domenica 29 aprile 2012

tento

Pazza dal terrore e dal dolore, in corpo un unico diabolico sospetto e non riesco a trovare conforto, nessuna quiete, m'agito, stringo nei pugni e mi strappo capelli e certezze e continuo a incidere nella carne dei miei palmi una parola sola: godo. Potrei continuare sù per il braccio, ma in un secondo mi siete sopra a bloccarmi le mani afferrandomi e spingendomi sul pavimento con tutto il peso. Maledetti. Ma le gambe non riuscite, no. Continuo a strattonarvi forte. E la testa? Continuo a ruotarla in maniera innaturale. Riuscirei a divincolarmi se volessi. Ora, però, ammiratemi; lo vedete, quel guizzo improvviso negli occhi? Prima spauriti e invocanti scampo, ora si aprono e ordinano e lusingano. Sì che ci state pensando da un po'. Leggetevi pericolo, sentitevi straziati. Le mie parole, i miei suoni, minacce e terribili castighi. Scossa, onda persistente, succhio la vostra resistenza e vi trasmetto lusinghe e divinazione. Orrido e lungo il canto della sirena, vi inietto veleno sputandovi addosso tutta l'allucinazione che riesco a tirar fuori. Per un po' vi dondolate insieme a me, inchiodati, paralizzati. Vi guardo fissi, siete imbambolati, neutralizzati e ottenebrati, in mio potere. Vi contraete e vi distendete. Le dita attorno ai miei polsi, le ginocchia appuntite sul mio ventre. La voce cupa e robusta vi irretisce e la bocca si apre in un sorriso suadente, si trasforma in un ghigno violento. Un calcio sferrato ora a uno ora all'altro e riesco a catapultarvi lontano. Sbattete sul muro alle mie spalle e rimanete lì esanimi e impotenti. Perché continuo a negare l'evidenza? Dovrei accettarmi per quella che sono: lasciare che mi si creda capace, seriamente utile a soddisfare i desideri più bassi, se così si vogliano considerare. Intanto dovrete capire quanto e quando le nottate infernali siano inserite per mezzo della mia volontà nelle pratiche mie, senza furore né violenza. Son forze ignote quelle che animano i miei indistinti mugolii, son impulsi bestiali che guidano le inquietanti evoluzioni, non c'è da studiare, da osservare, non sono un fenomeno da verificare, mi si deve solo osare




.. la tarantolata

Le parole non sono di questo mondo
fino a quando non cadono a terra
simili a frutti o demoni.
Vilma Vargas Robles

domenica 22 aprile 2012

quanto?

Non so... decisa no, insicura, forse, in precario equilibrio a valutare i pro e i contro, cos'è che mi trattenga, il reale motivo per cui non riesca ormai a rimanere, radici... non ho lungaggini affondate, mai avute; affetti... anche meglio, le lunghezze stavolta si riducono tantissimo, non arrivano nemmeno a sollevar terriccio, non darei noia a una talpa, non potrei infastidire una termite. Ci sono, lo so. L'orgoglio. La caparbietà. La segreta voglia di riconoscere un giorno i segni di una ripresa, il gesto di rivincita: dito medio issato al mondo che guarda stupito, al quale, sghemba ma in piedi, urlo: ci sto! Ci vuole così poco... basta prendere le redini della propria esistenza, tirare forte o mollarle per partire al galoppo. M'accorgo che non sono assicurata, sto cavalcando a pelle, lui suda e io comincio a perdere la presa, scivolo via, s'infastidisce, si blocca e io volo via, tonfo secco, faccia in giù e dita a prelevare frammenti e polvere, ora sì che la pianto. Non era impossibile, nemmeno difficile. Ma a risalirci nemmeno a pensarci. Sarò arciere senza destriero. Farò la guerra senza armi. Darò la vita senza morire. Avrò licenza senza esser ferita. Ritornerò alle mie origini, darò vita alle mie passioni e mi farò cittadina in mezzo ai cittadini. Cos'è questo morso? Mi divora il piede, non posso poggiarlo se non avvertendo una fitta lancinante, quel bastardo al quale avevo offerto soccorso in uno slancio m'ha afferrato e non voleva più mollare. Una bella ferita che s'allarga e si arrotonda sul dorso e sgocciola e puzza. Non vi è traccia di fierezza. Impotenza, quella sì, m'ha presa, soggiogata e abbandonata. Il fuoco antico s'è spento. Disillusione, si chiama, mi chiama a dichiarar resa, mi richiama a gran voce, un'eco potente, sventura piena, colorata di tinte grevi, tristi, orribili, che disegna attorno, dentro, dentro un senso di sconfitta incondizionata. Nell'angolo al quale mi son relegata, io, soldato errante, sfodero la mia lancia e vi sfido a proferire parole, le più belle, le più vere, le più autentiche, sentite e disperanti, pungenti e delicate, quelle avranno la meglio.

Venga un'ora
di vero fuoco un'ora tra me e voi
ma scoppi infine la sacrosanta rissa,
maschere, e i vostri fini giochi,
di deturpato amore: nell'esatto
modo mio di non dovuto
amore e dissipato, gente, vi brucerò

Son ombre, le più cattive, quelle che ti seguono o ti precedono e intanto ti divorano il passo. Io già stanca parlo loro come per ammansirle, ma quelle più forti, incassano e rilanciano, sterco e melma, un guazzabuglio in cui si rotolerebbero ben felici i maiali, ma io, che per disinfezione uso altro metodo, voglio rimaner lucida coi miei pensieri, fuori dal mondo, esclusa dal successo, sola con la mia memoria, riconoscermi nella dignità e nell'esperienza, giusta sorpresa, l'appuntamento con la mia gioia... non è vero che è rara, c'è, è quella ferita, quel segno, quel discorso che ti serve a dire, a restare.


Passo tratto da 'Gli strumenti umani' Vittorio Sereni


cosa c'entra Monti, e cosa l'Imu? c'entrano c'entrano… rimbalzo a FuMuso

domenica 15 aprile 2012

tesi dell'assurdo

Abito. Nei dintorni di Londra. Parlo, parlo e straparlo. E non mi pettino sempre allo stesso modo. Amo contraddire e contraffare. Godo nel demistificare. Anarchica che non sono altro. Non potrei agire diversamente... o forse sì. Cosa siano le posizioni nette, quanto facciano parte delle grandi promesse di miglioramento delle condizioni umane ho voglia di tralasciare e di preferire e sposare il mio irreale, indecente paradosso.
Adotto. Ogni giorno come modus vivendi il coraggio della retrocorsa con proiezione in avanti, molto avanti. Stupire, provocare, attaccare alla base alcune realtà prestabilite, più calcolate che sincere e verificate, queste le regole quotidianamente rispettate e di cui è impregnato l'affronto al mio resto del mondo. Nemici dappertutto ad ogni angolo di strada, rottura su qualsiasi muro o facciata, stupore sulla faccia di bimbi poco inquadrati, studenti ribelli e politici incorrotti. Sarà il mio più grande vanto: occhi e gusto soddisfatti senza timore di richiesta rimborso. Oser ne pas penser comme les autres, l'estrinseca traccia lungo tutto il percorso.
Rischio. Non pronosticato dai burocrati incalliti l'innato mio desiderio di rivolta incosciente, saranno battuti facilmente fuor da inutili convenevoli e ovvi luoghi comuni. Un'insegna luminosa indaga e scorcia il buio pesto legame tra l'essere e il non essere, non parla la lingua vuota dell'incomunicabilità, rappresenta l'impossibilità e comicamente conclude nella storia smascherando il banale e il convenzionale.



