lunedì 6 giugno 2011

intenzioni

Le ho maneggiate tante di quelle volte che son lucide. Me le son girate e rigirate tra le dita; milioni e milioni di volte, guardate e rimirate, studiate e criticate, sospettate e ridotte. Per una, benedetta, altre, tante, distrutte. Una scusa, una fasulla giustificazione e in malora, via tutto. Bastava non sporcarle, non sottoporle al pubblico ludibrio, chi mi disse un giorno: custodiscile, e tienile in serbo, solo per te, chi? Non ricordo, ma so che aveva ragione. Avrei dovuto proteggerle, non sottoporle agli scossoni, all'inondazione dell'ignavia, allo sputo della denigrazione, all'usura dello sdegno, e alla pigrizia del coraggio. E cosa ne avrei tratto? Dal cambio, oggi so, ho ricavato un grande valore che nulla ha da invidiare alla varietà dei suoi elenchi, o allo scherno delle loro smorfie... Qualcuno un giorno disse che non vi è nulla di peggio che non essere compresi. Chi? So bene chi, maestro di poesia ed arte, fondamentale guida, pensiero vitale, genio anche lui violentato. Non gli impedì di arrivare fino a me ed io in sua compagnia vago e scavo, trovo altri giacimenti, nuove risorse. Non già una sorpresa, credevo fosse seme iniettato, invece era lì, indugiava sornione, s'agitava e si crogiolava, attendendo, paziente, che arrivassi a coglierla, lei insieme alle sue simili, in tutta la loro bellezza, esercitando un potere di cui non conoscevo l'esistenza o la tenacia. Coinvolta, in tutto il mio essere, ne sento gli effetti, investita ed onorata di esser stata scelta: l'ho mostrata, fiera, l'ho valutata, prudente; ricchezza sonnecchiante, ma mia, la afferro forte e la cedo volentieri, condividendo con altri l'entusiasmo, lo slancio e il coraggio, l'interiore libertà e il sacrificio degli interessi particolari. Ci sono, gridano ad una ad una. Grande la gioia, aperti i sorrisi, morbide e leali le strette, accoglienti gli abbracci, veri gli auguri, resistenti gli appoggi. La poesia mi offre soccorso, aiuta a riscoprire, a risvegliare. Son tanti i passi che riesco a ricordare, a tratti mi rincuorano, suscitano gratitudine, un moto sano d'ammirazione e di rinnovata azione, avranno un significato quelle parole che scritte più di un secolo fa, fanno capolino dai miei libri impolverati e ammiccano perché siano usate e tradotte. Leggetene e fatene tesoro, distribuitene a piene mani, sbracciatevi finché non vi vedranno e sottolineatele, ripetetele. Saranno come bandiere, come striscioni perenni, scudi contro l'inerzia dell'ovvio, saporite ricette, dense creme che andranno ad emulsionare la cattiveria, ad idratare la ruvidità del quotidiano. Ma esprimetele, imprimetele bene che tutti le possano vedere, insegne luminose sulla vostra fronte, sbatacchiate e insistenti, purezza dei segni contro il buio del silenzio colpevole. La sua lirica, sostegno irrinunciabile, l'ho ripescato non richiesto, l'ho eletto mio saggio suggeritore... farò una figura grama, o, forse, sarò salva, nelle piccole e impercettibili verità polverizzate rintraccerò la modernità: quando un vecchio sa esser giovane e sa tessere con le sue parole dei ricami preziosi, assai più egregi delle sue vivaci cravatte, si fa voce sincera e mezzo di trasporto di idee e intenzioni in una corretta direzione. Attraverso stanze oscure, percorro corridoi nascosti. In fondo all'insidia un varco, m'affaccio e mi bacia, il futuro caldo e abbagliante. Una serie infinita di trappole non è bastata ad imbrattarmi l'anima, ostinata e bruciante, come quel puntino luminoso che spinge dietro la mia palpebra cieca. A me trasgredire... mio quell'ordine insorto.

Proprio l'istante in cui la bellezza,
dopo essersi fatta lungamente attendere,
sorge dalle cose consuete,
attraversa il nostro campo rigoglioso,
lega tutto ciò che può essere legato,
illumina tutto ciò che deve essere illuminato
del nostro retaggio di tenebre.
René Char - 'à une sérénité crispée'

a PrimaveraLocorotondo

venerdì 3 giugno 2011

confini



La parola è una finestra aperta verso la realtà.

L'ultima volta che l'ho abbracciata è stato un Natale. Si precipitò giù per le scale, e sul primo pianerottolo forte, commovente, strettissimo: ah, sei qui, e, come se la conversazione non fosse mai stata interrotta, giù nel giardino, eravamo due fiumi in piena, aggiornamenti arginati solo da lacrime e sorrisi e nella corrispondenza costante dei racconti, saltavamo tra episodi, storie, disordinate, stagioni, pensieri. Tutto grigio, qualche macchia verde e noi all'ombra, ancor più scure, sotto un albero maestoso di frutti sgocciolanti succo dolcissimo. Un'infinità di colore, noi due e quella massa carica di profumo, una macchia rosseggiante che mi sorprende ancor oggi nel ricordo di quel giorno. Un quadro che si agita nella finestra aperta ora all'interno della immaginazione e mi piego per raccogliere a piene mani lo squillo e il contrasto e il tesoro inestimabile. A malincuore affermo oggi: quell'albero è stato tagliato. Estirpato con i nostri affetti. Son stata forse troppo fredda, capace poco di aderire alle tue idee e confermare i nostri ci piace. Le nostre convinzioni si sono sbriciolate, le parole già precarie, al primo ostacolo, sono inciampate e son rovinate come quelle facciate vecchie e scalcinate. Mi ci son affacciata un giorno e da un angolo mi son fatta beffe delle promesse e dei giuramenti di bimbe. Non son fatta per i legami stretti. Cazzo significa? Non lo so. Ma mi sento nuda dopo un po' e me ne vergogno. L'imbarazzo non era un'invenzione che avessi in mente. Tu non sai amare! Ahia, quell'esserino ha parlato e decretato la fine dell'io, di quell'io che si faceva un sacco di domande, e che avrebbe atteso una vita prima di trovare le risposte. Ho ancora un punto interrogativo, la domanda… e il silenzio sbuca fuori e rode le convinzioni radicate, in tanta coscienza non assoluta, su vaste superfici, tra conflittualità e libertà di pensiero, al di fuori della logica comune, senza indirizzo, poca polvere sugli scaffali e tanti alberi di cachi.



