Ogni cosa al suo posto, non per semplice scenografia, è teatro, che metta a proprio agio, rilassi, distenda. Faccio scendere il livello dello stordimento da modernità, mi dedico all'eliminazione del tabù dell'impurità di moda. Lascio annerire i piatti nel mobiletto da esposizione. Quella patina del tempo che alla luce fioca della tradizione vedo posarsi graduale e crudele sui simboli della mia giovinezza quando tutto era sconveniente, troppi gesti da oscurare, tutti i giorni da censurare… A volte mi chiedo cosa ci sia di male, non si è liberi di far quello che si vuole?



Ci soffocavano i lamponi che, bisbigliando,

spiccavi, e il nostro bisbiglio tacque nell’aroma

solo quando con le labbra colsi dal tuo palmo

i frutti che il profumo del tuo corpo intrideva.

Divennero i lamponi strumento di carezze

le prime, le più stupite, che nel cielo intero

altre ebbrezze non sanno, che non siano esse stesse,

e nella propria stranezza vogliono ripetersi.

Poi non so, com’è stato, né in che palpebrare,

hai sfiorato col labbro la mia fronte sudata,

io ti ho preso le mani - me le hai date, raccolta,

in quel persistere intorno, denso, dei lamponi.

Bolesław Leśmian


Possibile che si trovi così imbarazzante assaporare fino in fondo, soffermarsi sui sommi piaceri? Tu lucidi, io distribuisco zone d'antichità. Dietro quel paravento scorgo la tua sagoma che striscia, si avvolge, si allunga in maniera bizzarra, ma raffinatissima, verso i cuscini posizionati per terra sul nostro giaciglio e attende, mi chiama.
Per cominciare, spegniamo le luci. Poi si vedrà.

mercoledì 17 novembre 2010

Are you dead?



Ma è nuvolo? Non c'è più luce… cos'è successo? C'è da tagliare il grano, raccoglierlo e stiparlo. Non hai fatto il tuo dovere. I fiori che avresti dovuto estirpare sono ancora lì. Non credere che io non mi accorga della tua inerzia. Non fai altro che provocare, opporti, e intanto sprofondi, sempre più disperato, sempre più solo. Giri in tondo, e scavi la tua buca. Quando sarai stremato, una bastonata ti precipiterà nel centro. Continua a girare. A forza di strattonare ti rimarrà un lungo e largo taglio sulla gola, tira. Continua a tirare. Ti ho succhiato tutto il midollo, randagio, abbandonato, ma pieno di energia divina. Ogni volta cade, ansimante, e ogni volta si rialza, in una forma di schizofrenica lotta tra auto-distruzione e spirito di sopravvivenza. Disadattato ti ho raccolto per strada, ti ho ripulito, ti ho nutrito. Ma tu sei refrattario ad ogni tipo di guinzaglio, non pieghi mai quella testa pulciosa, quelle orecchie orgogliose, sei un visionario, non sei capace di esercitare un controllo sulle tue creazioni. Ti fai e ti mescoli con le tue stesse stupefacenti escrezioni. Non sopporto più il tanfo… Lo fai apposta. Sei strafottente e algidamente pretenzioso… Ti prenderei a pedate, ma so che mi farebbe male. È come toccare ghiaccio. Ti bruci e non capisci perché, butti fuori anelli di vapore e intanto continui a sentire un caldo infernale. Sordido e selvatico l'ego tuo se ne va dopo aver rotto il giogo. Avrei dovuto metter in conto quest'ultimo strappo. Bentornato. Che fai Ian? Mi chiedi con in bocca un tozzo di pane e tra le unghie un osso. Tu rimani, vado via io.

venerdì 12 novembre 2010

L'avrei saputo…


Perché non cominci la distruzione - rispondono. E richiesti se temono che appena tolte le impalcature la città cominci a sgretolarsi e a andare in pezzi, soggiungono in fretta, sottovoce: Non soltanto la città. Se, insoddisfatto delle risposte, qualcuno applica l'occhio alla fessura d'una staccionata, vede gru che tirano su altre gru, incastellature che rivestono altre incastellature, travi che puntellano altre travi. Che senso ha il vostro costruire? - domanda. Qual è il fine d'una città in costruzione se non una città? Dov'è il piano che seguite, il progetto? Te lo mostreremo appena terminata la giornata; ora non possiamo interrompere - rispondono. Il lavoro cessa al tramonto. Scende la notte sul cantiere. È una notte stellata. Ecco il progetto - dicono. Sto esplorando, ho tracciato la rotta su un foglio a quadri, ora i segni si confondono, ma è lì, non vedi? Io sbircio qua e là, a volte mi basta uno scorcio ed è mia, quella visione. Era una vecchia cartolina sulla quale, bimba, avevo scarabocchiato, me, papà, mamma e Giando. Su quattro piani differenti. Ai confini del mio impero. Affiora e la rintraccio. Ed è così chiara e triste, ché quasi piango. Ci ho giocato così tanti giorni, minacciando tutti in incubi e maledizioni: non la toccate, ch'è così bella, tonda e stretta. Ci torno spesso, ormai. Sembrava non interessarmi, è in fondo, come l'ultimo appiglio, una spirale che mi risucchia nella corrente infernale, un vento che sfoglia e spinge in direzione non più propizia. Avrei voluto far spazio a qualcun altro… qualcuno da riconoscere in tanto chiasso, qualcuno da cercare e trovare in così grande rischio. È diventato raro e innocuo l'inferno. Cosa dovrebbe essere questo? Paradiso? Deve proprio assomigliargli tanto. E io nascondo bene la sorpresa dietro il neo alla mia sinistra e le lacrime dentro la seconda ruga a destra, archiviato proprio sotto il discorso segreto, l'ultimo, non ultimo, povero mio lobo in fuga verso altre possibilità esistenti. Mi appoggio esausta al muro. Mani sulla fortezza pensata e occhi su quella vera. Avrei dovuto imparare a far la sfinge molto tempo fa. Insegnare ad altre le regole, gli inganni, gestire desideri e sogni, costruire domande e risposte, demolire coincidenze e sospetti. Io non so, se basteranno queste mura a contenere tutti gli scontri, a cacciare o ad accogliere, a sostenere o ad abbattere, a proteggere o a intimare la resa. Avrei potuto individuare i punti deboli, affrontare le nuove resistenze, fuggire le vecchie congetture, seguire il principio e assistere alla fine, entrare, perdermi, girare, ecco l'uscita, la vedo, ne vengo fuori, la guardo dall'esterno, non la riconosco all'inizio, poi apro bene gli occhi, l'abbraccio tutta, la stringo a me, che non vada via, che non mi allontani troppo, sovverto, caccio un urlo, mi poso, distesa su un lato a contemplarla e ad accarezzarla… anche le città credono d'essere opera della mente o del caso, ma né l'una né l'altro bastano a tener su le loro mura, d'una città non godi le sette mura o le settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda. O la domanda che ti pone obbligandoti a risponderele città non sono altro che la forma del tempo. Non lo sai?

sento nuovo profumo paesello mio