Soffro. Per gli eccessi di autoritarismo. Accorcio le gonne e le sbrindello. Scrivo. O meglio comincio a scrivere senza saper di cosa. Effettuo la rivoluzione completa del creare. In maniera spontanea, senza regole o condizionamenti. Via i legacci, scardinate le logiche. Fatevi delle domande. Non rispondete obbligatoriamente. Beffatevi della sorte, burlatevi della morte. Ho iniziato la parodia tanto tempo fa, ne ho fatto emblema e logo prestando spunti all'incerta epoca, gestante e balia di umana arte che non vuol nascondersi dietro alcuna ideologia e potere soffocanti. Stralcio. Qua e là. Sulla lingua bianca che taglia la via della mia esperienza quadriennale e si staglia nell'azzurro del mio centoedieci, lodato e aulente di lauro, in corsivo e schizzati a matita si legge chiaro…

L'avant-garde, c'est la liberté
Eugène Ionesco


parte della mia tesi, tavole ancor più surreali.. anno 1993

martedì 10 aprile 2012

psyché




Cosa preferisci? C'è zucchero di canna grezzo, chiaro, bianco raffinato… Hai del miele? Sì un millefiori e… di castagno, tarassaco, lampone. Vada per il lampone. Ma quanto ne metti? Ho bisogno di dolce. Devo riempire questo stramaledetto occulto buco. Ormai è un crescendo. Innescato, inesorabile, da oltre un mese, sta abusando della mia pazienza, il sordido. Si è consolidato in pianta stabile e gira indisturbato, imponendosi e scavando. Sono un bel rifugio. Perché dovrebbe abbandonarmi? È arrivato zitto, zitto, usandomi come momentaneo appoggio, il turista in cerca di divagazione, scatenando un cortocircuito improvviso e imprimendosi poi in livida permanenza, giocando a raggiungere per primo tutti gli interni, intimi angoli… occupato! Io lo lascio fare. Ho deciso di farmi carico della disgrazia universale. Lo vedi? Io sì. Grazie a lui. Registro ogni singolo istante della mia esistenza ormai in tutta la nudità e crudezza, senza sottrarmi, senza fuggire, nessun accanimento. Zappetto. Innaffio. Irroro. E lui affiora. Si rituffa. Ritorna in superficie e si sbraccia, espressione tra il sarcastico e il partecipato: io e lui, sodalizio indecente e ormai coronato da una stupenda coralità nello smisurato e sordo universo. M'invita a lasciarmi andare, non ostacolarlo, e io, mai domata, sembro capire finalmente, devo aver trovato, attraverso una tortuosa via, l'esile filo della mia personale rettitudine. Sei sempre stata impossibile, ricordo la sollecita voce… Ora si può, lui è lì, seguo quella traccia, senza fretta, la diagnosi a termine in tasca, godendomi ogni singolo fotogramma con un'unica intenzione, per me la migliore e più valida: l'ultimo agguato al destino da parte della mia anima, gli sbatterà in faccia una caricatura a carboncino e un messaggio preciso, dal nulla nel nulla col sorriso precipitato, la mia ultima fuga prospettica, niente punto focale… no.



Life is just what happens to you
while you're busy making other plans.
John Lennon

giovedì 5 aprile 2012

gusto e tatto spiccano


A conferma della lunga esperienza e della fresca educazione fa il suo ingresso nel nuovo mondo il bel tirocinante, e, presto, forte della sua tenacia e delle sue prestazioni, s'appresta a raccoglier stima e pratica. Rumore di incisione antica, profumo intenso di inchiostri, acido e dolce, rulli e macchina di Stanhope, torchi in legno che gemono e caratteri che s'imprimono e spingono sul foglio bianco, voraci e superstiziosi, attaccati come due amanti che nelle contorsioni e nel combaciarsi a perfezione, nel vai e vieni continuo, nella ginnastica delle cosce e nella lotta e nel sollievo, ricerca la perfezione della composizione e il giusto compenso. Gode di salute, si sente, ha una gran sete, quasi inestinguibile; divina arte quella, s'accentua ed eccede il piacere, quella sommità calva, alla quale fanno corona ricci e folti accenti morbidi, percorso come da scosse, venuzze sottili e sostenuto dai preziosi gioielli… han realizzato una superba maiuscola tutta intarsi, tondeggianti abbellimenti che si spalancano sul dipinto blu a sfondo bianco. È una meraviglia sulla quale si posa la mano curiosa a toccare il rilievo, a sciogliere i nodi e a leggere le dolcezze del disegno, a stringere titubante o ad accarezzare impetuosa, gli occhi infuocati e la bocca arsa, come una beona che non smette di oliare fauci e labbra e non ne ha mai mai abbastanza. E lì ti conduce, la nuca costretta e il cuore tenuto e sorretto, con parole sinuose e mezzi suoni tremanti: non è un amore? Sicura di aver per le mani un pessimo affare, ma abbastanza pazza per andare fino in fondo senza ritegno giù nel profondo. Subire e umiliarsi, impadronirsi dello scettro e tornare alla carica per capriccio o per scrupolo: non è la tua maggiore qualità? Sale e scende per rampe ripide e per rapidi sguardi sulla bozza appena realizzata, la ammirano, la scrutano, la ripongono, la rivalutano. Si dev'essere realisti o sognanti? Gentili o sbrigativi? Non vale il calcolo, e il rimuginare, quel che conta è il vibrato dell'arnese, il trasporto, lo stordimento e la sorpresa che sbalordisce e risveglia dal sonno leggero, quello in cui sogni e realizzi, dimentica e caduta dalle nuvole su chiodi e spine, inquieti, stremati, ma sempre caldi, umidi, vogliosi. Incalza, serra, torna carica… il problema è rimasto insoluto e richiede il tuo contributo, il dono della seconda vista che dondoli docile, solleciti con continui assalti e incursioni improvvise, l'inebriante dichiarazione di resa della lingua generosa che sollecita, corre, paga, e riscuote, la bocca avara usuraia, prezzo pieno sommato agli interessi. C'è un gioco di circostanze imprecise e una miscela di impulsi che fanno affluire i guai in gran quantità e malgrado si è preparati certe sfumature scompaiono e si fondono ad ubriacare e disorientare cosicché si corre il pericolo di promesse non mantenute o ignorate, di precauzioni calunniate e distratte. L'assedio è finito, lo spasmo si placa, la nemica ancora si aggira ma stanca anch'ella, giace inerte; avido ma appagato, quasi indifferente, abbandonate le forze, sbigottito e svuotato, ma ancora debitore… pugno rilassato, dita attratte dal morbido della coperta, vellutata al tatto, vergata, polverosa, riposano e già meditano vendetta. Si scopre tattica, non rinuncia a strategia e attacco, riparte dritta alla meta, i polpastrelli, alleati insostituibili, studiano le mosse per riprendere il processo di realizzazione di quella meravigliosa illustrazione, contornata da un fregio classicamente graziato, carattere incline alla conquista. La sua opera sfogliata, divorata, assaggiata e risputata… le frulla l'idea malsana, il suo, talento e vizio celebrano liturgia e rituale diabolico: dedita, illimitata, convulsa, rabbiosa, malata ninfa