finché non ho compreso che non esiste parola che faccia male come te.
Pavle Stanišić

i versi iniziali sono di Herbert Zbignjew

mercoledì 1 giugno 2011

40

pizzo da velo… rimarrà nel corredo…

Do not disturbe. Ritorna a intervalli, salti di tempo ormai troppo brevi. Troppo. Ha la facoltà di aprire varchi e fenditure, perché? Viaggia. Senza limiti avanti e indietro. Le primavere del corpo hanno lasciato il posto agli autunni dell'anima. È una pirata rivoluzionaria. Sovrappone e intreccia oscenità con tabù, paranoie con amore. E viaggia. Poche cose da portar via e di cui aver bisogno. Necessità? Niente legami. Con forza visionaria impareggiabile dirige uno spettacolo di ombre: personaggi che si muovono leggeri, scompaiono e ricompaiono, si scambiano i ruoli, occupano perennemente i camerini e le quinte. Ingoia una pallina d'oppio, l'ultima. Non vuol sentire nulla. Nemmeno il minimo sintomo di mal d'aria. Parte, infine. Ma non è un congedo classico, né perfetto, né temporaneo. Cos'ha lasciato? Una stanza bianca che profuma di asettico pulito, la televisione ancora accesa, ma muta, la radiolina sul comodino accanto alla bottiglietta santa, al fazzoletto intriso della mia acqua di colonia. Lenzuola raggomitolate, cuscino improntato… Ha approfittato di un momento di tregua, di una disattenzione e zac… è o non è un esperto in arti magiche? È entrato, ha effettuato un'operazione indolore, inciso una mappa preziosa col bisturi in corrispondenza del neo e vincendo l'annosa sua pigrizia, le ha stampato un biglietto di sola andata, destinazione ignota, ma sicuramente terra calda e mare trasparente. È entrata. Ha varcato. Ha preso un passaggio? Bisogna sempre approfittare della gentilezza altrui. È un'esperienza utile, dal carattere riepilogativo e tutto un universo tematico rintracciabile in essa. Non ci si pensa più di tanto, un libro buono, una macchina fotografica e via. Torno subito!

Ho scavato un buco nel tempo con un petardo. Che altri ci passino attraverso.
William S. Burroughs - 'Le città della notte rossa'

lunedì 30 maggio 2011

viaggiatrice


Corto circuito. Piccolo circuito. Circolo per scenari improvvisati e su sceneggiature da me dipinte. Mi abbandono piano, in maniera sapiente e ingenua su latitudini differenti, avvolta dalle spire del sogno che mi solleva dal chiuso della mia stanza e mi spinge sui crinali dell'immaginazione. Ho lasciato presto l'eden caldo e accogliente, mi son fatta cacciare. Comincia qui l'avventura tra gioie e dolori, doglie e nascite, sonno e morte. Emetto il primo vagito e m'incammino, scrutando e perdendomi nello spazio infinito, a bordo della mia astronave, tra due guanciali o sprofondata nella mia chaise longue, oh, la mente prefigura modelli impossibili che rappresentino l'immane universo. Son qui, calpesto l'ultimo livello di una stratificata epopea, in una terra ibridata da molteplici civiltà e anch'io mi faccio ingravidare e contaminare da stilemi e figure di diversa appartenenza culturale. Voglio sperimentare su di me, voglio attraversarmi e collegarmi senza soluzione di continuità, senza confini, luce tersa e tarsia forzosa, in tensione ludica e in rigore formale. M'alleno, mi preparo in istinto, mi formo, mia palestra cromatica e geometrica. È così che girovago. È così che ricordo, evoco e riporto in tratto e parola. Astrazione.

giovedì 26 maggio 2011

assaggio


Non sai eppure sei obbligato a porti la domanda. Tu in primo piano. A studiare il suo animo, ad animare il suo già morto desiderio di vita o a seppellire il suo intento. A vivificarne o ad abbatterne definitivamente essenza e simbolismo. Hai un ruolo fondamentale e te ne rendi conto solo alla fine, quando stai per scomodarti e abbandonare l'evidenza specifica: un reale che apre e si apre nell'immagine. L'albero che cede il suo frutto e salva in fine, col gusto della natura, della semplicità; la terra che accoglie materna e ripulisce, ricopre, riappacifica. Ripensi. Rivivi. Ritorni. Riscopri così una vitalità mai sperata, quasi immaginata e mai realizzata. Cosa era avvenuto prima? Non vuoi saperlo? Cosa succederà? Non sei in grado di vederlo? Perplesso, interrogativo, alla ricerca di ascolto e di contatto, è l'uomo, sei tu che non rinunci al dubbio e non sei capace di scegliere la conclusione ideale. Potrei aggiungere altra storia, io padrona della trama, riempire ogni interstizio, accettare l'invito e accostare un'altra portata. Ma decido di sposare l'essenzialità della sua arte, limpida e pura, cristallina e silente e scatto l'ultimo fotogramma, senza rimuovere e contornare, lasciando che viva senza cornice a tutto fondo, su una tela che si innesti alla perfezione nel circostante, una pellicola priva di nero e buchi, una sequenza unica che continui a trasmettere vita, cinema, poesia…

lunedì 23 maggio 2011

democrazia?


Ho trovato un amore
che brillava d'innocenza
nel cuore scuro del ghetto

Bello che ci sia una mescolanza di colori, esprime una moltitudine, traduce una solidarietà e una riconoscenza non misurabili, è un gesto d'amore collettivo. Brava. E io pensavo di aver fatto solo un buon ritratto. Mah… Praticamente non voluto. Assolutamente non cercato. Appena l'ho visto, gli ho chiesto: vuoi posare? Semplice. Immediato. Sillaba: sì. È leggero. È sporco di petrolio. Non pretende di esser ripulito. Si mette comodo e aspetta. Io sistemo tutto il materiale, inclino un po' il cartone su cui ho deciso di lavorare e comincio. Dopo appena cinque minuti, comincia a muoversi. Si sposta. Mi guarda in tralice. Traballa. Ma fiero, cerca di mantenersi in piedi, giocando su un accurato espediente, destro, sinistro, destro sinistro. Un ripido e fugace raggio risalta l'inferno. Una traccia. Ora la vedo. Nella dolcezza degli occhi, pericolosa, spinge verso l'esterno la rabbia e una domanda: vuoi salvarti? Sofferta. Orrore. Non ho l'ardire di rispondere e il risultato della mia vigliaccheria è una pennellata crudele sui suoi pensieri. Ma quelli non si cancellano, anzi, sotto l'ala spenta e scura sembrano sottolineati e acuita è la ferita dello spirito. Spruzza fuori un fiotto di verde intenso. Ribrezzo. Dolore. Differenza incolmabile, vuoto deprimente. Resisto. Rispetta. Colpevole. Innocente. Oppone. Questa volta attacca per primo: vuoi giustificarti? Sub-cultura. Imperante. Il ritratto non è finito. Stacca ed asportate il cancro che avete esportato.

