sabato 17 luglio 2010

eran quattro?


Lascia… o raddoppia! Ma le vedi quelle nuvole? Ma non vedi che disegnano un profilo perfetto? Sù guarda lì. Siamo stesi da un'ora all'ombra di questa enorme acacia e tu ti perdi in discorsi futili e noiosi. Io ascolto e dirotto le tue parole a tracciare delle linee immaginarie, quelle attraversano tutte le dimensioni e si fermano, improvvise, precipitando si abbattono su un orecchio, all'inizio distratto, poi invece accogliente e questo sì le applica, le dona al cielo azzurrissimo, spruzzandolo qua e là di bianco.
Quanto meno te lo aspetti. E io non mi chiedo nemmeno il perché sia accaduto, e perché poi? Io rimango lì fermo, no, non in attesa, proprio sospeso, non ho bisogno di ora, e nemmeno di poi, muto, sordo e cieco, perché è quando non si spera più in nulla che si riesce a sfiorare l'eterno. Cosa ne so io? Di questa immensità che si staglia davanti ai miei occhi? Reale o sogno? Tutto si confonde nel sorriso che s'intreccia al suo, nell'attesa di un tempo migliore, degli eventi che vorresti arginare e invece ti trascinano via, rompendo tutti gli argini e sfociando in mare, dove continui a volteggiare, ora sotto a sfiorar coralli, ora sù ad inzupparti di sole…
Mi lascio trasportare, corrente amica, rollio morbido di onde, s'infrangono ai nostri piedi, brezza che fascia delicata e rinfresca anche i suoi turbamenti, navigatore esperto dimentico delle mappe stellari che si perde in mezzo al cielo, rispondi cos'è speranza? Non è forse paradossale assenza di speranza? Non è quell'impotente camminare lento, abbagliati da cocente sole che ti fa incespicare e ti toglie il fiato, ma fa più dolce il rientro, ritrovo in cui racchiudermi, accovacciarmi sicuro tra le braccia sue, mia simile, reca in mano la chiave dello scrigno che custodisce i moti dell'anima mia, il prezioso ricamo del lenzuolo verginale, cucito pezzo dopo pezzo.
Costatami tanto, ora è lì, visibile eppur segreta, forte e fragile come un bellissimo pezzo di ceramica, mia e sua non v'è differenza. Perché pur distinte le storie delle vite si somigliano e le speranze nascono proprio lì dove le catene della casualità s'inanellano, evento supremo, incontro inaspettato, arrivo nell'occhio del ciclone, sorriso del vortice, quando non senti più il bisogno di un appiglio, senti il vuoto, ma godi del profumo sprigionatosi all'imbrunire.
È lei la mia speranza. Mi è scappata fuori senza accorgermene. Ti interrompi un attimo e mi guardi stupito. Sì lo so non si deve mai riporre una così importante ricchezza nelle mani di un solo individuo, ma io posso e devo, lei è la speranza in me, il riflesso che mi specchia, densa di significato, esaltante e ammaliante, mi turba e mi dà piacere, sentirla viva e rigogliosa, mi stimola a rovistare dentro me, alla ricerca di qualcosa che riesca ancora a sorprendermi, per ricordarmi che sono qui, vivo, per lei, ad ogni giorno che finisce, lei si consegna a me, speranza delicata e indispensabile di ricominciare domani insieme a lei.
Sono folle? Si può, improvvisamente è tutto diventato intensamente limpido, un verde che illumina, riempie, aggiunge certezza al forse che aleggiava finora, idea e concretezza, lei si materializza e diventa corpo, anima, passione. Cosa è impossibile? È diventata sinfonia, trama fitta di tessuto pregiato, tutto era privo di senso prima che entrasse, ora è forma intera che distinguo benissimo, una forma che contiene me e spiazza te, osservatore cauto che non ricostruisce ordinatamente una classica figura. Sì sono folle.
Non la toccare! Non capiresti. Occasione fortuita. Erba o fiore. Tre o più petali. Non la si afferra, non la si stringe, non la si demolisce, la si tiene in palmo di mano e la si ama, lei, amore e felicità senza fondamenta, proprio come quegli attimi rubati al tempo.

E poi il cervello mi è scoppiato in una pioggia di fuochi d’artificio. Come esperienza, la pazzia è formidabile, te l’assicuro, e da non guardare con disprezzo; e nella sua lava vi trovo ancora la maggior parte delle cose di cui scrivo. Ti fa proiettare ogni cosa in una sua forma precisa e definitiva, non in pezzettini, come avviene con la mente sana. Virginia Woolf, Un riflesso dell'altro

8 commenti:

  1. erano più di ventiquattro!

    RispondiElimina
  2. son tutti quelli che vuoi che siano… se fossero quattro, se fossero due e mezza, so solo che s'incontrano e fanno la tua 'fortuna', per un attimo, per un mese, un anno e ventiquattr'ore, o più

    RispondiElimina
  3. Amo la Woolf... e questo post è degno di una Mrs Dalloway in versione mediterranea :)

    bacio

    RispondiElimina
  4. Mrs Dalloway ventiquattrore di fuoco! Quando in una libreria di Mi, lo comprai dopo averlo annusato e toccato per un buon dieci minuti, una frase mi rimase impressa: Questa è la verità sull'anima nostra, egli pensava, sul nostro io che simile a un pesce abita mari profondi e naviga nelle tenebre, facendosi strada fra i tronchi di gigantesche alghe, attraverso spazi screziati di sole e poi di nuovo giù entro oscurità fredde, fonde, inscrutabili, e improvvisamente si slancia alla superficie e in cima alle onde si trastulla col vento; e sarebbe come dire che prova un gran bisogno di strofinarsi e spazzolarsi e ridestarsi e chiacchierare. … baci

    RispondiElimina
  5. sarà letto...la woolf nn la conosco

    RispondiElimina
  6. Meravigliosa.E' una fragranza che non smette di stupire,a cui non ci si abitua.Rivive e si rigenera ad ogni contatto.Mi turba:la "divoro" per questo.
    Grazie per averla condivisa.

    RispondiElimina