continua…



Ieri ho pensato a te, a te che mi premevi le gambe contro stando in piedi, alla stanza che vacillava, mentre io cadevo su di te nell'oscurità senza sapere niente. E ho tremato gemendo di piacere.
Henry Miller ad Anais Nin - L'immagine iniziale è Iris Nero, 1906, di Georgia O'Keeffe

sabato 31 marzo 2012

fatalità


C'è una fitta rete di complicità nei bassi fondali ai quali attingo ogni qualvolta non sia in grado di reagire perché troppo spiazzata, stanca o pigra… inerme o fragile. Così, ovvio. È sperimentazione, ed esercizio fondamentale di ricerca: si scava a fondo e ci si eleva a raggiungere i vertici più lontani svolgendo un'opera di estraniazione dalla propria identità e calandosi in quella di qualcun altro. In apparenza son io, in realtà son distante e camuffata creatura, trasparente velina da sovrapporre a questo o a quel testo e prima in maniera opaca, poi sempre più chiara, vedi venire alla luce storie sospese nel tempo, vite vaganti nello spazio, rivelazioni referenti del mio essere, sagoma sfondata nella pagina, ricalcata a tratto duro, più e più volte fino a diventare l'avventura quotidiana, quella assoluta e parziale della mia infanzia, nella quale diventavo protagonista di un'immaginazione giustapposta al vero. Le bugie han le gambe corte, mi ripeteva divertita, tuttavia, mia mamma e, al ghigno divertito di mia zia, io, sul trillo del carillon in esaurimento, ridavo corda e ricominciavo a districarmi, saltellando in lungo e in largo superando curve e storture, evitando ostacoli e torbide buche, acerba e insensibile alla fatica e alla durezza e ottusità degli adulti. Il risultato è un tuffo nell'instabilità fiorita, persi nelle onde profumate dei ricordi, coi fili verdi di filastrocche imprigionati tra i denti fischiate fino alla noia, ti rialzi e guardi tutto sotto una diversa ottica… non ti piace, meglio stendersi ancora un po', ancora un po'. E intanto qualcuno sta già gettando lo sguardo dentro, sta analizzando con piglio chirurgico, sezionando piano, ancora più lentamente, freddo, s'insinua nella fisica quotidianità, radicandosi e facendo slittare inevitabilmente verso la rottura. Angosciante, atroce tensione del filo sotto cui incombe il vuoto punto di non ritorno. Alle 17e17 di ogni giorno bevi un tè di leggerezza, per cogliere - ma non sempre vi riesco - sul mio viso l'ultimo cenno di innocenza, sulla fronte la lucida traccia di infantile sudore tra i capelli intrisi di gioia e spensieratezza, così fresca e liquida che posso intravedervi un riflesso di vita

Allora ti sei divertita? Così. L'hai visto il metrò? No. E allora, che cosa hai fatto? Sono invecchiata.
Zazie nel metrò - Raymond Queneau

sabato 24 marzo 2012

certo? incerto!

È un cuore, un muscolo paralizzato, come un orologio fermo. Non ti impressionava quando lo potevi sentir battere nel petto di lei, nel polso. E allora, sì, era davvero spaventoso. Ne potevano uscire cose spaventose: il destino di un uomo, e anche di più. Anche la verità assoluta e vendicativa si fabbricava là.


Agustina: se lo sai, dimmelo, altrimenti taci per sempre. E lei tace, portandosi sotto la coltre di terra emozioni e sintesi, essenziale e dettagli. Scelgo di rivolgermi a Camilla, le chiedo ragioni, la prego di spiegarmi la realtà, di placare la mia maledetta curiosità, di concertare il dramma dell'assenza, di esibire e sviscerare i principi fondamentali della sostanza e del mondo visibile. Non ne ha, ha appena esordito e rimane congelata tra luce e ombra, in sosta vietata sul mistero perenne e in bilico tra Antonio e José, il ricco e il povero. Me lo confida, non dispone di risposte, lei, potrebbe fornirmi immensità di dubbi… E io accetto. Sarebbe un buon punto di partenza, il tentativo di scoprire, l'opportunità di provare quella combinazione, girare la chiave, spostarsi sulla preziosa scacchiera, se non fosse per quel sole accecante che fa capolino da dietro le loro spalle e spara strali di terribile, luttuosa e tramontata fiducia. È una partita persa. La storia più assurda e artificiosa che io abbia mai letto e, vista rappresentata, ancor peggio; sembrerebbe un gioco al massacro, raffinatissimo, sì, ma oscenamente girato, percorso, sottotraccia, vincolato e tirato energicamente da un filo rosso, ed è sangue, elegante, sì, ma grottesco. A chi, ora, domandar soccorso? Chi può spegnere l'ardore dell'angelo e troncare il volo del diavolo? Io sono ormai vinta, abbattuta, in terra, dissanguata dal tramonto acceso nel quale si stagliano nere e pungenti due pupille, l'una cinica, l'altra perduta. Le scorgo, orride, simulo e mi inabisso in quell'oscuro e immenso labirinto di corridoi, di geometrie disperate, di ombre che si rincorrono e incrociano la mia fuga, istanti eterni di vizio, trame infinite di capriccio, racconto e dipinto tratteggiato con sapienza dell'immoralità pratica e teorica; il mio percorso si fa indeterminato, incerto, indistinto tra l'artificio e la vita, il tempo, un'eco sfolgorante e straniante che graffia e irretisce, stritolata nelle spire del crudele pugno che incrocia e intesse e inchioda, sudo, brucio. Lì mi sciolgo… forse.

Sono stata convinta, non sedotta, la seduzione dura meno della convinzione.


Eccolo l'ambiguo mio novantenne, colui che non riesce, non sa, non vuole giungere a una conclusione, che si avvita e si perde nelle sue ellissi magiche, nelle oscurità immense, nelle geometrie mirabili e non fornisce mai una spiegazione logica ed esauriente della realtà comune ma ne costruisce una continuamente sfuggente, prostrata alla superiorità femminile, ai capricci della donna che impersona il bene e il male, occhio scaltro e magnificamente diabolico. Io non posso far altro che aderire alla sua visione, non fosse altro che per una mia innata e peculiare caratteristica, quasi una patologia, ormai nota a tutti: nel teatro dell'assurdo ci sto a meraviglia, nell'orologio che ha perso le lancette e batte il tempo in maniera indefinita e disarticolata sono naturale ingranaggio, dell'insofferenza e del distacco da qualsiasi impegno impellente ho fatto sregolatezza personale, con l'illusione e l'eterno disattendere ad ogni promessa vado a nozze (le uniche dei miei desideri), sul governo delle passioni e delle perversioni baso tutto il mio racconto e il mio credo... che dire? Questo portoghese con me non è avaro di doni e sorprese, mi spiazza ad ogni frase, mi ghiaccia ad ogni silenzio, mi infiamma ad ogni sguardo. Contorto, sottile, elegante gioco in cui mi perdo e mi desto; passatempo ed enigma privo di disciplina e di conformità ad alcuna legge.
Si fa donna il mio vecchio. Graffia e incide. Ricama e civetta. Complotta e si diverte alle spalle nostre... cos'è l'equilibrio? Non lo so e continuo a ignorarlo. Pratica indeterministica. Principio di incertezza. Obrigado (recensione presso casa di RobyDick de O principio da incerteza).