versi di Barolong Seboni

venerdì 20 maggio 2011

col rossetto sullo specchio


Non hai perle da regalarmi, non denaro sufficiente per lasciare che io scelga un abito di seta, abbinare un paio di bellissimi sandali gioiello. Non m'interessa. Mi basta che mi immagini lì sul tuo letto, con in dosso solo l'odore diffuso del primo incontro e dentro la mano fine, sottilissime dita, che mi sveste anche dal più ostico dei sospiri e dei dinieghi indolenti. Non ho più lacci, e mi contempla le spalle, sventolo la candida coulotte, e mi bacia lento sul collo. Poi si ferma e sbraita. -Cos'hai fatto dei tuoi capelli? Dove sono la tua faccia, la tua bocca, il tuo sorriso, e il broncio, e i rantoli, e i mugolii? Non distinguo il tuo pianto. Non avverto la tua lingua che scardina la cintura di castità, non vedo i tuoi occhi, il destro che studia i punti che mi diano piacere, il sinistro che assisterà il primo nel raggiungerli tutti. - Per caso vuol ballare. Mi gira e mi rigira. Mi passa attraverso. Mi volteggia i fianchi come fossero un fuso. Ho ricamato nella tarda ora un desiderio, folle e perso, il rimpianto di una vita. Son al centro della stanza, rincorro il guizzo dell'ago del tempo, ma ormai, tardi, son via. Mi figuro che gli manco, che arde nel desiderio di entrare, cede il passo all'altro che vien prima. Prendi, intanto. Il profumo s'insedierà tra le unghie, lì starà e non si staccherà se non quando, davanti ad un riflesso, battendoti il petto, schioccherai fuori dalle ciglia, tremolanti e salate, strette e libere, lasceranno spazio al mio viso, a tratti o tutto, nulla.








E molte notti resistono

Senza una luna, senza una stella

Così resisteremo noi

Quando uno dei due sarà via, lontano

Leonard Cohen








Francis Bacon - Figure distese allo specchio, 1971

martedì 17 maggio 2011

uccellacci e uccellini


Sono un uomo libero! È stanco. Ma continua a gridarlo da lontano. Da laggiù. Di umore altalenante. Tra speranze e delusioni comincia e finisce sempre collo schivare le frecciate e rimanda sempre dolci parole innamorate. Evade domande semplici, rompe quella scorza dura che sta in superficie, s'avvolge nei panni sgargianti delle notti insonni ed estrae tutta la libertà che riesce a trovare. Nudo dentro e fuori i diavoli tentatori: i suoi atti osceni in luogo pubblico. Non si può manipolarlo, né pensare di riprodurlo, di ripeterlo. Lo si può usare. Lo si può consumare. Lo si legge e lo si estrae, sempre. Lui e le sue profezie. Lui e la sua ira. Lui e le sue visioni. Lui e la sua energia. Graffia, scava, prendine a piene mani, senza chiedersi oltre cosa direbbe lui. Cosa farebbe lui. Non era un totem. Non era religione. Era tabù, anti-eroe che lotta con se stesso e col fato. Libero. Affrancato. Prendi la tua anima, cucinala e mangiala in salsa piccante!

in alto Richard Gerstl Autoritratto, 1904

sabato 14 maggio 2011

alLUCIno


Tre spente, una accesa… verso l'inevitabile ascesa. Una volta privata del peso, che si fa? Si sale. Apriti cielo. Prenoto un tour di visita. Se non mi dovesse divertire abbastanza mi precipito all'inferno. Sì prendimi per mano, e tràinami; raggiunta la destinazione svegliami. Rispolvero la bussola, non si sa mai. Guardare alla posizione del sole, dell'orsa, da che parte cresce il muschio sul tronco, leccare il dito ed esporlo ai venti, far la conta su destra, sinistra, nord, sud e via… Trombe suonate, stiamo per solcare la soglia. Ma cristo [ops], hai fatto l'abbonamento all'inciampo? Ogni dieci, un volo gratis… ma dai? Madonna [ri-ops] guarda che bel frutto, su quell'albero carico, giallo, lungo, super-calorico. Cogliamone un casco intero. Mi sa, mi sa che nel viaggio di ritorno, porco diavolo [ohhh-oplà], ci servirà! Prima di scolorare nel finale evoco bucoliche visioni e sospesi a mezz'aria in toccante congiunzione tra diavolerie varie, elettronica fiammeggiante, nella più calorosa accoglienza faremo l'ingresso nell'edonistico centro solarium, centro benessere, sauna e trattamento per la cellulite, se rifiuti questo ballo, mi scateno con lui, affascinante, ardente e sempre divertente satanasso!

“Dio” dissi, “che mani calde hai! Devi avere la febbre.”
“Non chiamarmi Dio” disse.

Buk se fosse qui adesso li malmenerebbe tutti, bestemmierebbe forte.. prendo esempio, domani e lunedì via allo sfogo!

martedì 3 maggio 2011

la prima


Questa pagina è suscettibile di ricollocamento, di ricapitolamento, di ristampa. Il mio è un impulso dal quale non posso prescindere, il cuore del mio universo. Batto sui tasti superficiali del mio essere e quel che risulta, sempre, è un istante, un'astrazione, un'avventura che si dissolve non appena rimane impresso come carattere, per mezzo di font, poco allineata, per nulla incorniciata.
Riusciresti a trovare un legno che possa trattenerla?
Non c'è un luogo ove possa provare un albero che mi ceda volentieri la sua anima e la sua corteccia per farne contorno al mio scrivere.
Non vi è un luogo dove possa reperire la risoluzione ai miei problemi, una fine ai miei pensieri, una eco ai miei urli.
Non trovo una terra indefinitamente perfettibile nella quale piantare ogni dolore e ogni gioia.
Sono attuale, o sono essenza irreparabilmente disgiunta da me reale e me sogno?
Lei, la mia pagina, si sottrae allo sguardo indagatore. Si rifugia nell'antro buio e lì mi chiama e mi nomina sua intima complice: Non dir nulla, non rivelar dove io sia, pena il tuo straziante dissolversi alla luce del sole!
Oh, non c'è pericolo che in me s'insinui l'equivoco del generale errore: io mi allungherò, raccoglierò e ti porrò, la magica virtù, il sentimento non manipolabile, al di fuori di ogni sospetto, l'intuizione di un attimo che si fa eternità, particolare dosato o elargito a piene mani: assaporalo e sputa il seme che possa persuadere la terra a moltiplicarlo e a diffonderlo.

Da quel momento in poi, l'operazione poetica sarà condotta alla luce del sole. Si rinuncerà a mettere sotto accusa certi uomini, che tenderanno a diventare tutti gli uomini, per via delle manipolazioni a lungo sospette agli altri, e per tanto tempo equivoche perfino per loro, alle quali essi si dedicano per trattenere l'eternità nell'attimo, per fondere il generale con il particolare.