Donne! Non era ancora tempo di ricorrere a loro per consacrare le illusioni senza nome di cui gli uomini erano fatti! Ora volevano solo condividere gli stessi momenti, quel vuoto del cuore in cui c'era posto per tutte le promesse del mondo.
Agustina Bessa Luís

martedì 20 marzo 2012

piano


Fa piano... non vedi quanto è placido il fiume? Presto saremo trasportati via, immergiti, rilascia le ultime energie trapassare nel liquido corso della fantasia e abbeverati dei tuoi pensieri, rileggili, annotali. Ascolta come scorrono. Io già non scorgo più il confine remoto che mi separa dalla contingenza. Imprimi dolcemente l'incipit su quel foglio bianco e perditi su strade finora inesplorate, fermati a contemplare l'irreale esse tracciata da bionde corolle, riempita di scarlatto fremito. Quanto vigore, quanta passione han fatto posto all'empio potere? Quanta ingiustizia, quanta sofferenza han creato i vili dorati legami? È tempo di riprendere la narrazione, impugnare penna e intingere le punte, scrivere a lettere di sangue il racconto giovanile, riportare alla mente le pagine più eroiche, spinger via l'impeto bestiale con lo scudo della poesia, della letteratura, della storia...
'Oh despota ingiusto,
amante del buio e nemico della vita,
hai riso dei gemiti di un popolo debole,
mentre la tua mano è imbrattata del suo sangue.
Vai profanando l'incanto della vita
E seminando le spine della sofferenza nel suo campo.

Piano! Non ti lasciare ingannare dalla primavera,
dal cielo sereno e dalla luce del mattino;
ché al di là dell'immenso orizzonte c'è il terrore delle tenebre,
lo squarcio dei tuoni e il furore dei venti.
Stai attento! Sotto le ceneri cova il fuoco
E chi semina spine raccoglie ferite.

Guarda là... Quante teste hai tagliato
e quanti fiori di speranza.
Hai riempito di sangue il cuore della terra
E le hai fatto bere lacrime fino a ubriacarla.
Sarai travolto da un torrente, un torrente di sangue,
e divorato dal fiume ribelle'.
Abu'l-Qasim Ash-Shabbi

Non è stato facile. Le pause e le incertezze han portato via tempo prezioso. La decisione impressa nella memoria infernale, la partenza dolorosa incisa a caldo, il momento di vita evidenziato con colore fluorescente, il distacco evoluto nel viaggio, l'intera esistenza fermata in una piega... è quello il segnale: chiaro e veloce, da là riprendere la narrazione, da quel punto risollevarsi, tendersi verso le braccia vigorose, afferrare le mani estatiche, gustare il vortice delle frasi amorose, sostare sulle labbra ardenti. Cosa aspetti? Nient'altro che quell'atto improvviso: rapimento e fuga, rivoluzione e rinascita, palpiti e gioco di cuori e menti all'assalto dell'ignobile tiranna. Può la propria terra suscitare tali sentimenti? Sì. Tieni vive le braci. Alimenta l'ansia di grandezza. Una vetusta forza serpeggia sotterranea a seminar discordia, a portar via fiducia, a impedire il libero fluire, ogni tanto riemerge, sbuca e interrompe la struttura della fiaba ormai iniziata. Eleviamo la visione, scopriamo lo straordinario lasciandolo sospeso sulle teste dei poveri mortali. Pazza. Forse. Può la follia porre rimedio alla disillusione operata dalla lucidità? Sì. Ma occorre attendere il finale.


Stava viaggiando dal passato al futuro, trasportata senza una meta sul tempo infinito del mare.
O non stava forse compiendo un viaggio interminabile dalla terra della costanza a quella dell’impermanenza?

Yukio Mishima 


mercoledì 14 marzo 2012

segni o segnali?

Dio promette la vita eterna, disse Eldritch… Si fa un salto triplo in avanti, la mia fantasia slitta e va a sbattere violentemente su un muro, via calcinacci e in mezzo, da una larga fessura si crepa, si allarga a diventare una voragine… giù mi lascio trascinare giù, e più precipito, più m'allucino, e in avanti, avanzo o indietreggio, bucando quel muro, sfasciandolo come fosse legno marcio, innalzandomi sulle braccia di baldi diavoli che mi offrono felici un passaggio gratis, mi rassicurano, saprai ripagarci diversamente! La lunga salita mi toglie il fiato, ho un appuntamento in orbita, innestandomi in un rovesciamento di prospettiva, intanto suona, la musica più aliena che io abbia mai ascoltata… straniante assai, sembra riassumere una fuga tra le vie desolate, pericoli ad ogni angolo, lo spacciatore che ti insegue per la dose cattiva non ritirata, la coppia di sbirri che s'affanna dietro lui e te… impreco, mi faccio largo, vengo vomitata fuori dal ciclone, l'ultimo scivolone mi spinge su un pungolo, mi condanna definitivamente alla confessione perpetua, non posso rimanere, grazie, scusate il disturbo, troppo complicato, consultare quella tavola, pedissequamente inutile: l'enumerazione infinita, la carenza di fenomeni a testimonianza, l'indeterminatezza di quei pochi meriti, le grandi omissioni, l'analisi dei pro e dei contro, con supremazia dei secondi, la bellezza delle mancanze e la conseguente poca attrattiva dell'obbedienza, l'assuefazione… no, meglio ritornare alle mie sculture di nuvole, i circoli viziosi, i giochi degli schermi, con quelli sì che riesco a non soffrire di intolleranza, di rimorsi, di colpa. Torno ora da un bel substrato, anzi ho fatto di meglio, ho creato una realtà personale, incauto sogno di anormalità, sinistra dea dei grandi punti interrogativi, profana e indegna proprietaria di molteplici chiavi di lettura, apro e chiudo il mio quando il mondo mi stia troppo stretto. Ci posiziono i personaggi, parti e frammenti di una complessa storia, li accompagno e m'assistono, essi stessi animati dallo stesso bisogno del dubbio e dall'angoscia di trovar risposte. Nella traslazione dev'esser accaduto qualcosa alle mie mani, alle mie ginocchia e al mio fianco. Fitte e rosse, acuto e lacrimevole odore di vernice; apparenti o reali. Oltre le nubi cerulee un tuonante clacson annuncia la venuta: il carico ordinato, a bordo di un meraviglioso, mastodontico truck. Non credo che tu sappia, ma credo ne sia valsa la pena, non ho trovato ciò che m'era stato promesso, ma in compenso credo e nego, vivo per l'affrancamento dal dokos e morirò vigile, cosciente e a tariffa zero, su sottofondo ipnagogico.
… Io posso fare di meglio; posso metterlo in commercio.





passi tratti da The three stigmata of Palmer Eldritch
Philip K. Dick

sabato 10 marzo 2012

la mia bambola parla


Ha cercato a lungo e, alla fine - ma mica poi tanto -, l'ho trovata, io: la sua voce, greve, profonda, con qualche incrinatura, due incertezze, quattro note raspose, a tratti gracchiante, ma tanto sensuale, a tal punto che ho pensato di essermene innamorata. Dopo averla riconosciuta tra tante gliel'ho consegnata: pacchetto confezionato ad arte, coloratissimo come le sue gonne, nastro scuro di velluto come il suo neo a metà strada tra l'occhio sinistro e la mascella. Aveva smesso di farlo in pubblico. Solo in occasioni particolari, quando stretta tra la necessità di spiegare e l'arroganza di chi pensava d'aver capito tutto, si rendesse obbligatorio dir qualcosa, la ritirava fuori e all'inizio rotta e insicura, prendeva forza e diventava flusso ininterrotto di confidenze e verità sostenute o camuffate da racconti. 'Sei fuori luogo, cara'. 'Cosa sei, una cornacchia?'. In mezzo a tanti che ignorano ci sono io. Io affascinata e solidale, sincera e storta, proprio come lei. Suona male per gli altri, la scarsa fantasia è la motivazione. Scandisce solo a me il sentimento della vita, sussurrato, mai urlato. Sobria, priva di inutili orpelli, musicale, soul, nera, ed è ciò che voglio sentire. Mi irritano gli acuti perfetti. Le tonalità sorde mi rappacificano con la vita. 'E' grigia a tratti'. Sì, e non si faccia nulla per nasconderlo, sia reale, la malinconia, spersonalizzata, mai appartenuta a qualcuno in particolare, la renda visibile agli occhi, appena, come fosse un velo, perché così accade, un'ora prima vorresti volare giù, un attimo dopo hai voltato le spalle per uno scatto di meraviglia. Il tragico evapora, la struttura emotiva che ne risulta è tutt'altro che labile, l'armonia che ne deriva è una rete vibratile che pesca la durezza del destino e ne fa suono ed impulso, energia.




cover e musica di un mio amico, modesto mio contributo illustrativo al suo lavoro in tondo e in piano..




In quel momento gli venne l'idea che, seguendo un percorso ad angolo in direzione sud ovest, sarebbe potuto arrivare a casa sua a nuoto.


John Cheever

martedì 6 marzo 2012

la linea scura




Disegnàti dal destino. Entrambi affilati. Foglio a quadri diviso in due. Una parte per uno. Più colore, sfuma, aggiungi, attenua. È arrivato il tuo turno, congiungi quei due punti e segui il segmento formatosi; dove porta? A stabilire un legame indissolubile, a toccare sentimenti profondamente tracciati, complice il tratto duro e materico di un pennello a setole forti, resistenti alle intemperie e desiderose di raccontare il mondo interiore dei personaggi delle loro visioni congiunte e disgiunte allo stesso tempo. Guarda un po' più in là: che vedi? Un universo intero di possibilità... tu? Quelle che non scorgo io son sicure le tue. Sempre la solita ironica. E cosa dovrei fare se non sorridere della sventura incipiente? Sapevi far di conto, avresti dovuto far quello. Sì, probabilmente, tu sai ragionare e dovresti aver ragione, almeno un 49 per cento, ma è l'altro 51 che mi dà problemi: mi rode come un tarlo, il lavoro sicuro mi ripugna, m'avrebbe privata dell'ultima zolla, la soglia sull'abisso... e tu sai, non posso fare a meno, devo sentirlo, voglio quel vuoto. Ho posizionato un lucido sul tavolo luminoso. Guardaci attraverso: che sogni? Una proiezione in avanti di ciò che è raccontato in superficie, un gran bell'insieme di composizione testi e illustrazioni fiabesche, evanescenti, sottili, impercettibili, lontane. Non posso non ammetterlo: sei sempre stata più permeabile alle intemperanze, decisamente trasparente e fugace come un acquerello ti perdi, scompari, ricongiungendoti all'elemento tuo naturale. È una tale gioia fuggire, sottrarsi alla incombenza: nel peggiore degli incubi è la sensazione successiva all'aver superato a velocità inumana la strettoia alla fine di un vicolo buio. Senti ancora l'aria malsana che ti risucchierebbe indietro, ma tu ne sei uscito vittorioso e la saluti sprezzante con uno schizzo di fiato. Non avrai mai pensione se continui così! Tredicesima, buonuscita, straordinaria mancanza di lavoro, assegno in bianco stracciato con orgoglio, un rapporto senza inizio né fine, perciò trattamento ottimale... sfrenata mi lancio sulla corsia più interna, sto arrivando, tira indietro il braccio, impugna bene non fartelo scappare, lo prendo... lascia che attraverso la mia opera viva anche quella tua irrealizzata in una meravigliosa ideale staffetta artistica tra fratelli.


qui il pezzo che non riesco a pubblicare..



... la linea scura che non si interroga solo su quello che l’occhio vede, ma anche su quello che c’è dietro agli occhi.
Edmond Baudoin

sabato 3 marzo 2012

musica e pesca




È che tutto s'inceppa. Di continuo. Seguo la traccia. Preciso. Ma il percorso si fa accidentato, permanentemente fosco, grigio. È o no un breve tratto di strada? Sì, impiegherei un quarto di solitaria traversata… sì e no. Ma, mistero e accidente, sbaglio, buco, esplodo. Ogni volta che incrocio la realtà, quella vomita fuori tutto il suo strazio, si sporca. Quant'è brutto accorgersi di non essere autosufficienti. Puliscila. Parla per lei. Chi, io? Io in continua sindrome di mancanza di me stessa? Io che m'aggrappo alle parole e scivolo sempre più? Io anoressica e bulimica, io svuotata e piena. Vivo di scrittura e segni. Ne ho ingeriti talmente tanti e non riesco a restituirli impacchettati in ordine. Son tutti sparsi nella comunicazione confusa e mai traducibile. Usa lo sguardo - rimbrotti. Foto a ripetizione. Soggetto: invisibile, macchia. Dacci un taglio - consigli. Follia. La cura è peggiore del male. Sono in crisi di astinenza. Non ascolto. Non parlo. Rifiuto l'espressione dopo l'ingorgo dei significati. Mi ricreo, quel che mi resta è ironia. L'ho ritrovata come segnalibro alla pagina 1982 del libro mio preferito, quello con la copertina ghiaccia, dove il freddo ha cristallizzato e spaccato, riducendomi in tanti frammenti, silenzioso e asciutto. Troverai le istruzioni più avanti, le rintraccerai quando avrai riadattato l'ambientazione così come in sogno… quella sì che è una terra incantata, il paese ideale nel quale l'immaginazione può distorcere e annullare e brecciare e realizzare! Stai meglio - in un fiato. Sì, che hai capito o, hai fatto finta. Son nata nel trauma e mi salverò, adagiandomi e addormentandomi. Fantoccio in mezzo al frastuono.