Pagina riempiti e svuotati, fatti verità e sfavilla davanti alla buia credulità, rivelati e percorri, insieme a me, il tappeto rosso della rassegna geniale, tu trama e io regista. Rubo la scena un solo istante, solo per una breve dichiarazione: scossa anch'io dall'indipendenza del foglio, rivelo che nulla ho potuto contro il suo tentativo di rivolta… l'ho lasciato fare e ad onor del vero non avrei mai voluto opporgli resistenza. Indice e ringraziamenti.

frame da 'Close up' di Abbas Kiarostami
passo tratto da 'I vasi comunicanti' di André Breton

sabato 30 aprile 2011

riflettori


Ma sei troppo giovane. Non sei arrivata. Ne devi fare ancora di strada. Ma possibile che sia regola? Io voglio esser eccezione. Bastevole a se stessa. All'emersione di una sorpresa, di una novità si pensa subito a trovar somiglianza, con un pizzico di vecchia perfidia, si cercano punti di contatto, si studiano eventuali analogie come ad ammirare la copia di un celebre dipinto. No. È tutto originale, sono io. Alle aridità della vita contrappongo sogno e sorseggio un balsamo che dia pace e calmi gli eccessi di tosse, i latrati che ammutoliscono la fantasia e l'identità e lo stile. È un afrodisiaco, è una camomilla, è un digestivo, è un brandy ad alta gradazione alcolica si lascia bere seduti di fronte a un bel fuoco; riscalda il bicchiere e scaldati il cuore prima di ingollarlo, potresti rimaner strozzato o vorresti averne ancora, ancora… Difficile, impossibile, you can't run and hide… blind. Pensa a salvarti da solo o se vuoi, veramente, raggiungimi. Impara ad amarmi. Impara a tenermi la mano mentre balliamo questo sogno, muovi i piedi insieme a me, sussurrami una carezza, soffiami il battito, cosicché io lo assimili al mio. Smetti di farti pubblicità. Quelle insegne luminose non hanno senso, sono allarmi fastidiosi, i tuoi stupidi lamenti lampeggiano ma lasciano buio. Got to be slow. Simple to talk about love. But I want to know. Ecco cos'è. Miele dorato o bruno che fluisce morbido, affilato o denso, scorre e placa, malinconico si perde sulle ciglia pesanti e si distende sugli occhi di ghiaccio. Tac… si dischiudon teatralmente le valve e carica di promesse si consegna al mondo, perla nera in corpo bianco. Falla finita. Hard coming, love… coming, love.

Passi tratti da Hard coming love - The united states of america

a tutti coloro che se la menano… (inteso anche in vernacolo), lamento o auto-infliggimento pene!

mercoledì 27 aprile 2011

A.A.A. cercasi


dopo decenni di confusione, caos, esperienze atipiche, furibonde lotte col sub e tragico inconscio ancora un sacco di animali da incontrare, nulla sempre più incombente, traslochi di cuore e sempre sempre più di prima cervello dissociato, disoccupato, ingannato, illuso e rubato. Inutile dire: da domani si cambia. Tutte cazzate. Continuo a sbarellare. Un'auto color cielo percorre le strade di questo mondo. Dal finestrino socchiuso vien fuori un urlo spaventoso: delusione solidificata e aerea che si scontra e rimbalza, rinviata al mittente senza ricevuta di avvenuto ricevimento, l'indifferenza è così indifferente. Ora le telefono. No, meglio andar là. Sarà abbastanza allucinata da leggermi e fare una veloce sintesi. Ma c'è qualcuno che sappia metter ordine? Uno qualsiasi che organizzi e dia corso a orientamento e segnaletica su sofferenza e pena. Voglio i dettagli. Voglio il miracolo. Una zolletta di solubile comprensione da sciogliere nella vasca, insieme ai sali per rinvenire, micidiale, faticosa vita, quale altro sacrificio pretenderesti perché mi sia concessa la tanto agognata salvezza? Non risponde nemmeno al telefono. Non lavora nessuno in quel maledetto ufficio? Case, cucine, letti, divani, tappeti, lavatrici. Entra pure. Si dà inizio al rito dell'accoglienza. Io sto fuori. Come un balcone. Ora vado a prendere il cobra. Chiedo a lui. Lui sa come captare i messaggi subliminali, diretto e veloce. Voglio sentire quel che ha da dire. Se capisce, se vuol fumare. Quello guarda la tele. Mano diritta e rattrappita mentre sgranocchia qualcosa. Chi? Chi muore non ha neppure un nome.

giovedì 21 aprile 2011

s'accolla


Lo faccio spesso. È un gioco non molto avvincente, ma una passione e un continuo spunto. Ho una duplice passione: ornitologia e musica. Note e migrazione. Si somigliano, son modulate, raccolte e posate su fili talmente sottili che ci vuol poco e via han già spiccato il volo. Lasciano tracce qui e là. Istinto e mistero. Io offro supporto e tana. In obliquo convivo disinvolta con classico, lento, veloce, imprevedibile e tutto da scoprire, escludo a priori le sterili classificazioni, e ritrovo, ugualmente, una omogeneità di contenuti e identità, derivante dalle sfumature che scolorano, evidenziando affinità e sapienti intrecci.
Nel radar ho già intravisto il segnale lampeggiante. Sta a indicare il passaggio di uno stormo in movimento. So già che, tempo pochi minuti, alcuni esemplari colpiti a morte precipiteranno sugli alberi spogli nel mio giardino. Alcuni son già planati bassissimi, avvisandomi, dell'imminente tragedia. Sono stata sempre una perfetta riserva: sapiente e saggia sporta di consigli, distribuiti non a piene mani, ma con parsimonia, perché si sa, bisogna far sentire la presenza costante, ma bisogna anche saper essere necessarie. Lui è lì, in una pozza di sangue. Piumaggio strapazzato, coda mutilata, zampette straziate.
È difficile salvarlo. Sarebbe più saggio tirargli il collo e non farlo soffrire oltre. Certi uccelli godono delle squisite maniere degli abitanti di alcune terre, e nonostante l'abitudinaria fine alla quale vanno incontro, amano tornare, indugiare fluttuando nel cielo azzurrissimo e scherzare sulle onde sferzanti dei luoghi natii. Le rotte potrebbero esser cambiate, gli istinti dovrebbero esser disciplinati, le sensazioni inconsce dissuase e manipolate… ma è più forte, più potente. Ed eccoli, ogni anno confermare e partire, affrontano mesi di interminabile viaggio sospeso e guidato dalla corrente verso le agognate mete. Arriva la primavera, ma dalla varietà di modulazioni e suggestive note effettuo una povera raccolta: esserini privi di vita, colpevoli delle proprie illusioni, vittime delle proprie delusioni.