avrei preferito della ottima Baby Dee You'll find your footing.. ma non è più disponibile su tubo

martedì 28 febbraio 2012

la fortezza

Come sanguini disciplina. È ancora in attesa. Di cosa non si sa. La vita risulta cattiva all'assaggio. Scaduta. Ha aperto piano, gettando lo sguardo sull'ineluttabile e sul singolare contenuto e la muffa gli è esplosa in faccia, imbrattando naso e fronte. Assurdo. Mesi fa, fece un rapido calcolo, tenendo bene a mente maturazione, prospettive di sviluppo, crescita e guadagni, sostenendo una linea di pensiero poco lineare, e dapprima ignorando i segni dello sfacelo, poi man mano sottolineando rischi e perdite, sempre più veloci, più frequenti, si fece ogni giorno più consapevole della corrente, di quel vortice che tira dentro e annulla. È un viaggio lunghissimo. E la meta è sempre più sconosciuta; nonostante si chiedano informazioni, risultano sempre errate, confuse. E il tempo poco, pochissimo, scorre, indifferente, insensibile, scandisce l'inesistente, l'impalpabile, il sottile strato polveroso che si apre al suo passaggio e nel quale affonda. Aspettative. Le nuvolette di fumo che seguono lo sparo, quel lampo che abbaglia e ripiomba nel buio della desolazione, della solitudine dell'uomo di fronte al soldato con la faccia dura che obbedisce a un ordine, non conosci la parola d'ordine al terzo chi va là? Dovrai morire. E va giù, più pesante. Continua a domandare a se stesso e alla voragine in cui sta, quale sia il fatto importante, quale il segno, il fiat che dia senso e lo ricongiunga al vivere. Miraggio agli occhi fissi della cornacchia impagliata: cose fatali nelle quali si trova avvinto, convinto che abbia ancora il ritmo frenetico della giovinezza e la forza per saltar fuori. Amaro constata la fine: una specie di scherzo riuscito male. È appena scomparsa l'unghia del suo dito più lungo, il cerchio si stringe fino a scomparire, risucchiato da un punto, da un invisibile granello e si chiude l'ultima traccia del suo passaggio: cancellato l'unico file di quel progetto che sembrava aperto e possibile, uno sbaffo, appena, di un disegno scarabocchiato all'età di sei anni, felicità oltrepassata, dimenticata, rimossa, trascorsa e contrapposta a una tristezza immensa nell'età matura, sepolta, cupa e terribile. Una prigione da cui evadere. Il giudice invisibile. L'ineluttabile boia. S'avvia: nessun rinvio, né assoluzione apparente. Bisogna raccogliere le forze e non ci si deve arrendere. […] Entrambi i metodi hanno questo in comune, che impediscono la condanna dell'imputato. Però impediscono anche l'assoluzione vera.

… la fissava affascinato, si domandava che cosa ci potesse essere di desiderabile in quella solitaria bicocca, quasi inaccessibile, così separata dal mondo. Quali segreti nascondeva? Ma erano gli ultimi istanti.
Dino Buzzati


Frase iniziale: René Char; dialogo finale: Franz Kafka, Il processo.

venerdì 24 febbraio 2012

dissoluzione

Quasi nessuno lo ammette. Chi ne parla lo fa sottovoce o urlando sguaiatamente, ma nasconde la reale natura della trama. Il fatto è che ti sfugge, ti si sottrae in continuazione, al di là di ogni tentativo possibile non riesci ad identificarla, più tuffi la mano destra nel secchio delle esche, la sinistra a reggere la canna, più quella scappa, si rivela per una frazione di secondo sul pelo dell'acqua ad agitare le branchie in cenno di saluto e via… negli abissi delle storie, nelle divagazioni tematiche, nelle decomposizioni surrealistiche, nelle digressioni a sovrapposizione, nei piani delle regressioni.
Ti fa un'interruzione pubblicitaria da incubo al di fuori di ogni immaginario, deflagra e distrugge qualsiasi idea di narrazione, la riduce a brandelli e marciume. Devi prenderli per quel che appaiono ed evidentemente sono: frasi sospirate, suggestioni forzate. Sei stanca e stressata, rimani a lungo non pervenuta, non esisti se non su quello schermo, un minuscolo puntino luminescente che testimonia il tuo passaggio qui tra noi o una tua apparizione nello sviluppo lineare di un'esistenza.
È necessario un atto di remissione. Bisogna leggerla tra le righe, qua e là frasi e non detti, tra le scosse e le interruzioni, viverne spaccature e rotture, amarne ferite e lacerazioni. Raccogli tutti i se, immagini la realizzazione di tutte le ipotesi, e hai ancora l'impressione di essere a zero. È una continua paranoia pretendere che quel corpo assuma una forma diversa dal fantasma che da anni abita le tue stanze segrete, un essere onnivoro, micidiale arma da guerra che sembra voler fagocitare te e tutto l'immenso cumulo di dubbi, giudizi critici e tabù.
Ecco cosa ci vorrebbe: un bel missile che tracci una traiettoria nuova, una parabola insolita, il lunghissimo viaggio attraverso questa mia terra sconosciuta addentrandosi e lasciandosi avvolgere nell'abbraccio mortale, nel fuoco della dissoluzione, interpretando e frugando, facendo di sé e dei propri punti d'attacco, di te e delle trincee di difesa, lenta lentissima esperienza.
Cominci, rivivi, t'impegni in ricerca ed esplorazione, attenta a non farti sfuggire nulla, nemmeno il più frivolo particolare, devi spazzare le tinte cupe e oppressive, giacere e divertirti, conservare l'elemento colto insinuando sorrisetti triviali: sensibilmente edotta e insidiosa seduttrice, mentalmente disturbata e geniale stratega.
Preparati, sto accumulando fascine, comincio ad elaborare trance esplosive, passerò al setaccio le voci che circolano nell'aria, userò le loro vibrazioni, le onde che legano e liberano i nostri corpi, i flussi in cui siamo immersi, l'arco di tempo che dovremo percorrere per ritrovarci e perderci subito dopo, il morbido giaciglio in cui adagiarci ed agitarci, impiegherò tutto ciò per farne miscela e scintilla: quello che cerco è fuoco, disturbo e folle gioco, straccia la mappa, cancella gli schemi, è mio l'ardente scoppio, mie la gioia del volo, la certezza della disfatta; ha contorni sfumati la conoscenza della resa e il disequilibrio sublime della non gravità, il mio nome su quel missile.. i miei amamenti.

poi era venuto il giorno in cui aveva conosciuto per la prima volta il legittimo proprietario di un sogno che lui aveva fatto
Gravity's rainbow Thomas Pynchon

lunedì 20 febbraio 2012

melanine


Ho visto, giusto ieri, un panorama verde intenso con intervalli ben dipinti di giallo ocra, spruzzato di terra di siena sul quale il sole, benigno assai, svelava un'armonia insperata e sognante. Ho lasciato appena socchiusi gli occhi per evitare che quel mondo maiuscolo violentasse il corsivo delicato dei miei paesaggi interiori. Ma perché poi? Non era che una stupenda rivelazione, stagliata lì davanti, a portata di mano, non avrei voluto pentirmi della mia indecisione. E così mi son presa quel passaggio saltando sul sellino e andando incontro al destino avverso, o necessario, poco m'importa. Mi lascio attaccare da tutte le falene che mi sbattono contro. C'è la possibilità che anche loro approfittino e mi accompagnino. Le ultime. Vive. Continua. Finché rimarranno ad animare il brusco e veloce battito. Fragile essere. Saprai in tal modo ch'è possibile. Frana. Come neve non assestata. Viene soffiata via. Non tentar nemmeno di prenderla. Inafferrabile dolore. Aspetta. Spera, come la gente di buon senso può sperare in una felicità immeritata, un perdono spontaneo, roba così… una speranza che sembra morire nel 'silenzio', adagiata sul tempo, sprofondata nell'abisso. Ci son ferite che non è possibile rimarginare, come la necessità di tacere e di toccare paesaggi e orizzonti sconfinati. Irrisolto non detto. Che si sia capaci di sopportare, in che modo e in che misura dipende da ognuno di noi, in maniera soggettiva. Che si possa scriverne, questo è il mio tentativo, che si debba leggerne, questa è la nostra fortuna. Che si debba fuggirne, quella è la scelta di tutti.