venerdì 15 aprile 2011

profezia


se allora si chiedesse dove la tua bellezza giace,
dove tutto il tesoro dei giorni caldi di vigore,
dire: nei tuoi propri occhi infossati profondamente,
mostrerebbe con indiscreta lode, ingiuria implacabile. Shakespeare… rivolto a me. Io non gli credo. Quanta miseria e grandezza han segnato quelle labbra? Allora quando quaranta inverni faranno assedio alla tua fronte… io aspetterò l'altro per rasserenarlo, lo legherò alla testiera del letto per fermare gli anni che scorrono, gelosa io della mia stessa gelosia, braccia e gambe strette, perché smetta di torturarsi con altri amori e di cantare altri sonetti, perciò l'amore non è infinito, né il pianto, né il riso, né la fretta, mai la tua partenza, né l'arrivo alla porta aperta. Io in agguato ad ogni rumore, tu, stanco, pretendi silenzio, lavanda in ogni cassetto e candele sulla cornice del davanzale. Senz'alcuna meraviglia, tornerai a girarti e rigirarti, sul grande materasso delle eterne necessità, le mani fredde e le tempie rosse, mi vedrai vecchia. Sì, son vecchia dopotutto. Mi guardo, sogni irrigiditi e speranze gelate. Mi sento tradita, avvolta in pesanti coperte di vetro, esposta e ignara, fragile e cupa. M'addormento di quel sonno indurito dal freddo, imboccato dal buio. Ce n'è ancora un pezzetto, finisci la torta e butta la ciliegia.

dal 2008 (Milano - Dicembre)
Sonetti di Shakespeare
traduzione di Giuseppe Ungaretti

giovedì 14 aprile 2011

sali-scendi



Ogni inizio contiene una magia

che ci protegge e a vivere ci aiuta.

Appena ci avvezziamo ad una sede

rischiamo d'infiacchire nell'ignavia:

sol chi e' disposto a muoversi e partire

vince la consuetudine inceppante

Quando la vita chiama, il cuore

sia pronto a partire ed a ricominciare



ohhhh! che fai? sistema le reti, ora cominciano a cascare, non vorrai che si perdano? Ho quasi finito e ti aiuto. Fammene tirar giù ancora. Le ultime parole pronunciate. Le ultime immagini vive. Il colore e il suono di una montagna. L'ordine e la scelta del movimento. Il più grande panorama mai visto. Era l'applicazione di un concetto, lo svolgimento di una formula, la specificazione di un teorema, nome e cognome dati a una dimensione precisa, semplicissima. Lavoro + Amore = Legge di Vita. Le sfumature un compito da svolgere affidato ad altri, a noi. Guardare, imparare, proseguire, in alto, in basso, fare esperienza, prendere coscienza di sé, percorrere i vari gradi, arrampicarsi sui tanti gradini, scivolare e ricominciare, ma non fermarsi, se non per spiluccare succosi momenti di piacere. Chiudo gli occhi e lo dipingo: è ritornato in cima e pettina i rami delicatamente, accarezza dolcemente e le plasma, e le parole cadono al suolo, leggere, come vuote. Ora è in bilico sull'ultimo gesto, poco decifrabile allucinazione e proiezione di sé, a consegnarmi il succo, senza panico, con mitezza e coraggio. Non ho nemmeno un appiglio visivo, trascuro ogni dettaglio e tutto si svolge in sequenza, non distinguo quale sia l'inizio, quale potrà essere la fine. M'investe morbosa la schizofrenia, l'ansia. E da tutta la mescolanza ecco si genera il mutamento. Dubbio latente a mezz'aria. Aspiro all'ascesa. Salgo anch'io. Raggiungo il degno docente. Son più complicate le dinamiche, più sfocato il sogno. Agisco attraverso lui. Ho paura. Fallisco. Debole, forte, severo, ammiccante, depresso, attivo. Opposto, uguale, contrario. Realtà fantasia, desiderio di agire come mai avrei fatto, divenire ciò che mai avrei potuto essere.


“gli è meglio fare e pentirsi che non fare e pentirsi”


Passo iniziale tratto da 'Gradini' Hermann Hesse - Massima finale di Niccolò Machiavelli

domenica 10 aprile 2011

al netto delle bugie



Ho capito... ero bimba e disegnai l'immaginazione prima, ne venne fuori l'architettura delle mie aspirazioni principali: una casa col tetto piazzato in giù, cuneo azzurrissimo e le fondamenta che si radicavano in un verde intensissimo. Questa sono io, capovolta. Cresciuta a dismisura, le mie gambe a circondare tortuose geometrie, arzigogoli sempre più spessi, viticchi e volute che giocano coi nembi, gli occhi piantati nella roccia, fiori dalle orecchie ad appendersi e riempire le facciate e a salire, sù, più sù, chioma rampicante ed ombreggiante, alberelli per ogni dito delle mani. Frutta, tanta frutta, more, fichi, pere piccolissime, fragoline rossissime. Tu pino secolare, marittimo e profumatissimo, dal tronco inclinato e le fronde che accarezzano e solleticano le mie cosce, s'agitano come mare in tempesta, si placano e mi baciano. Una bimba non può spingersi oltre... anche se un ramo induceva in tentazione. La maestra Teresa finse disattenzione o ingenuità. Io mi ripetei, altrettanto decisa a farne una serie; risultai forse ossessiva, disegnatrice compulsiva e le matite colorate mi furono sequestrate. Bene pensai. Andrò in giardino a costruirne una vera. E lì in Scalea nacque e crebbe una pianta di piselli incastrata tra un coccio di vaso e una piastrella colorata, blu, di fianco un pinolo diede la vita a un arbusto che di lì a poco, si fece grande e voltato a destra a richiamare il mare. Questa sono io, stravolta. Mi allungo velocemente ad immergermi nella natura, lì solo trovo la mia essenza, lei custode dei sentieri che conducono alla verità, il senso ultimo di ogni venatura di roccia. Il vento mi porta a folate la voce dell'esperienza, un canto soave e duro allo stesso tempo, riuscirò a destreggiarmi, sopravviverò al passato e mi confonderò col presente, preparandomi al futuro, rinnovando ogni istante della mia fantasia, perché sia chiaro, oggi son necessari sognatori nuovi, il mondo rinato e riconosciuto, il mio mondo interiore, invisibile, bello di una bellezza altra.
Son tesa... ad accettare di scoprire cose che non corrispondono per forza a ciò che ho creduto vero sino ad oggi.
passi tratti da I diari di Rubha Hunish

mercoledì 6 aprile 2011

donna giovanna


Desiderio che cominci in un'ora… la sveltina va bene con il vicino di sgabello al bar o con il dirimpettaio in metro. Con te, no. Per un attimo ti si alleggerisce l'anima. Poi torni cupo. Per assurdo, dici, non dovrei esser contento, son uomo da fuochi fatui non da falò perpetui. Niente paura: sarà diverso ogni volta, ti rassicuro. Porto colori diversi e imbratto la tela con le mani, la segno, la strappo; mi ci siedo sù, non ho voglia di incorniciarla, la butto in terra ci cammino a piedi nudi. Ne tiro fuori uno spirito nuovo, quello della carne e quello del dialogo, quello dell'imbarazzo e quello del lazzo. Lo sai che non parlo quando faccio sesso se non per introdurre barzellette oscene… senza mai arrivare alla fine, esplorando tutti gli angoli della tua bocca, i giri nervosi dei tuoi occhi, le grinze delle lenzuola sotto le dita, ogni tua reazione, divertita o stizzita. Ti impedisco la parola con un doppio segno rosso a intersecare sull'imbarazzo della lingua e azzardare al centro con la mia esplicitando il principio dell'erotismo sfrenato e dilatandolo all'inverosimile, slabbrandola e raccogliendola a ripetizione verso il basso, in direzione ostinata e contraria. È uno spettacolo, mi compiaci. Sono infastidita da questa tua improvvisa decisione di rendermi partecipe. Lo sai che non ti cito quando soddisfo se non per sottolineare limiti e difetti. Stronza. No, astuta. Non riassumo, non rievoco. Ti paralizzerei come davanti a una opera meravigliosa. Come si chiamava quella sindrome? Che le lezioni e gli insegnamenti ti facciano solo solletico e un leggero prurito. Che le esperienze precedenti siano lasciate per ultime, nascoste da qualche parte, interrotte o consumate. Non ti sta a cuore. Ci son quelli a sfondo sessuale, quelli rose e fiori, quelli timidi e chiari, con accenno di rilievi e spine con cui intavolare sane discussioni e celebrare sacramenti, quelli. Io non sono né sacra né mento quando, seria seria, in pubblico e in privato a consuntivo e in anticipo di una vita, mi faccio l'idea, la stupro quasi da seminferma, senza attenuanti però, reprimo tutti i miei falsi pudori ed esalto le mie azioni più immorali, gioco con il prepuzio delle mie convinzioni, carezzo piano le pareti irrorate, senza pass e invito, m'imbuco e arrivo finalmente a quel punto giallo splendido. Certo, giallo. Esplode come quando fissi il sole, diventa tutto bianco, nero, e nel buio pesto, c'è un sole più piccolo… un castello che si sgretola, un casino senza maitresse, un pugno di piacere diffuso e raccolto, scorre e ti riempie palmo, pori e linee.



Perché Dio non soffia sul sole non soffia e lo spegne, che tutti si rotolino l'uno sull'altro nella lussuria, maschio e femmina, uomini e bestie? Fatelo alla luce del giorno, fatelo sulla mano di qualcuno, come le mosche.
Woyzech - Werner Herzog

lunedì 4 aprile 2011

niente di meglio

Psicopolizia o meno io non posso far altro che sognare. Protagonista e voce narrante. Il racconto inizia e non so come andrà a finire. Risaputo che io odi i finali scontati e felici. Qualunque sia, fate che basti da solo a rendere tutta la storia interessante, avvincente e forte. Tempestatemi di domande, perché, per come e per quanto. C'è un infinito esuberante di fantasie qui, una riserva che non mi vede mai inoccupata e che mi rende ancor più intemperante e irrazionale. Da una cantina buia i bagliori delle bombe, son gli strali di un dio incomprensibile, imperscrutabile quando stende la sua mano benedicente sulla testa dell'imperatore tiranno, crudele nel momento in cui schianta al suolo il giusto partigiano. Come può permettere ciò? Son ancora una bambina e di fronte al piede imponente e contro quello sguardo crudele rivolgo il mio libero: Abbasso il re!


ma la rivoluzione a quei tempi era ancora lontana…
Hamid Ziarati

a tutti i bimbi che giocano nella guerra,
a tutti gli adulti che giocano alla guerra

martedì 29 marzo 2011

quale cielo…

… quale tenebra dovrò ancora attraversare?
Non ho ancora deciso nell'immenso parolaio che mi sommerge.
Quale sole potrò ancora contemplare?
Nella muta attesa, mentre quell'uomo continua a parlare di sé, decido?
Davanti a me, sopra me, sotto me, intorno a me una manciata di stelle,
uno spruzzo di sabbia, un po' di azzurro e d'avorio…
dentro me, tanto nero. Sono elusiva, sorrido e mi ripropongo
come un riflusso libero e involontario.
Confusione, resa, ribellione, a sorpresa mi faccio guidare da un sogno
qualsiasi. Ho la vaga sensazione di esser parte di finzione. Incredibile.
Che inutile affanno… credere. Già all'orizzonte un sottile, sinuoso,
improvviso animale verde ingoia tutto e fa prigionieri, anche me, essenza stessa del sogno.



Il marciapiede si srotola come sonno profondo.
Sopra di me le stelle, stelle austere,
scoprono il volto.
Nessun cuore batte alle mie spalle,
nessun passo.
Charles Wright

giovedì 24 marzo 2011

dimmi cosa bevi…



Ha sentito parlare di Jaime Saenz? No? Che peccato! Avrebbe potuto avvicinarsi a uno scrittore straordinarioNon chiederle in cosa creda. E non sorprenderti se venisse fuori il nulla. Chi ha detto o solo pensato di poter andare d'accordo con tutti è un conformista e un abitudinario. Lei? No. Che meraviglia!
S'è capovolta all'ultimo momento e hanno dovuto tirarla via con un arnese spaventoso, orribile, se sia sana è un miracolo… quale miracolo? L'ha fatto bene, è stato delicato e tenero. Era o non era un dottore? E allora? Quanto freddo è? Vuol tornare dentro. Cos'è questa luce accecante? Giù le mani porco. Lascia, faccio da me, sono una personcina pulita, che credi?
E da allora… ha capito quella non era che finzione, una messa in scena e anche buona, una serie di sipari, si va in onda, si gira, è una bella esperienza, non c'è che dire. Ma ora basta, che qui la stanchezza si fa sentire e appesantisce forte il drappo. C'è uno strappo profondo. Guarda, lì in cima, tutto sbrindellato il velluto liso in più punti tira e si annoda fino a creare una ragnatela difficile da sciogliere e nella quale sarebbe un suicidio potersi districare. Meglio un goccio. Che ambizione è?
È orribile. Inaccessibile. Non parlare di ciò che non conosci. Stappa. Puoi intendere solo trascorrendovi del tempo futuro. Lei s'è già incamminata. Le guardo le spalle, è un incedere tranquillo, il suo, per nulla scomposto, gira l'angolo e ha già annotato a chiare lettere l'alternarsi dell'inquietudine del giorno alla calma della notte. Credevo fosse pericoloso e senza ritorno. Sono il suo portavoce e mi faccio mendicante come lei, più di lei. È una intensa lacerazione e io non riesco più a colmare i paradossi né a recuperare l'abisso e forse… non vorrei. Sto bene con la notte. Non chiede nulla in cambio e nulla restituisce. Nessuna ombra a tormentarmi, nessun mosaico da completare.
In immersione blatera ed emette bolle sempre più grandi. Il più bel regalo mai ricevuto: l'idea della conoscenza, l'invenzione dell'illuminazione. Che si rivelino false che importa? Basta l'intuizione del vincolo, la visione dell'emblema, l'ultimo scoppio della rivelazione. Com'è bello strapparsi il corpo.