frase della farfalla: scrittrice canadese Alice Munro.. e 'il' tatuaggio non c'entra nulla..

mercoledì 15 febbraio 2012

Simone e io

e la riluttanza non era di ribelle passionalità, ma di una voce interiore, di un senso di verità… Non l'ho ideato io, no. Ma è come se fosse stato. Ed è. Io mi muovo e cancello le tracce. Tutte. Parto. E riempio i bagagli di un'essenza sempre nuova: non l'influenza totalitaria, non quella della fredda dirigenza e della fedeltà cieca ad ordini bestiali. Io resisto. E spingo via l'infame e putrida oppressione. Scrivo. E riporto me, gli altri, lei, il dramma, sintetizzo e proietto avanti me, gli altri, lei. Cos'è un cigno o uno struzzo? È un'intera generazione che s'appassiona, troppo buona, gentile. Serve tanta personalità, ci vuole la sua forza, il coraggio e il sentimento delle belle idee; si riservi un posto al talento e l'inquietudine che m'appartengono e si dia inizio al quotidiano spettacolo. Divelte le gabbie da uno scoppio di rabbia e disperazione. Ecco, entrano i leoni. Volatile preparati. Ti spiumeranno per bene e mangeranno carne genuina e piena al punto giusto. Ingrassato per bene, nutrito a pane e letteratura. Di fronte: fantasia e utopia contro polvere e sfascio. Ha la meglio Ideale che ingaggia una lotta dura e serrata, riesce ad atterrare Sistema, sta sotto, stretto il collo tra le mani ossute, sembra esalare l'ultimo respiro, poi con una fulminea mossa, sferra un calcio nelle parti basse, un urlo disumano riecheggia… sogna, odia, sputa, e vuol campare. Lo vedi? Ti ucciderà, l'immaginazione sarà la tua tomba. Chissà… per ora rimango appesa all'illusione dello studio, in mezzo a un periodo ipotetico rischio di strozzarmi. Cos'è più vivo, una persona vera che traduce il suo respiro e muore disperando o un falso profeta che ruba quel respiro e vive da bestia? Lei è il mio rifiuto. Lei la mia resistenza. Al dogma, al potere, al falso e all'ingiusto, al conformismo e al relativismo. Lei il mio pensiero assoluto, luce interiore contro la menzogna e le tenebre. Legge e sorride. Studia e guarisce. Pensa e pesa: su un piatto i nemici dell'intelligenza e dell'integrità, sull'altro l'insegnamento, la libertà e la giustizia. Srotolo il grande formato, è una dichiarazione di guerra e la mia salvezza: l'operazione di prendere partito, di prendere posizione pro o contro, si è sostituita all'operazione del pensiero. Son convinta, ma continuo a ricercare la mia autonomia e il mio dubbio. Non sarò facile preda del cancro omicida dello spirito e della coscienza.
Si tratta di una lebbra che ha avuto origine negli ambienti politici, e si è espansa, attraverso tutto il Paese, alla quasi totalità del pensiero




a Simone Weil

giovedì 9 febbraio 2012

Die Sonate vom guten Menschen



Credi di decidere la tua vita?
I dettagli. Quelli almeno mi sarà concesso?
Ho oltrepassato il confine. Ho spiccato un salto al di sopra dello steccato e mi son ritrovata a trotterellare felice in un campo immenso. Verde a dismisura e azzurro così perfetto, asciutto, terso che ho paura a guardarlo per non sbiadirlo, per non vederlo sfumare via dalla pesantezza e ruvidità del mio dito. Un'unica appendice rivestita da uno zoccolo felpato dall'erba altissima. La solco come fosse un mare, libera, tendendo e rilasciando tutti i muscoli, modellati, dal vento che soffia sulle fragili parole mie, sulle intenzioni che si scontrano con la precarietà dei tempi, spazza la polvere dai progetti lasciati irrealizzati… piccoli particolari.
Ma le cose importanti vengono da sole.
Sono come il fuoco che cauterizza le ferite antiche. Tu percepisci il bruciore ancora vivo, ma cerchi pace lungo il profilo delle montagne, refrigerio nelle profondità dell'oceano, saggezza nella salita drammatica e spensieratezza sfrenata nelle discese distensive.
Mettiamo che per un tempo limitato io abolissi tutte le norme, e non alcune soltanto. Una volta raggiunto l'obiettivo, non potrei riassumerle tutte, quelle norme? Indubbiamente gli affari sono una specie di guerra. Perché dunque non fare guerra totale in vista della pace? … Risento la sensazione di ferita aperta. Mi guardo la gamba. Quella sinistra. All'altezza della tibia. Una lineetta alta non più di un centimetro e profonda non meno di due. Ho pensato che non smettesse più di venir fuori. Rosso. Denso. Insistente. Si vede ancora oggi.
Se guardi attentamente la riconosci. Brava. Calda. Impetuosa. Se stessi fermo un attimo ti ritrarrebbe in un secondo. Scosta piano quel velo opaco e tira a se in maniera chiara e precisa tutti i fugaci tratti del tuo carattere e le linee della tua vivacità. Lo stile è il suo: robusto e flessibile, ingenuo e concreto, permeato di due stillate di forza e originalità. La sua è pittura e poesia che si nutrono di fantasia e si innervano nella vita reale, tacite, armoniose.
A cosa penso? Alle tue parole, ai tuoi sorrisi di diniego, alla smorfia che fai quando non vuoi che ti fermi tra due virgolette e tre lunghissime pause. Eppure quei momenti mi riporteranno indietro e da quelli trarrò linfa vitale. Ad essi mi aggrapperò e mi farò sollevare al di sopra della viltà del deserto del cuore e dolcemente ammarerò sui due lembi mai rimarginati. Vivere vuol dire portare una cicatrice. Tutti questi pensieri eran come la banderuola in cima all'edificio del disagio e dello scontento.

I due passi sono tratti da L'inverno del nostro scontento di John Steinbeck



Let's just imitate the real, until we find a better one

sabato 4 febbraio 2012

Tired of remembering

Equilibrio. È una vergogna che tu non sappia cos'è. Spostati. Vai lì in fondo. T'impresto il mio binocolo. Corri. Raggiungi l'altro capo della conoscenza. Ti concedo una manciata di secondi e ti consegno l'essenziale opportunità di cogliere gli eventi passati, falsificarli, ripensarli. Quando avrai terminato partirai ancora e tornerai a me. Mi restituirai il paradosso apponendo innegabili ragioni e profonde argomentazioni. Perché rifletterci tanto? Non devi e non puoi! Non ne hai il tempo. Oh, se ci liberassimo di quest'inutile fardello e andassimo leggeri recuperando il viaggio, lungo, partenza in noi, arrivo nel mondo. Non dire ovvio se non lo senti davvero. Non pensare altro se non hai già deciso, dentro te, di dar il via al processo di comprensione. Hai il segnale di allarme inserito. Memoria_ proseguimento_lento. Nega quanto vuoi. Memoria_cancellazione_attivazione. Io riuscirò comunque a superare quel confine, ci sarò e infrangerò quella barriera, i maledetti cancelli del luogo sinistro, di quella terra di ulro dove l'uomo mutilato mi sopravviveva. Ma chi sei tu? Son la mappa che t'appresterai a disegnare, il piano che ideerete tu e gli altri per evadere dalla realtà disumana, la dimensione altra, la capacità immaginativa, lo sguardo capace di ridare significato a una vita spezzata e alienata. Non vedi dove sono? Cieca tracotanza mi sommerge e mi soffoca. Mi combinerò, mi farò alchimia, arte di vedere il mondo attraverso la prospettiva naturale, bibita ed essenza vitale, filosofia, chiamala, col nome proprio. La tua bocca sdentata parlerà oro, le tue braccia scarnificate sferzeranno l'aria con vigoria rinnovata, i tuoi occhi senz'orbita si maschereranno e scacceranno qualsiasi ombra menzognera. Sarò briciola che si farà pane intero, parola che si farà libro, nota che si farà inno. Io cantastorie moderna che non cederà al ricatto del lamento, scaverà e riporterà alla luce la grandezza dell'uomo. Dimmi ora chi sei, concedimi la salvezza… Son lo squarcio che apre, forza la ragione pura e arida e sorprende con la sua energia vivificatrice. Son la visione indecente che non perde il suo contorno reale e ricompone, ostinato e potente, il bello recuperandolo dall'orrore e dal brutto… Afferrati a me, son lo strumento e la voce, il demone benigno, ironia senza titolo, luce nel buio. Fu un giorno così felice… Il male accadutomi, l'avevo dimenticato, non mi vergognavo al pensiero di essere stato chi sono. Nessun dolore nel mio corpo. Raddrizzandomi, vedevo il mare azzurro e vele.

a tutti i perseguitati oggi, ieri e mai domani


brani di Milosz Czeslaw

martedì 31 gennaio 2012

trascorsi

Se roca intridi d'estasi la voce
per ricamarmi addosso umidi baci
versami sospirose ragnatele
che brividi si saldino alle vene…

Sono un passaggio obbligato. A volte sfuocato, spesso emblema del più sguaiato pestaggio. Nero, violaceo, m'ha lasciato i segni del suo amore sfogatomi addosso insieme alle sue frustrazioni e alla sua eterna insoddisfazione. Io non appartengo a me stessa. Ma non sono nemmeno sua. Trasfigura e brucia. Sono il suo tizzone, su di me si piega, si ravviva, sputa fuori tutta la sua rabbia e mi rabbonisce in un continuo crescere di mania incendiaria e successivo pentimento, struggente e malinconico, in cerca di redenzione. Io non sono in questo corpo, ci son finita per sbaglio. E non serve inchiodarmi in croce, incoronarmi coi rovi, scorticarmi per trovare una via di scampo. È tutto inaspettato. Si deve solo aspettare di invecchiare, nudi stesi sul pavimento, con un libro in mano, leggi e volta, ricomincia daccapo, termina, finalizza. Troverò tra le righe la perfezione tanto a lungo cercata, la ricchezza intellettuale di cui ho veramente bisogno. Ragiono, penso e m'ostino; mi lacero fino a diventar nulla: un raffinatissimo pegno con il quale ripagare le sue continue rapine e i suoi abusi.

… arroventando pelle alla mia pelle
sfogliami comprovando i miei dinieghi
così che me ne scenda vinta infine
e vittoriosa accolga le catene


i versi sono estratti da Passo nel fuoco di Rita R. Florit

giovedì 26 gennaio 2012

aliens

Mil è a pezzi. Preoccupazioni, marito, figli? Macché. Ricordi. Stanchezza. Sfiducia. Lavoro. Te l'avevo detto io: lascia stare, se svolti lì in fondo alla via, fai una scelta grave. Dopo non si torna indietro. Lo sai. Ma lei, è sempre stata schiva e i consigli le facevano schifo. Le bruciavano la lingua e le fischiavano le orecchie. Doveva fare di testa sua. E ha continuato a portarsi dietro nello zaino, bombolette e markers. Ad ogni buona occasione filava via e si rifugiava nel campetto poco fuori in periferia, quello adiacente alla fiera. E lì, in libertà con la musica, colorava muri grigi. Ci fantasticava sù tutta la notte e al mattino sapeva già cosa fare. Un fiore gigantesco in mezzo a una discarica. Un bimbo che gioca tra i soldati armati fino ai denti. Un clochard felice in una strada affollata da migliaia di esaltati dello shopping… Tante immagini la incalzavano, la volevano, posavano e venivano ritratte sulla monotonia e sulla mostruosità. Era brava, Mil. Sapeva dar forma al mondo surreale, lei conosceva le tecniche giuste per penetrarlo, afferrarlo, ricomporlo. Inutile cercare di sfuggirle. Riusciva sempre ad artigliare la materia inebriante e a sciogliere la pastosità di una tonalità troppo densa ed ostica e a renderla dolce sfumatura delle sue visioni. Eccole. Si scorgono, basta affacciarsi. Abbassa le palpebre e attraverso la fessura si rivede. Si sveglia prima del trillo con un guizzo genialoide. Un'ideona. Bla bla bla - oggi m'interrogano - bla bla bla - non ripeto mai ad alta voce - bla bla bla - li stupirò tutti, cazzo era Goya? Ed Ernst? Stranieri passano in strada per caso due sguardi diversi si incontrano, ed io sono te, e ciò che vedo sono io, e ti prenderò per mano per guidarti nel paese, ed aiutami a capire meglio che posso… Un fulmine a ciel sereno. Passa presto. Dura poco, quanto una scarica 500v. Bruciatura tatuata. Buio pesto. Sosta terminata. In contrasto netto col progetto distruttivo, sceglie una rotta diversa. E basta con gli schemi rigidi e finiamola con la tradizione dell'invasione. Quello vira improvviso, inverte e se la porta via. Non se ne sa più nulla. È stata rapita un giorno, in pieno giorno, mentre andava a scuola. Alla destra Grà e Giò, alla sinistra Anna e Sigi. Dietro Giù, Frà e Paolo. Sù, più sù. Cloudless everyday you fall upon my waking eyes inviting and inciting me to rise and through the window in on sunlight wings a million bright ambassadors of morning… scorcio interno, dallo squarcio fuori confuso dalle prospettive, in sovrapposizione un sorriso e un ghigno. Meglio, molto meglio. Gioco di toni e scala di sonorità. La sali, piede avanti all'altro, dentro ai solchi del disco e tocchi le vette del sublime. Quali estranei? Sto in famiglia. David Gilmour somiglia a mio zio… ritratto venuto benissimo. Mil, alias Storm Thorgerson.


inframmezzate voci lontane di pink floyd..