come è difficile che riesca facile dire il difficile
Felipe Delgado - Saenz Jaime

regalo secco a MrJamesFord

lunedì 21 marzo 2011

tsunami


Lo stesso effetto di devastazione che produssero le immagini nel buio. Arrivò come un'ondata sottile e sconvolse, vorace, tutto il paesaggio interiore, spazzando un'intera generazione di sensazioni, convinzioni e idee. Visionario e generoso donatore di seme d'originalità ed esplosione di clamore, m'ha resa madre di mille storie diverse, poliedrica ed eclettica. Devo rendere grazie all'umettatore, al fluido vivificatore e ai suoi personaggi, occhi a mandorla e veleno dolcissimo nei dialoghi e nei racconti. Lo riutilizzo ogni qualvolta mi sento più povera e arida. Che zuppa inodore, ma prova ad assaggiarla, vedrai quanto picchi. Ne butto giù una sorsata potente ed eccomi, più infedele e instabile di prima, un abbraccio soffocante, sù la maglia, pruriginoso attacco di sadomasochismo che smussa e incide, scolpisce in maniera decisa la mia scrittura. Ho sentito un pugno e la carezza, pantomima della comunicazione, dammi il bacio inesistente che arresti il sanguinamento della vita, che arresti quell'interminabile emorragia, sangue, sangue in dissolvenza. Ne è intriso il frammento di vetro ai miei piedi, piedi che si sfiorano timidi, è di un blu senza contorni, quasi trasparente. Io che di fronte a te, mi scosto e mi ritraggo, non voglio che mi rifletta, io orizzonte confuso col mare in tempesta, non voglio mostrarmi. Un'estremità del cielo si è rischiarata, e il frammento di vetro si è subito offuscato.
Blu quasi trasparente - Murakami Ryū



… siamo tutti case vuote
e aspettiamo qualcuno
che apra la porta e ci renda liberi

un giorno il mio desiderio si avvera
un uomo arriva come un fantasma
e mi libera dalla mia prigionia
e io lo seguo, senza dubbi, senza riserve…
finché incontro il mio nuovo destino
Ferro 3 - La casa vuota - Kim Ki-Duk

a F.

venerdì 18 marzo 2011

benvenuto e addio in un solo sguardo


Quando un libro socchiude gli occhi e disinnesca l'inganno, quando i contorni risaltano e non appaiono, quando la poesia grava ma non è greve, quando ci si svela la verità celata sulla falsa promessa d'eternità e si sperimenta il nostro comune destino, quando si accoglie l'ineludibile coscienza del tempo finito, quando si coglie l'inutile affanno al potere e allo sforzo della ricchezza ché tutto è mio, niente mi appartiene, quando si fluisce con l'acqua e nell'acqua: Così è nato, anche lui. Nato come tutti. Come me, che morirò. Figlio d'una donna reale. Uno giunto dalle profondità del corpo. In viaggio verso l'omega. Esposto alla propria assenza da ogni dove, in ogni istante. E la sua testa è una testa contro un muro cedevole per ora. E le sue mosse sono tentativi di eludere il verdetto universale. Ho capito che è già a metà del cammino. Ma questo non me lo ha detto, no…


Quando pronuncio la parola Futuro, la prima sillaba va già nel passato.
Quando pronuncio la parola Silenzio, io dustruggo.
Quando pronuncio la parola Niente,
creo qualche cosa che non entra in alcun nulla
Wisława Szymborska

domenica 13 marzo 2011

black blood


Ha due volti, ricoperti di nero liquido vischioso odio, ugualmente pesanti, entrambi malefìci spietati che pretendono di costruirla e di muoverla. Al contrario rimane piantata in quel foro e continua a bruciare, a bruciare e ad emanare puzzo denso e cupo fumo… tutto fumo, nessuna sostanza. Chi ti trivellò per primo? È una macchina infernale, nel buio spicca subito all'occhio dell'e.t. in volo, scava e succhia, senza sosta, piattaforma sempre in fiamme, palco ideale per dar vita e rappresentare una oscura vicenda, dai contorni confusi, dalle tracce perdute nella sabbia che soffia e include tutto ciò che la vuole vincere, alleata invincibile dell'infinita forza che muove e demolisce. Rimane impressa e la si ricorda con spaventevole ammirazione, succubi della misantropia, della crudeltà e dell'ambizione per nulla occultate ma rappresentate in maniera eccelsa. Si è fatta da sola. Abituata alla fatica, alle rinunce, alle delusioni, ai dinieghi ed è lei medesima, arrogante e muta. Emerge raramente dal suo silenzio potente e condensato ad elaborare un suo personale pensiero, soffermandosi mai su particolari e dettagli che possano far intendere di cosa stia realmente parlando… passo ampio, tacco, punta, ipnotico, assordante, basso, più basso, profondo, sordo, violenza tribale, in estasi; bloccata sulle statuarie gambe si volta stizzita a fulminare ed incenerire chi, stupito e interrogativo, abbia l'ardire di chieder ragione o spiegazioni! È formale. È norma. Se lo mangia in un sol boccone, aprendo in maniera mostruosa le enormi fauci. Instancabile e in continuo movimento, annoiata dalla sua noia, frenetica, maniacale e lenta nel respirare, con meno enfasi ama e si lascia riamare, pronta ad esplodere solo se toccata e fuga. Son sicuro, dalle sue vene scorrerebbe petrolio…



La notte era notte e solo notte. Ed era una notte che regolarmente durava, compresi i crepuscoli, una dozzina di ore. L’oscurità era profonda. Takaità non aveva luna, o se per caso ce l’aveva, quella era una notte senza luna.
Pier Paolo Pasolini

giovedì 10 marzo 2011

baciamaro


Ine-lut-ta-bi-le,
hai sillabato lentamente.
Labile, ho corso io.
Scusabile, troncasti tu.

La voce è impostata. Ti esibisci in abnormi e assurde evoluzioni fatte di inganni e miserevoli equivoci. Ma questo non ti sconcerta affatto, anzi… te ne nutri, con gusto, ti compiaci, cialtrone, carogna. Hai imbandito la tavola e intanto hai intrigato una ragnatela in cui ti prepari ad avvoltolare la sventurata, ti raffini nell'arte della convinzione, lodandoti e incensandoti. Sarà un trionfo. Ti si consegnerà senza resistere, lo splendido esemplare, corpo perfetto, giovane e spigoloso come una gemma modellata di fresco, mi si permetta un unico appunto: risata acuta e petulante, fastidiosa, buffissima. Questo particolare ti bea e ti ammalia. L'esasperazione sommata al disagio altrui ti rende invincibile, diventa un vantaggio materiale che esalta e esacerba il tuo ego. S'innalzerà al di sopra di tutti i presenti, adombrandoli, e intonerà un vertiginoso inno, al quale saranno obbligati a stonare, a risarcire le vittime, a compiacere il pavone.

Implacabile e detestabile
e rinnovabile… il dolore,
ogni anno, da quando
hai scelto, gela tutto il sangue
che m'ardeva dentro.

La finestra che ho aperto sul tuo abisso l'hai richiusa più volte. Son stanca delle tue menzogne, ti dico. Mi sfidi, tronfio e ancora una volta sotto mentite spoglie, ma già sento stridere il vinile, è tracciato ormai, fragile, ossessionato dalle tue stesse ombre, ti adagi e immagini, come a me piace, la nostra terra venata di rosso e le cimette olivastre sfumate in punta a intingersi nel grigio della nube proprio sui nostri nasi. Beato.

Ho sceso, dandoti il braccio
almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto
ad ogni gradino.
Eugenio Montale - Xenia

dal 2003 (Agosto - Assisi)

lunedì 7 marzo 2011

le voci bugiarde



Basta. Falla tacere. Non la sopporto più. Sempre la stessa, puntuale, incessante, complicatissimo slegarsene. Comincia il racconto e via, si spalanca la porta a un'orda di ricordi. Un concentrato di dolore, solitudine, patetico lirismo, piccole e grandi indecisioni al quale la mia scrittura non potrà più reggere. Almeno è sincera. Non conosce bugie. Io invece? In maniera costante e approfondita nel tragitto arrugginito della ricerca personale dell'ideale chi ho incrociato finora? Speranza e inutile sogno da collezionare e custodire. Ha lo sguardo pulito, una grande onestà intellettuale, un'imponente umanità, l'immortalità, nel gesto minimo del tuo respiro e dietro di te quasi le stelle e il dubbio dell'uomo se intervenire, non intervenire alla radice sulla natura. Parole venute a galla, come le piccole cose che cerchi di affogare, segni casuali che ritrovi impressi con maggior violenza sulla lavagna magnetica in cucina: ti ripeti ossessivamente non ne verrò fuori, devo rimuovere, spostare, trasformare, non è questione di bugie innocenti, è una lotta con il tentativo di restituzione del bagaglio dimenticato volontariamente in deposito. Vestiti vecchi, intimo superato, scarpe scomode… La voce ha deciso coraggiosamente di affrontarli quei fantasmi, esorcizzandoli e fissandoli su foglio. Son racconti terapeutici, elaborati delineando una traccia e aggiungendo via via una serie di punti di snodo nuovi, cosicché la stessa figura di partenza viene ad assumere una forma più evoluta, originale, inconscia… lezione accolta, grazie, i ricordi miei ora riposano su bianca e soffice carta, dall'amaro odor di neve, gratta gratta, arrivo all'erba sotto, estirpa estirpa ecco la pioggia, cade cade, voglia di dormire, ma non questo sdraiarsi sfinito senza riposo.

passi tratti da Cocci di bottiglia - Fiorenza Aste

sabato 5 marzo 2011

in breve




Ritorna a galla, si ripresenta, decennale, critica, rinnovata, vecchia e sempre nuova, certezza e dubbio, caratteristica e unico inafferrabile concetto in continua evoluzione, Uno, Molteplice, Caos e Ordine, Storia e Futuro, illimitato privo di punto di partenza, eterno lancio in vista di un lontanissimo atterraggio. Potenziale e attuale, divisibile per tanto, per molti, estensione comprensibile in una totalità, oh! mia musa tu sì che sai cosa possa significare, ti sviluppi in misura e armonia, ti intrecci con il mio pensiero, batti e misuri, ti fai strumento privilegiato per afferrare il tumulto; cosa sei se non filosofia e matematica, geometria senza sforzo, illusione sisifica, affollata coralità, ambiziosa idea: quella che ti affianca al mio desiderio più represso, ma ora sempre meno, sempre meno… dimostriamo che i nostri destini sono coinvolti e coinvolgenti. Voglio che sia vaga, non codificabile, in tensione emblematica, che fluisca armoniosamente verso il nulla, né rotture, e differenze di peso specifico, magari una sola frase a fondamento che collimi con congetture mai digerite, semplice intuizione, buco o fessura che sia, prim'ordine e formula che non sia guida e fedele compagna, conosciuta e contesa siepe, che sia a caso modellata a mio piacimento di là da quella, il mio sconosciuto e irrazionale Apeiron.

mercoledì 2 marzo 2011

PRIMA VERA


Quali e quante sono le ragioni per cui oggi sarebbe necessario rileggere e riscrivere la nostra bella storia? Massì. Ma guardatelo da lontano, mentre sopraggiungete da nord, svoltate a destra, curva insidiosa, tirate un lungo respiro, ricomponete la smorfia sul volto e poi fatevi acuti interpreti d'arte e molto finemente, senza cadere in facili tentazioni di turpiloquio, dite con dovizia di particolari quale sia stata la vostra impressione: visione d'insieme e dettagli del quadro in questione. Evidenti e ben distinguibili son le piante, i fiori e i frutti, specie rarissima e mal distribuita, la cui diffusione è ancor meno curata e sistematicamente ignorata. Al loro posto crescono in altezza ed estensione simboli della ricchezza e dell'opulenza splendente, multicolore, riflettente. Degradano e abbruttiscono, son nubi e nebbie che il dio Mercurio vorrebbe disperdere e invece ombreggiano l'alta collina… che fare? I suoi occhi, il suo indice, il suo caldo mantello nulla possono contro la distruzione dell'universo culturale nostro? Inizierà o è già iniziata la grande disputa. Armati di flores procediamo a raccontare, con voluttà e con castità la bellezza di questa femmina dipinta, astraiamo dalle dimensioni spazio-temporali e presentiamo i personaggi come i protagonisti emblematici di un'idea platonica. Cupido già scocca la freccia, ma ella è già presa, promessa sposa del dio, adorna e magica. Non imprigioniamo filologia e poesia e retorica, grazie con ispirazione faranno di quelle mele, oro puro, dono di nozze e buon augurio. Guardate i fiori ai miei piedi. Non son calpestati, non son piegati, non ho peso; astratta e allegoria sogno di un passato che potrebbe trapassare in futuro.

Non mandatemi a quel paese, potrei non volerci più tornare.